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Domenica 5 Luglio 2026 - 6ta Domenica dopo Pentecoste "Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini" Letture
1 Il SIGNORE disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; 2 io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. 3 Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
4 Abramo partì, come il SIGNORE gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.
18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti».
20 Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.
22 I Giudei infatti chiedono segni miracolosi e i Greci cercano sapienza,
23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.
1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
4 Come ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». 5 Simone rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell'altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
Predicazione Care sorelle, cari fratelli, il passo del vangelo di Luca che oggi ci viene proposto dal lezionario Un giorno una parola è uno dei testi più noti che permezzo di una sola frase sintetizza il senso della chiamata di Gesù, quindi di Dio, al discepolato o, se vogliamo usare un’altra espressione, la chiamata alla vocazione. Questo è infatti il significato della frase che in chiusura Gesù rivolge a Simon Pietro: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». Su questo appello e sulla risposta di Simone/Pietro torneremo più avanti, ma prima procediamo con qualche precisazione per contestualizzare il nostro racconto. Anzitutto è bene ricordare che l’autore è anche colui a cui è attribuito il libro degli Atti degli Apostoli e che entrambe questi testi espongono una narrazione molto curata e con un vocabolaro ricco. Il Vangelo di Luca è il più lungo dei quattro vangeli e cerca di fornire un quadro molto dettagliato della biografia di Gesù dall’infanzia fino all’Ascensione. I primi due capitoli del vangelo di Luca sono dedicati all’annuncio e nascita di Giovanni Battista e alla nascita e infanzia di Gesù, il terzo tratta della vocazione, predicazione e morte del battista e poi del battesimo di Gesù e delle tentazioni, il quinto capitolo lo colloca in Galilea, dopo le prime predicazioni e i primi miracoli, all’inizio della sua predicazione. La datazione del Vangelo di Luca è posta dagli studiosi nei primi anni 80 d.C, dopo la distruzione di Gerusalemme (vedi Luca 21,20) e posteriore al Vangelo di Marco che secondo gli esegeti è una delle primaria fonti di riferimento cui ha attinto Luca. Proprio in Marco al Cap. 1 v. 17 Gesù si rivolge a Simone e Andrea dicendo loro «Seguitemi, e io farò di voi dei pescatori di uomini», in una scena molto più rapida e sintetica, come del resto è tipico di questo autore. Qui in Luca l’invito-designazione avviene invece all’interno di un racconto più articolato e ampio che svolge una funzione preparatoria. La scena ha inizio con Gesù che insegna alle folle attraverso la descrizione di un dettaglio preciso. Gesù è montato sulla barca di Simone, intento a lavare le reti, è si è fatto portare poco discosto dalla riva per poi sedersi e iniziare la sua lezione. L’autore nella sua cura dei dettagli non ci dice né quanto dura il discorso del Maestro, né quante fossero le persone (la folla), né cosa abbiano fatto dopo. Egli concentra la sua e la nostra attenzione sul gesto di “insegnare” attraverso il quale sottolinea il ruolo di Maestro che Gesù svolge. Lo stesso uso della barca di Simone la trasforma in un piccolo palco, un seggio, un pulpito improvvisato, per facilitare l’ascolto degli astanti che ci immmaginiamo disposti lungo la riva del lago a formare una specie di platea semicircolare il cui centro, il fulcro è proprio Gesù. Dunque, fin da queste prime righe è chiaro che è Gesù la guida che ammaestra, tutte e tutti gli altri ascoltano, Gesù è il Maestro che insegna, è il centro e l’unico protagonista della scena. Dal versetto 4 al versetto 8 questa scena cambia, Gesù resta il protagonista principale, colui che parla e indirizza le azioni degli altri ma la sua attenzione è rivolta esclusivamente a Simone e ai suoi compagni di lavoro. Potremmo dire che è il momento in cui Gesù li sceglie per quella che poco dopo diventerà un’esplicita chiamata, e prima di farlo in modo diretto adotta un modo semplice e convincente per attirare la loro attenzione. Non usa discorsi e argomentazioni più o meno articolate, razionali, ma si pone al livello di questi semplici pescatori, si immerge nella loro vita di tutti giorni, piena di insidie, spesso poco soddisfacente come gli spiega Simone: la fatica di una notte passata a pescare con le reti si è rivelata infruttuosa perché non ha fornito il risultato sperato. Gesù per farsi comprendere condivide questa fatica, questa insoddisfazione e attraverso i gesti e il linguaggio dell’attività quotidiana dei pescatori entra in sintonia con loro, si immedesima nel loro vissuto, accorda il proprio modo di comunicare al loro, compiendo un gesto miracoloso che rivela la sua natura divina, il suo essere trascendente, altro, non solo il Maestro che insegna alla folla. La pesca è abbondante, insperata, miracolosa, qualcosa di soprannaturale, un dono, un segno tangibile della grazia di Dio manifestata in modo concreto, mediante l’intervento di Gesù, con il doppio scopo di rivelare la sua natura di Figlio di Dio capace di gesti eclatanti e di avvincere, attirare a sé coloro che assitono dal vivo a tale manifestazione. Questa parte del racconto ci mostra un’esperienza molto simile a quella riportata in chiusura del Vangelo di Giovanni (cap. 21, 1-13) quando Gesù appare ai discepoli tornati a fare i pescatori dopo lo chock della sua morte. Siamo presso il mare di Tiberiade, i discepoli hanno pescato invano tutta la notte e il risorto, inizialmente non riconosciuto, li invita a gettare la rete sul lato destro e «non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci.» E il racconto prosegue con «il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare»» (v.7). Anche in questo caso la pesca è portentosa; «e, benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò.» (v.11). In Giovanni la reazione di Pietro è di rispetto per il Signore (si riveste), poi si dedica alle reti, infine resta indistinto tra gli altri discepoli che non osano chiedere a Gesù “Chi sei?” perché ormai hanno acquisito la consapevolezza che è il Signore risorto, segno di una fede riconquistata dopo gli sbandamenti della condanna e della morte di Gesù. Nel passo di Luca su cui stiamo riflettendo Simon Pietro è l’interlocutore principale di Gesù e, come si confà al suo carattere impulsivo, la sua reazione è molto forte: veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore» (Luca 5,8). Una confessione di peccato, l’ammissione della distanza e della differenza intercorrente tra lui e Gesù. L’evangelista ci riferisce dello “spavento” che coglie Simone e gli altri alla vista di questa gran quantità di pescato. Una rezione genuinamente umana per dei pescatori esperti che vivono un’esperienza straordinaria, un fatto imprevedibile che mette a confronto la loro limitatezza con l’azione miracolosa che Dio compie attraverso Gesù e che giustamente provoca in loro turbamento e sgomento. La reazione di Simon Pietro “Signore, allontànati da me” non è un rifiuto o una fuga. Prima di tutto segna un profondo cambiamento di come Simone si rivolge a Gesù infatti passa da “Maestro” usato poco sopra a “Signore”: la pesca straordinaria gli ha rivelato chi è veramente Gesù, ne ha percepito la divinità. Questo è accompagnato dall’ammissione spontanea e sincera della propria inadeguatezza e condizione di essere umano peccatore nei confronti della santità di Dio. Un atteggiamento che Simon Pietro non riuscirà ad avere all’apice della passione di Gesù quando, dopo avergli promesso fedeltà assoluta - «Signore, sono pronto ad andare con te in prigione e alla morte» (Luca 22,33) - finirà poi per rinnegarlo tre volte per metetrsi in salvo, come Gesù gli aveva predetto. Dunque ci viene descritta una reazione di Simon Pietro molto naturale, riconosce nel Maestro “il” Signore e, libero dai turbamenti e i dai condizionamenti che lo porteranno succesivamente a sopravvalutare la propria capacità e a non ter conto della sua fragilità umana, prende coscienza del proprio stato di peccatore e chiede a Gesù di allontanarsi da lui perché non si sente degno di stare alla sua presenza. A ben pensarci due comportamenti che si alternano continuamente anche in ciascuna/o di noi pronte/i a riconoscere la nostra pochezza confessando i nostri peccati e le nostre mancanze ma altrettanto spesso inclini a sopravvalutare la nostra capacità di scegliere e di agire senza riconoscere che tutto quanto riusciamo a fare e dire di buono e di sensato dipende esclusivamente da Dio alla cui guida dobbiamo affidarci con fiducia e perseveranza. Ed eccoci giunti la momento culminante del nostro racconto. Gesù si rivolge a Simone e gli dice: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini» (v.10). Non è un invito ma non è neppure un comando. Direi che si tratta di una rassicurazione - “Non temere” - seguita da un’affermazione che non lascia margini di scelta, una designazione, “da ora in poi sarai pescatore di uomini”, che assegna a Simone (e agli altri che sono con lui) un ruolo, un’dentità che non aveva/no. Gesù ha scelto proprio lui, così come Andrea, Giacomo e Giovanni; è una chiamata al servizio, l’inizio di una vocazione. E’ sempre così, in tutta la Bibbia, lo abbiamo ascoltato dalle letture iniziali quando in Genesi 12,2 il Signore si rivolge a Abramo e gli dice: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; 2 io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione». Dio sceglie i suoi collaboratori, questi magari inizialmente, sentendosi inadeguati, si ritraggono o addirittura fuggono, poi la chiamata arriva forte, chiara, diretta, senza più margini di trattativa per chi la riceve. Il brano si conclude infatti con questa immagine: «Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono». Nessuna domanda, nessuna esitazione, come Abramo decise di partire per Caran, questi pescatori lasciano le loro barche, “ogni cosa” per seguire Gesù. La chiamata ha generato una profonda trasformazione in loro, al punto di indurli a abbandonare il loro lavoro e il loro modo di vivere per mettersi al seguito di Gesù, non esitano a lasciare il mondo e le certezze in cui hanno vissuto e operato fino a pochi istanti prima per iniziare un cammino nuovo e sconosciuto pur di seguire Gesù, affidando le proprie vite a lui perché in lui hanno riposto la loro fiducia. La chiamata genera cambiamento, alimenta la speranza, apre nuove prospettive. Ma, è bene ribadirlo, tutto ciò avviene solo per volontà di Dio, non per scelta di Pietro e degli altri pescatori, non per nostra decisione o nostra volontà. E’ Dio che ci sceglie e ci chiama, attraverso Gesù, l’ha fatto con ciascuna e ciascuno di noi sorella e fratello che siamo riuniti qui questa mattina. E tu che sei incerta/o o in ricerca, non temere, apri il tuo cuore, presta attenzione e ascolta la dolce voce che il Maestro ti rivolge, il Signore sta chiamando proprio te. La chiamata è una manifestazione della grazia liberatrice e redentrice di Dio e la sua forza è talmente potente e attrattiva che non possiamo sottrarci alla risposta così come hanno fatto Abramo, Simone, Andrea, Gacomo, Giovanni e tutte le altre e le altre di cui la Bibbia ci parla e che ci hanno preceduto nella Storia. C’è un ultimo punto su cui vorrei soffermarmi, cosa significa rispondere alla chiamata e diventare pescatori di uomini e donne? Prima di tutto significa abbandonarsi con fiducia alla volontà di Dio, lasciare che sia lui a guidare e dirigere i passi del nostro cammino. E’ una strada semplice e di successo? No. Luca precisa più avanti al Cap. 9 il contenuto della missione che affida ai discepoli: 1 Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. 2 Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire i malati. 3 E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. 4 In qualunque casa entrerete, rimanete lì e da lì ripartite. In questa descrizione del Vangelo di Luca di come Gesù invia i discepoli per il mondo c’è questa prevalente caratteristica della povertà estrema a cui si sono ispirati i Poveri di Lione, i primi valdesi, i nostri antenati, quelle donne e quegli uomini di cui oggi molto indegnamente portiamo il nome e che si sono spesi per l’annuncio del regno di Dio e della buona novella fino a dare la loro vita. Un atteggiamento che col tempo, per tanti ragioni, anche dovute alle trasformazioni che si sono verificate nella società, è andato completamente perso ma che un po’ dovremmo recuperare perché va bene essere il “popolo chiesa” e la “chiesa che studia” ma dobbiamo anche ricordare le nostre origini, non siamo una delle tante ONG, seppur gestita col massimo del rigore. Gesù ci chiama a essere pescatori di uomini e di donne e questo mi ricorda il monito rivolto ai valdesi dal ben noto colonnello John Charles Beckwith (1789-1862): «O sarete evangelizzatori o non sarete nulla». Essere pescatori di uomini e di donne significa acquisire l’identità di chi predica l’Evangelo, quel fatto unico e irripetibile che cambia la vita perché più di duemila anni fa la Parola si è fatta carne e ha vissuto un tempo tra noi, Dio si è fatto uomo nel suo Figlio Gesù Cristo che è morto sulla croce per noi e poi è risorto inaugurando un tempo nuovo. L’Apostolo Paolo nella I lettera ai Corinzi afferna che: «è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione». Predicare Cristo crocifisso, pazzia per gli stranieri/i Greci e scandalo per i Giudei, e predicare risorto significa predicare la «potenza di Dio e sapienza di Dio», predicare Dio che si è abbassato per vivere la nostra condizione umana fino alla morte in croce e che risorgendo ha vinto la morte e ci ha aperto alla speranza di nuova terra e nuovi cieli. Rispondere alla vocazione che Dio ci rivolge tramite Gesù significa assumere il compito di far conoscere a tutte e tutti questo fatto incredibile e sconvolgente che ci consente di fronteggiare il male, la sofferenza e la malvagità, che ci rende liberi e ci permette di vivere una vita piena, una buona vita, nella speranza che Gesù risorto ritornerà per stabilire un mondo nuovo in cui non vi saranno più ne morte né guerre ma la giustizia e la pace trionferanno. Amen Predicazione di Valdo Pasqui (soprintendente X Circuito) – Domenica 5 Luglio 2026 Chiesa Evangelica Valdese di Firenze Domenica 14 Dicembre 2025 III Domenica do Avvento - Domenica della Diaconia Zaccheo, il carcere e la nostra umanità Letture
Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città.
Il sistema economico nel quale viviamo ci definisce, ci struttura, ci blocca in ruoli ben precisi, alienanti, creati per non farci sentire la voce dello Spirito Santo che ci chiama. Il dovere di essere vincenti, le aspettative di una vita piena di soddisfazioni e serenità, le relazioni di dominio con gli altri; dobbiamo essere sempre forti, presenti a noi stessi, produttivi e realizzati. Però basta una crepa, anche piccola, e da lì… la voce può entrare a cercarci. Zaccheo era potente, ricco. Era un pubblicano, uno che riscuoteva le tasse per i Romani, uno temuto e riconosciuto da tutti ma... era piccolo, era basso. Nonostante il suo ruolo sociale e il terrore che incutevano le sue violente riscossioni gli altri, soprattutto le donne, di nascosto lo deridevano e lui faceva di tutto per mascherare quel “difetto”. Poi la sera quando restava da solo a casa e si guardava allo specchio un po’ gli veniva da ridere, tra sé e sé, perché in effetti si sentiva diverso dagli altri e questo gli piaceva. Lontano finalmente dal dover mantenere quel suo ruolo di uomo forte e vincente si sentiva bene. Sì, da solo in quello spazio in cui improvvisamente si scopriva fragile e vulnerabile, un po’ si sentiva a casa. Gli tornavano alla mente i ricordi della mamma che quando andavano al mercato teneva sempre stretta la sua mano per paura che, così piccolo, si perdesse tra la folla mentre gli altri fratelli correvano avanti. La mano della mamma e le dita di suo padre che, alto com'era, in una carezza arrivavano leggermente a sfiorargli i capelli. Com'erano caldi quei ricordi. Poi quando tornava ad essere l’uomo pubblico di sempre la folla lo ringhiottiva, aspettandosi da lui timore e crudeltà e gli impediva di essere tutto quello di diverso che forse lui avrebbe voluto essere. Ma quel giorno, quando seppe di poter vedere Gesù, gli tornò subito in mente l’immagine della sua stanza e quella sensazione che provava la sera da solo divenne più forte di lui. Così non gli importò più niente. Si fece largo tra la folla e la sua “bassezza” diventò una molla così potente da spingerlo a salire su un albero tra le persone che gli urlavano contro e ridevano, ridevano, finalmente potevano ridergli in faccia… ma a lui non interessava più nascondere la sua statura. Non capiva più niente, era preso solo dal desiderio irrefrenabile di vedere Gesù. Poi, ad un tratto, ci fu solo silenzio e la folla tacque quando Gesù passando sotto l’albero lo guardò, lo riconobbe così piccolo in bilico in cima a quell’albero, e gli disse che sarebbe andato a casa sua, entrando nella sua vita, nei suoi luoghi familiari, dove la sera era libero di sentirsi piccolo e indifeso. Zaccheo non credeva alle sue orecchie e poi quando lo vide arrivare a casa sua gli andò incontro balbettando parole di ringraziamento e promesse di opere che sapeva gradite a Gesù. Ma a Gesù non era quello che interessava. La voce era entrata in quella casa, le cose non erano ormai più le stesse. Sì, la gente fuori mormorava stupita perché quando poi ad una certa età sei così, niente si può cambiare e con tutto quello è successo come puoi pensare che uno possa far come se niente sia mai accaduto. L’inevitabile. L’irreparabile. Tutto ciò che ormai è perduto!!!! Quando Gesù alzò lo sguardo, richiamato da Zaccheo, lo vide in cima all’albero mentre si stringeva con forza ai suoi rami. Zaccheo erano tantissimi anni che non lo faceva più ma da bambino giocava sempre ad arrampicarsi per vedere il punto più lontano all’orizzonte, dove il suo sguardo si perdeva. Nella fede niente è perduto!!! I punti di vulnerabilità sono la nostra forza, le porte di accesso nelle quali lo Spirito Santo può entrare. Le crepe, le fenditure nascoste, quasi invisibili che si vedono solo da vicino, è lì che si nasconde la nostra umanità e per trovarle bisogna andare proprio vicino all’umano, cercando i particolari che sfuggono allo sguardo superficiale limitato alle apparenze. In carcere sembra tutto così chiaro, evidente. Tutti colpevoli, hanno commesso un reato, cosa si aspettavano? Bene che stiano dentro, sono spacciatori, rapinatori, omicidi, truffatori, poveri senza possibilità di cavarsela nella vita… quando arrivi lì e ce l’hai davanti con quelle facce losche, con i tatuaggi ti fanno paura!!! Eppure lì noi andiamo a cercare l’umanità. Non l’umanità in genere ma alcuni esseri umani, anzi un essere umano alla volta. Solo uno. Cosa c’è di più importante di un essere umano? Nella Fede niente è perduto!!! Vorrei portarvi al Carcere di Prato, in una piccola aula/cella della zona adibita a scuola dove un po’ di mesi fa nel Laboratorio di scrittura ci trovavamo insieme, io Njama, Adel, Faruk, Aziz, Ouadi, Mohammed, Said e avevamo creato un luogo dove potevamo raccontarci l’assurda violenza del carcere ma anche le nostre malinconie, i nostri sogni, i ricordi, le speranze, le gioie inattese. Faruk ha 37 anni e, di questi 37, 18 ne ha passati in carcere. Said ha 42 anni e una lunga condanna, tanti anni da passare ancora in carcere ma lui non è solo un detenuto che è in carcere per il reato che ha commesso… è anche il bambino presente nei suoi racconti d’infanzia, nei ricordi della sua famiglia, della sua casa in Marocco. Noi non siamo i nostri reati, noi non siamo i nostri disturbi, le nostre malattie, non siamo il colore della nostra pelle, noi non siamo i nostri problemi con il lavoro, con gli altri… Io non sono io, non sono questo che ha sempre rifiutato un posto fisso, che non arriva alla fine del mese, che ha fatto anche un sacco di errori nella vita e che il sistema ha modellato nonostante le sue resistenze. Io sono un altro, quella parte che resiste, quell’energia sovrabbondante che il sistema economico non riesce a inquadrare e mettere in produzione, lo scarto, la parte che non si allinea, che si sente inadatta, incapace, che si commuove quando legge gli scritti di Faruk o quando ascolta il finale dell’Hymne all’amour di Edith Piaf, che vuole incontrare lo sguardo confuso e solo del bambino Said. Difficile contattare questa parte di noi stessi e viverla come la nostra vera umanità!!! Il sistema culturale nel quale siamo cresciuti, quel sistema patriarcale, identitario, violento che ci ha educati nel culto della performance, del successo, del sistemarsi… della ricerca di serenità, di tranquillità ormai ci ha alienato in identità che impediscono ogni trasformazione, ci ha separato, ci ha individualizzato sempre di più in capsule tecnologiche che mettono in produzione la nostra vita, tutta la nostra vita, ci ha portato ad accettare questa deriva culturale violenta, dove con genocidi e guerre ormai iniziamo a pensare che la legge del più forte sia una possibilità accanto alle altre!!! Fatichiamo a renderci conto di questo e le scritture dal carcere possono esserci utili per farci da specchio: per farci riflettere sui dispositivi di annullamento, di sottomissione, di controllo, di potere che subiamo ogni giorno e per accogliere l’umanità di chi subisce le più devastanti violenze in carcere e farla risuonare nelle nostre esistenze. Accogliere il bambino Said confuso e solo, accarezzarlo con tutta la nostra tenerezza e andare mano per la mano verso la futura, nuova Umanità! Il Carcere rappresenta non solo la discarica sociale, il luogo dove nascondere tutti gli effetti delle contraddizioni violente di questo sistema, ma soprattutto il più evidente dispositivo di schiavitù umana e allo stesso tempo di resistenza, di quotidiana sopravvivenza. Noi cerchiamo di fare evadere l’umanità che è in carcere attraverso la scrittura per testimoniare direttamente qual è l’esperienza del carcere e coinvolgere le persone che sono fuori. La popolazione detenuta sta crescendo dell’equivalente di un nuovo carcere ogni due mesi con un tasso di sovraffollamento del 133%, all’interno di strutture estremamente fatiscenti. La situazione delle carceri italiane non è più sostenibile. Il nostro sistema penitenziario è fuori dalla legalità costituzionale e quotidianamente produce dolore e violazioni dei diritti. Le 74 persone che nel 2025 si sono tolte la vita dietro le sbarre, il terzo dato più alto di sempre, raccontano un fallimento collettivo. Ma per noi il carcere è anche una lente di ingrandimento con la quale vogliamo riflettere sulle nostre prigionie invisibili, sul controllo che ormai abbiamo introiettato dentro di noi e allo stesso tempo sulla nostra fragilità umana, che per noi rappresenta la forza di trasformazione della realtà. Anche all’esterno del carcere in fondo è così. Anche noi siamo costretti in ruoli, in personaggi, in storie che ci condizionano talmente tanto da reprimere la nostra debolezza, impedirle che possa esprimersi, affidarsi; siamo determinati dai rapporti sociali che ci chiedono ogni giorno di mettere in gioco la nostra capacità di affermarci, di vincere, raggiungere l’obiettivo, di cercare la soddisfazione, cercando di nascondere invece le nostre fragilità. Con i progetti sulla scrittura in carcere che da diversi anni abbiamo portato avanti come Collettivo Informacarcere, creando la Rete Sprigioniamo Umanità, vogliamo condividere le tante prigioni che viviamo ma anche le nostre vulnerabilità, incapacità, inadeguatezze partendo dalle scritture dal carcere. Crediamo che sia un’azione importante di resistenza culturale proprio in questi giorni di crescente disumanità rimettere al centro l’umanità fragile, nonviolenta, accogliente, solidale che rappresenta la vera alternativa alle logiche della cultura violenta dominante che ci sta portando ormai all’accettazione inevitabile di genocidi e guerra mondiale. Vogliamo condividere le fragilità umane che nella società della performance sono sintomi negativi di disadattamento da reprimere ma che per noi invece rappresentano la possibilità di affidarci ad una forza più grande di noi, un’energia viva che eccede qualsiasi tentativo di messa in produzione!!! Sarebbe bello se la nostra Chiesa fosse questo: un luogo che accoglie le fragilità, le incapacità, il nostro sentirci inadatti … non per correggerci e farci tornare ad essere performanti ma per trasformare la realtà in un modo inaspettato, in un modo che non conosciamo. Quando siamo deboli, allora siamo forti!!! Amen Predicazione di Paolo Martinino – Domenica 14 Dicembre 2025 Chiesa Evangelica Valdese di Firenze Domenica 24 Agosto "Quando pregate dite..." Letture Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli, 5 non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, 1 E avvenne che, un giorno, era in un luogo a pregare. Appena ebbe terminato, uno dei suoi discepoli gli disse: 9 “Voi, quindi, pregate così: Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, Cari fratelli e care sorelle, l’idea di questa predicazione nasce dalla lettura di un libro, “La preghiera. Commento al Padre nostro” di Karl Barth. Il testo, che la predicazione utilizza e riprende in più punti, mi è stato consigliato in Facoltà, una volta che io, in buona compagnia di tanti altri e altre, ho manifestato, in quel momento di preghiera che qualcuno di voi conosce e che è noto come “Cultino”, una certa difficoltà a pregare. E a pregare con gli altri. A esprimere la mia preghiera non solo a Dio ma ai fratelli e alle sorelle. Intanto a nutrire difficoltà sulla preghiera non solo sono in “buona compagnia” con molti altri studenti e molte altre studentesse, sono in compagnia anche di ben altri “discepoli” che, come abbiamo appena letto nella versione di Luca, manifestano apertamente la loro incapacità alla preghiera. Ammettiamolo. Anche noi facciamo fatica. Non sappiamo come e quando pregare, cosa chiedere e cosa non chiedere. Ci chiediamo se sia meglio pregare da soli o in comunità, se con le labbra o solo “dentro di noi”, e ci facciamo tanti di quei problemi che, se tutto il tempo che perdiamo a chiederci queste cose lo impiegassimo per pregare, beh, sarebbe tutto di guadagnato. Allora cerchiamo di capire meglio cosa significhi pregare. Una cosa che mi ha sempre colpita, fin da bambina, è che Gesù dice: “Quando pregate dite…” Primo problema risolto. Non vi preoccupate di “come”, della postura del corpo: in piedi, seduti, mani aperte, mani al cielo… tutti gesti belli, ricchi di significato, che possono certo aiutarci. Il Signore però ci dice direttamente “dite”, quindi la postura deve essere prima di tutto una postura interiore, una postura “del cuore”. Prima però di addentrarci in “cosa” dire, ripercorriamo un attimo le difficoltà incontrate anche da altri, perché tra i discepoli di Gesù (che non sapevano pregare) e noi, i discepoli del 2025 (che non sappiamo pregare) ci sono tutta una serie di personaggi che si sono posti le nostre stesse domande e forse ci possono aiutare. Lutero, con una certa rigidità, ci dice che il Signore ci comanda di pregare. Bisogna pregare perché è Dio che lo vuole. E quando Dio comanda bisogna obbedire. Penso che su questo siamo tutti e tutte d’accordo. Magari però ricordandoci perché Dio ci comanda le cose… Ricorderete sicuramente che cosa dice Dio a Mosè quando dà il Decalogo. Vi confesso che, venendo da altra formazione, non mi avevano mai fatto riflettere su questo punto e, quando l’ho scoperto, mi si è certamente illuminato un aspetto della vita. In Esodo 20 Dio dice: “Io sono il Signore, il tuo Dio…” e prima di partire a raffica con i comandamenti aggiunge una cosa che, se omessa, stravolge il senso del discorso. “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla casa di schiavitù ”. Ecco, ora, possono partire i comandamenti, non prima. Perché i comandamenti non vengono dati da un Dio “capriccioso” che pretende di essere rispettato. No, i comandamenti vengono dati dal Dio di Amore, dal Dio Liberatore, per rendere anche noi liberi, liberi di amare Dio e amarci l’uno l’altra. Non è un caso che Gesù poi precisi di non essere venuto ad abolire la legge di Mosè ma di darle un “compimento” e racchiuda tutto nei due “comandamenti” dell’amore. E Gesù a volte ci lascia davvero spiazzati! Una volta capito che il comando è un regalo che Dio ci fa, è forse meno difficile capire che anche il comando di pregare va letto in questo modo. La preghiera è un dono straordinario con cui Dio ha deciso di mettersi in relazione con noi. E allora davvero come i discepoli bisogna insistere perché ci insegni a pregare perché non possiamo certo buttare via un regalo così importante. Un giorno, parlando col nostro pastore del fatto che spesso non so come pregare (e non sono la sola) lui mi ha detto che quando manifestiamo la nostra difficoltà a pregare, basterebbe ricordare quello che insegniamo ai bambini e poi noi dimentichiamo… una preghiera si costruisce con le tre “paroline cortesi”: Grazie, scusa, per favore. Pensiamoci un attimo. Non è la struttura del Padre Nostro? Non è la struttura del nostro culto in cui prima si rende grazie a Dio, poi ci rendiamo conto della nostra inadeguatezza e di quanto il peccato ci allontani da Dio e infine, certi del suo perdono, la nostra preghiera diventa preghiera di intercessione? Grazie - Scusa - Per favore. E a proposito di intercessione Calvino diceva che la preghiera è fondata sull’intercessione di Gesù Cristo presso il Padre celeste e insisteva sul ruolo che lo Spirito santo ha nella preghiera. Ora, anche su questa affermazione penso che siamo tutti d’accordo. Tra l’altro da questo ruolo di mediatore di Gesù Cristo, nel dire che l’unico mediatore è Cristo, vengono fuori tutte quelle riflessioni a noi evangelici particolarmente care. Quindi, tutti d’accordo. Eppure …quante domande ci facciamo! Ma Dio ci ascolta? Mah… direi di sì. Ma Dio ci esaudisce? Mica sempre… Mica sempre?!?! Se la preghiera viene portata al Padre dal Figlio per mezzo dello Spirito santo, forse è bene non dubitare nemmeno che venga esaudita! Più avanti, in Luca, nella parte che stamani non abbiamo letto, si dice espressamente: “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” e più avanti ancora “ Se perfino voi che siete malvagi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, tanto più il Padre che è nei cieli darà lo Spirito santo a quanti lo chiedono”. Ecco allora “cosa” chiedere… lo Spirito! Essere esauditi infatti non significa che le cose debbano andare secondo i nostri progetti. Vi racconto una cosa personale e dopo tanti anni per me ancora dolorosa. Quando si ammalò mio padre, portato via in pochi mesi da una terribile malattia, è logico che abbia pregato e anche che abbia chiesto la sua guarigione. È molto umano questo. Non può stare nella nostra testa, non accettiamo che un padre sia strappato alla famiglia prematuramente. Mio padre non guarì però io riuscii a dirgli, a sussurrargli nell’orecchio: “Babbo, ti voglio bene”. Non posso né voglio entrare in dettagli troppo personali ma vi assicuro che in quel momento per lui era davvero importante sentirselo dire e ancora più per me riuscire a dirlo. Credetemi, ho poi capito che la mia preghiera era stata esaudita ben oltre la mia aspettativa... Ma torniamo al Padre Nostro. Già “nostro”. Il testo di Luca non usa l’aggettivo possessivo. Ma lo fa il parallelo in Matteo. In ogni caso nel momento in cui tutti insieme diciamo Padre, non può che essere “nostro” e noi non possiamo non riconoscerci fratelli e sorelle. E anche Gesù è nostro fratello. Quindi Padre nostro perché Padre mio e di Gesù. Noi siamo figli del Padre in virtù di Gesù e di Gesù crocifisso: è sulla croce che si è compiuta la nostra adozione. Ma nostro anche perché mio e tuo, tu ed io, uniti nella chiesa. No, non siamo soli nelle nostre difficili situazioni. E mai la preghiera può allontanarci dagli altri. La preghiera può solo unirci. Quindi, nella preghiera, dobbiamo certamente donarci l’un l’altra quello che possiamo darci, ma mai mettere la fiducia in noi. Questo ci insegna il Padre Nostro. Ci possiamo aiutare l’un l’altra con le parole ma il dono viene da Dio. Questo ci insegna il Padre Nostro. Possiamo avere dubbi sulla sincerità della nostra preghiera e sul valore della nostra richiesta a Dio ma non sul fatto che Dio ascolti o meno la nostra preghiera. Questo ci insegna il Padre Nostro. Barth diceva che può esistere l’uomo senza Dio ma non Dio senza l’uomo. Perché è Dio che vuole esserci Padre. È Dio che vuole continuare a dialogare con noi. E noi lo possiamo fare attraverso la preghiera. E Calvino diceva che “noi preghiamo con la bocca di Gesù”: ecco allora perché la nostra preghiera è già conosciuta a Dio ancor prima che noi la formuliamo. Ecco, a questo punto, riflettiamo un attimo, perché a volte questa affermazione può portare a conclusioni che anziché avvicinarci alla preghiera, ci allontanano. Ma se Dio già sa di cosa ho bisogno, perché io devo chiedere? Non si rischia di cadere nel devozionismo che tanto ci infastidisce e, ancora peggio, nella superstizione? E’ una domanda che ho sentito e che mi ha fatto pensare. E pensandoci mi è venuto in mente Gesù, nel Getsemani, quando, nella sua piena umanità chiede al Padre di risparmiarlo, se possibile, dalla morte orrenda a cui sta andando incontro ma subito aggiunge, “non però come voglio io, ma come vuoi tu”. Sia fatta la tua volontà, diciamo anche noi nella preghiera che Gesù ci ha insegnato. E quando preghiamo allora non possiamo che riprendere la preghiera che è stata pronunciata dalla persona di Gesù Cristo, indipendentemente dal fatto di usarla come formula esatta (come facciamo nel nostro culto) o solo come modello (grazie-scusa-per favore). Sarebbe bello a questo punto ripercorrere tutte e sei le richieste del Padre Nostro. Vi confesso che quando ho scelto questa predicazione a un certo punto mi sono sentita come “scoppiare”. La testa e il cuore. Mi rendo conto che tante riflessioni potrebbero essere fatte su ciascuna delle sei richieste. Ecco perché Gesù ci ha lasciato il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza. Non è possibile analizzare le richieste in un unico sermone, ci vorrebbe un ciclo di predicazioni. Vorrei solo osservare come il Padre Nostro sia diviso in due parti. Le prime tre richieste, in analogia con i primi quattro comandamenti, esprimono la gloria di Dio, sono la causa di Dio. Ma che bisogno c’è di lodare Dio? Se io non lo lodo la sua gloria diminuisce? No di certo! Che bisogno c’è di santificare il nome, di pregare perché il regno venga, perché sia fatta la volontà? Tutte queste cose sono già state realizzate in Gesù Cristo! Noi non aumentiamo e non diminuiamo proprio niente della gloria di Dio! Ma Dio ci vuole unire alla sua causa. Ed ecco allora che nelle seconde tre domande, che rappresentano la nostra causa, dove la prima persona plurale è ancora più evidente (noi, nostro….), ci comanda addirittura di usare l’imperativo: dacci, rimetti, liberaci! A me questa cosa sconvolge. Ma chi sono io, fragile e debole creatura, piena di miseria e di peccato, che oso rivolgermi a Dio con l’imperativo? È possibile farlo perché fin dall’inizio Dio ci ha voluti come suoi, passatemi il termine, “collaboratori”. Dio vuole occuparsi di noi, sue creature, ma ci chiede, ci comanda di occuparsi della sua causa. Ecco perché dobbiamo chiedere. Ecco perché non dobbiamo temere devozionismi o superstizioni. Posso anzi devo osare di rivolgermi a Dio con l’imperativo nella libertà di figlio e figlia del Padre, come fratello e sorella di Gesù perché è Dio che lo vuole e per me è un bisogno. Sì, cari fratelli e e care sorelle, pregare per noi è un bisogno. È come respirare, è come mangiare. E Dio lo sa. Per questo quando preghiamo è felice. Ecco, dopo, nella nostra preghiera comunitaria, proviamo a pensare che noi preghiamo perché Dio è contento se lo facciamo. Ma la preghiera non è comunque un dono a Dio ma un dono che Dio fa a noi per soddisfare un nostro bisogno. Noi abbiamo bisogno di pregare, ma non sappiamo farlo. Ecco però che lo Spirito viene in nostro soccorso. E’ proprio quando preghiamo, se preghiamo veramente, che mostriamo a Dio la nostra fragilità ed è solo così che il Padre può venire in nostro soccorso. Apro una parentesi. Dio non è maschio. L’essere umano, creato a immagine di Dio, è maschio e femmina. Nella Bibbia però Dio viene chiamato Padre. Tante volte ci chiediamo se non possa essere corretto anche chiamarlo Madre. La Bibbia non lo fa, sicuramente per prendere le distanze dai culti pagani della Madre Terra. Personalmente, se non lo fa la Bibbia, non mi sento autorizzata a farlo. Ma le immagini di Dio che la Bibbia offre sono immagini anche di amore materno. In un suo testo Fulvio Ferrario afferma che quando diciamo Padre, se non vogliamo dire anche Madre, possiamo però pensare a un “Padre materno”. Ecco anche questo ci insegna il Padre Nostro. Prima di concludere permettetemi un’ ultima osservazione. Ma perché il racconto della Creazione come lettura di accompagnamento? Che c’ entra con il Padre Nostro? Un attimo fa ho accennato al “Padre materno”. Ecco uno dei motivi per i quali ho voluto richiamare la Creazione dell’uomo e della donna. Ma ce ne sono altri due. Predicazione di Mara Venturi – Domenica 24 Agosto 2025 Chiesa Evangelica Valdese di Firenze
Domenica 15 Giugno
Letture 1 Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Isaia 40,1-2
1 Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, 2 ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo: 3 Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, II Corinzi 1,3-7
Care sorelle e care fratelli, L’inizio del passo è un invito ai Colossesi a “dire bene” di Dio, questo il significato letterale di “Sia benedetto”. Questi due aspetti li possiamo sintetizzare con duedomande rivolte a ciascuna/o di noi. Cara sorella e caro fratello ciascuno di noi dovrebbe porsi la domanda: ho bisogno di consolazione ? Mi sento consolata/o? Questo atteggiamento dobbiamo assumerlo anche come comunità. Siamo turbati per tante sorelle e tanti fratelli che sono tornati al Padre negli ultimi anni lasciando un vuoto, Paolo però ci rassicura che come siamo partecipi delle sofferenze lo siamo anche della consolazione. Il libro di Giobbe ci offre un grande esempio: i suoi amici non lo sanno consolare dalle sue afflizioni e dal profondo del suo dolore lui li apostrofa con queste parole: L’incapacità di condividere le sofferenze e porgere consolazione a chi soffre priva noi stessi, come singoli e come comunità, della consolazione che proviene da Dio. E’ nell’attraversamento comune della sofferenza, nella comunione del pianto, quando sentiamo che il nostro dolore è profondamente condiviso dagli altri e viceversa, Paolo scrive «come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.» (v.5). Il Signore sia benedetto! Amen Culto chiesa valdese di Firenze Domenica 15 Giugno 2025 - Predicazione di Valdo Pasqui
Domenica 26 Gennaio 2026
Letture II Re 5, 9-15 9 Naaman dunque venne con i suoi cavalli e i suoi carri, e si fermò alla porta della casa di Eliseo. Romani 1,13-17 13 Non voglio che ignoriate, fratelli, che molte volte mi sono proposto di recarmi da voi (ma finora ne sono stato impedito)
5 Giunse dunque a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicina al podere che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe;
Cara sorella e caro fratello, Nella sua interezza il racconto è molto articolato e dettagliato, si apre mostrandoci Gesù in cammino per adempiere alla sua missione di conversione e guarigione che si è svolta proprio come un percorso senza sosta, dalla mangiatoia alla croce per poi concludersi con lo sconvolgente evento, della resurrezione (la tomba vuota e le apparizioni). Siamo intorno a mezzogiorno, Gesù è stanco, i discepoli sono andati in cerca di cibo, e lui si siede vicino ad una fonte posta nel podere donato da Giacobbe a Giuseppe e chiede da bere a una donna. Questo apparente e improvviso scarto tra la dimensione umana e quella divina non ci deve meravigliare perché le interpretazioni teologiche dell’Evangelo di Giovanni pongono in evidenza come l’evangelista mostri che in ogni singolo avvenimento della “vita” di Gesù incarnato è già all’opera il Cristo presente nella chiesa. La rivelazione di Dio nella vita di Gesù, la “Parola fatta carne”, è il culmine di ogni rivelazione divina e in questa rivelazione, conclusa nella vita terrena di Gesù, si concentra l’intero processo di salvezza dell’umanità da parte di Dio. Qui si trova l’apice di ogni processo di salvezza, che si è svolto prima di questa incarnazione e che, dopo la vita terrena di Gesù, si svilupperà nella sua comunità (O. Cullmann)secondo una visione che stabilisce una continuità fino dalla creazione, preesistente nella storia di Israele e che prosegue con l’azione del Cristo glorificato nella Chiesa (B. Corsani). Tuttavia, questa mattina, siamo invitati a riflettere (solo) sulla prima parte del racconto la quale ci offre un concentrato di spunti di riflessione che da un lato lascia imbarazzati nella scelta e dall’altro ci stupisce per la genialità narrativa dell’evangelista. Come spesso mi accade, di fronte alla ricchezza di questi testi, anche questa volta mi sono posto la domanda: come trovare parole di senso compiuto che non sviliscano o, peggio, distorcano il significato originario rischiando di piegarlo alle nostre visioni contemporanee? Forse bisognerebbe tacere, limitarsi a ascoltare e meditare riscoprendo la potenza e l’efficacia dell’Evangelo sine glossa, cioè senza aggiunte che possano sminuirlo e alterarlo! Ma poiché non voglio sottrarmi al compito di commentare lo farò evidenziando tre elementi, il luogo, l’incontro, l’acqua che cercherò di ricondurre alla dimensione personale di ciascuna/o di noi. Gesù sta risalendo dalla Giudea per recarsi di nuovo in Galilea e così passa attraverso la Samaria e si ferma a Sicar, presso la fonte del podere dato da Giacobbe a suo figlio Giuseppe. Da secoli i rapporti tra i giudei e i samaritani erano compromessi. Intorno al 922 a.C., dopo la morte del re Salomone, le popolazioni del nord si erano separate dal regno di Giuda, posto al sud, dando vita ad un regno indipendente con capitale Samaria, instabile e contraddistinto da continui avvicendamenti sul trono e sommosse contro i re, fino alla distruzione ad opera dell’impero Assiro nel 722 a.C.. Oltre alle vicende politiche gli ebrei del vecchio regno del nord, i Samaritani, erano malvisti da parte di quelli del sud che li accusavano di non essere “abbastanza ebrei” per aver mescolato la fede ebraica facendo coesistere con la Torah anche il culto di divinità pagane dando luogo a un sincretismo incompatibile con la fede ebraica. Più avanti nel testo al Cap. 10 di Giovanni al v.16 Gesù, nel paragonarsi al buon pastore, dice di avere altre pecore e afferma che “vi sarà un solo gregge, un solo pastore”, ponendosi così nella prospettiva di realizzare l’antica profezia di Ezechiele (cap. 37, v. 21-22) "Ecco, io prenderò i figli d'Israele dalle nazioni dove sono andati, li radunerò da tutte le parti, e li ricondurrò nel loro paese; farò di loro una stessa nazione, nel paese, sui monti d'Israele; un solo re sarà re di tutti loro; non saranno più due nazioni, e non saranno più divisi in due regni”. Infattipoi l’evangelista ci dice che Gesù restò due giorni e che molti Samaritani “credettero a motivo della sua parola” (v. 42). b) L’incontro con la donna Ancora una volta Gesù rompe gli schemi rivolgendo la sua attenzione a una persona ai margini: samaritana, donna e con una storia personale non specchiata. Ma questa donna anonima viene toccata dalle parole di Gesù tanto da intuire che egli sia proprio il Cristo. E’ proprio a lei che la Parola incarnata riserva il privilegio di rivelare la propria identità di Messia: «Sono io, io che ti parlo!» (v.26). Che forza in questa duplice affermazione “Sono io” e “io che ti parlo” ! Apparentemente nel nostro testo l’acqua svolge il ruolo di innescare il dialogo tra Gesù e la donna, il pretesto a cui Gesù ricorre per attaccare discorso con questa sconosciuta ed è l’oggetto di un fraintendimento tra i due quando Gesù capovolge i ruoli offrendo lui dell’acqua alla donna che non capisce il significato profondo di questa offerta. Due sono gli aspetti che colpiscono. Per la donna l’acqua da attingere dal pozzo con il secchio è un compito faticoso di cui noi abituati ad avere l’acqua corrente che esce dai rubinetti casa abbiamo perso la cognizione della ripetitività stancante. Per rendercene conto basta pensare a quelle aree deserte o in via di desertificazione nel mondo (p.e. in Africa) dove donne e bambini sono costretti a percorre ogni giorno una lunga, assolata e polverosa strada per procurarsi l’acqua necessaria al fabbisogno domestico. Gesù capovolge la situazione e dice «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato dell'acqua viva» (v.10). E noi ? Cosa ci dicono questa immagine e questo ribaltamento di prospettiva? Cara sorella e caro fratello, come nel dialogo personale con questa donna Gesù fa emergere la sua condizione personale, così Egli viene incontro a ciascuna e ciascuno di noi,
Domenica 12 Gennaio 2025 «Ma dunque, sei tu re?» Letture:
Poiché, ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra; Isaia 65,17-19
grazia a voi e pace da colui che è, che era e che viene, Apocalisse 1,4b-8 testo per la predicazione: Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?» Gesù rispose: «Dici questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?» Giovanni 18, 33-37
Cari fratelli e care sorelle, le letture scelte per oggi ci indagano, ci interrogano e un po’ ci inquietano. Nel breve brano scelto per la predicazione, molti gli interrogativi che ci scrutano dentro. A Giovanni stanno a cuore il tema dell’incarnazione (nel prologo “la Parola si fa carne”), quindi il tema dell’inviato: Gesù, il figlio preesistente all’evento della sua nascita, è inviato dall’amore del Padre, il suo destino terreno si compie perché inviato. E si compie in un mondo in cui regnano le tenebre che solo la luce della Verità potrà illuminare ( E questa parola ci sta particolarmente a cuore: “Lux lucet in tenebris”). Quella di Giovanni quindi non è tanto un’escatologia che rimanda al mondo che verrà ma che si compie nell’incontro del Padre con il Figlio, sulla croce. Che assurdità! Regno, re, croce. Non stanno insieme. Non possono stare insieme. Caliamoci nella lettura. Pilato è colpito da questo strano personaggio. “Ma chi sei? Ma non hai paura di me?” Dirà poco dopo: “Posso farti vivere o morire, lo sai questo?”. E questo pazzo di Gesù non risponde o fa discorsi a dir poco assurdi fino a proclamarsi re. Un re parecchio strano. Che era entrato a Gerusalemme sul dorso di un puledro d’asina. Su un “ciuchino”, non su un cavallo. Che strano questo re. Un re che si lascia spogliare fino a farsi crocifiggere nudo. Nell’ arte lo si rappresenta sempre con una fascia ai fianchi, ma i Romani, veri professionisti nell’infliggere sofferenza fisica e psicologica, crocifiggevano nudi: con tutto ciò che quel tipo di morte comporta, la nudità diventava un ulteriore motivo di scherno. Che strano questo re. Accetta la sofferenza. E che sofferenza. Ora, nel corso dei tempi, questo concetto di sofferenza è stato stravolto. Permettetemi di raccontarv i un episodio che mi è capitato qualche tempo fa. Incontro una donna. Ci parliamo. Scatta una certa confidenza e complicità. Ci mettiamo a nudo raccontandoci reciproche sofferenze del passato. Scopro che è stata vittima di violenza domestica e ha addosso un notevole numero di punti di sutura. La cosa di per sé già basterebbe a crearmi sdegno, ma non finisce qui. Mi racconta di essersi recata da una persona per chiedere aiuto e questa, per tutta risposta, ha pensato di aiutarla portandola davanti al Crocifisso e dicendole “Guarda quanto ha sofferto Lui. Puoi e devi soffrire anche tu!”. Non voglio certo mettere in dubbio le buone intenzioni di quella persona, ma io credo che così il messaggio cristiano venga decisamente stravolto. Vi ricordate ormai una ventina di anni fa il film “The Passion”? Provocò reazioni contrastanti. Personalmente, a me non piacque affatt,o perché venne dedicato un tempo a mio avviso eccessivo alla flagellazione e alla sofferenza, con il rischio di far passare il messaggio che la salvezza dell’essere umano venga dalle sofferenze patite dal Cristo. E questo è aberrante. È quello che fa dire a una vittima di violenza domestica “soffri in silenzio”. No! Non è questo il messaggio cristiano. La salvezza non viene dalla sofferenza, non viene dalla morte in sé ma viene dall’amore con cui Dio ha accettato di morire al mio posto. Eccolo il messaggio. Gesù non è stato il primo né l’ultimo condannato a morte innocente. Quanti innocenti continuano a morire ogni giorno! Penso ai bambini israeliani e palestinesi. Non sono forse innocenti condannati a morte? Penso ai bambini russi e ucraini. Penso alle donne uccise dalla cieca violenza maschile. Penso alle vittime di violenza domestica e di violenza sessuale, penso alla pedofilia … le vittime non muoiono, forse, nel senso stretto del termine, ma è una morte anche quella. E poi si potrebbe andare avanti con le condanne a morte nei paesi che si ritengono civili e dove spesso le condanne, già di per sé ingiuste, arrivano dopo un processo sommario. Tutti morti innocenti. Ma nessuno di loro muore per salvare me, muore al mio posto, muore per recarmi salvezza. E’ Dio stesso a farlo, è nella sua piena libertà che Dio decide di sottomettersi, decide, anche se libero, di rinunciare alla sua libertà o, meglio, usare la sua libertà per diventare il servo innocente, il servo obbediente, sottomettersi per primo e per recarmi salvezza. Che strana questa idea di libertà e di sottomissione. Eppure è la realtà cristiana: siamo davvero liberi se usiamo la libertà per servire e per servire Dio. Lutero stesso, in apertura del testo “Libertà del cristiano” dice chiaramente che il cristiano è, sì, libero signore sopra ogni cosa ma anche servo volenteroso sottomesso a ciascuno. E, come ci ricorda anche Giovanni, poco più avanti del brano che abbiamo letto, quando ci racconta la morte in croce, Dio stesso, in Cristo e sulla croce, si sottomette per primo e lo fa affinché la croce diventi per l’essere umano porta di accesso alla salvezza. Che strano però questo re, e che strano questo regno. Un regno che non è di questo mondo. Un regno che trova la sua realizzazione solo nell’incontro misterioso del Padre e del Figlio, che Gesù stesso dice essere una cosa sola, sulla croce. Quel Figlio apparentemente abbandonato ma che avrà la forza di dire “È compiuto!”. E’ compiuto cosa? La sua missione. L’inviato dall’ amore del Padre ha una missione da compiere e la compie in tre momenti:
“E’ compiuto”. Con queste parole ho annunciato la morte di mio padre al ministro che si sarebbe occupato del funerale. Lui ha apprezzato. Altri hanno pensato che fossi megalomane. E invece non siamo megalomani se proviamo a ricondurre la nostra morte a quella di Cristo. Ma non certo perché la nostra morte o la nostra sofferenza possa essere minimamente paragonata a quella di Gesù, ma perché è la nostra fede che ce lo chiede. A me piace molto definire la fede (ammesso che si possa definire…) non tanto come il nostro sì a Dio ma come il nostro amen al sì di Gesù Cristo. Se il Cristo non avesse detto quel sì (che gli è costato, gli è costato un prezzo elevatissimo), se non avesse accettato la pazzia della morte di croce, saremmo ancora immersi nelle tenebre e senza via d’uscita. Dire amen al sì di Gesù Cristo, cioè rimettersi completamente in Lui, gettarsi nel suo amore folle che accetta la morte più ignominiosa che ci potesse essere, lasciare agire Dio in noi, lasciarci modellare per vivere in un mondo, che non è forse il suo regno, ma è il mondo nel quale ha deciso di vivere, in cui continua a vivere da Risorto, in cui ci chiede di seguirlo, di sottometterci sì, ma in libertà, perché Dio stesso lo ha fatto per primo. Pilato, più per compiacere la folla che per altro, fece mettere quel cartello sulla croce: “Il re dei Giudei” e così facendo sarebbe dovuto essere un ulteriore motivo di scherno. Come la veste rossa e la corona di spine. E invece, così facendo, quel Dio incredibile, quel Dio che sa prendere le nostre miserie e trasformarle, quel Dio che tutto può, ha mostrato una grande verità: eccolo il vostro re, sì è sulla croce, è re sì, ma re di riconciliazione e di perdono. Perché è con la sua morte, offerta liberamente e per amore, che ci ha riconciliati. Solo credendo in Lui possiamo, per grazia, essere salvati. Una mia amica ha un quadro dove è rappresentato Gesù che porta la croce. La prima volta che lo vidi mi colpì per un particolare: aveva la veste rossa addosso. Con una certa arroganza, devo ammetterlo, scossi la testa dicendo: “Ma questo pittore l’ha letto il Vangelo? Ma non lo sa che la veste rossa gli viene poi tolta?” Ma che presunzione assurda la mia! Ok, il quadro non sarà coerente con la lettura del Vangelo ma solo ora mi rendo conto che l’autore forse voleva comunicare qualcosa: quel Gesù è e rimane RE! Anche se nudo. E mi spingo oltre. Nelle nostre chiese riformate abbiamo tolto, e aggiungo – giustamente - il Crocifisso. E conosciamo i motivi. Non solo o non tanto per l’osservanza al secondo comandamento ma, e questo è a mio avviso il motivo principale, perché Cristo è il Vivente in mezzo a noi. Tutto vero. Io però sono convinta che già nel Crocifisso sia presente il Risorto. Quel Re di riconciliazione e perdono che passa dal venerdì santo per arrivare alla Pasqua e poi alla Pentecoste. Un unico mistero. Che non possiamo separare. Dov’è allora il Regno? Dov’è ora il Re? Il Regno è già qui perché il Re-Crocifisso ma Vivente è in mezzo a noi. E’ un Re che ha lasciato il suo trono per vivere nelle miserie umane, nelle tenebre umane per portarci la luce. Luce che, pur se offuscata dal peccato, continua a essere in noi, risplende ogni qual volta viene osservata la volontà del Padre. “Lux lucet in tenebris”, e luce che non potrà mai spengersi. Nessuna guerra, nessuna violenza, nessun omicidio potrà mai spengerla. E noi lo crediamo. Vano, altrimenti, sarebbe stato l’estremo sacrificio di Gesù-Dio che “sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Amen
Predicazione di Mara Venturi - Chiesa Evangelica Valdese di Firenze Domenica 12 Gennaio 2025 |
![]() Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre 2025 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze |