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Meditazioni

 

 

In preparazione della Pasqua

 

Testo:
Matteo 4,1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 
3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 
4 Ma egli rispose: «Sta scritto: ‘Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio’». 
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: ‘Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo Essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti col piede contro una pietra’». 
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: ‘Non tentare il Signore Dio tuo’». 
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 
10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: ‘Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto’». 
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano”.

Vi  chiedo di pensare al culto come a una serie di fasi preparatorie:
1) l'invocazione 2) la confessione e l'assoluzione 3) la lettura delle Scritture
4) l'omelia e la conclusione.

Nel libriccino Un Giorno, una Parola, che ci guida nella lettura biblica giornaliera, la giornata odierna è indicata come la “Prima domenica dalla Passione di Cristo”. Il termine "Passione" in questo contesto viene concepito come sofferenza.
La sofferenza: diversi membri della nostra comunità hanno sofferto perdite in questi ultime settimane. Non vogliamo ignorare la realtà e il peso della sofferenza, ed esprimiamo solidarietà con loro. Ma "passione", applicato a Cristo può anche essere ripensata nell'altro senso della parola, cioè, la passione per qualcosa. Ed era proprio questa sua passione per la verità, per la giustizia, per chi soffre, per chi è escluso, per l'amore del prossimo che ha portato Gesù su una strada che lo ha condotto alla morte.
Forse per noi Protestanti quest'approccio è più naturale, forse più utile. C'è un motivo se la nostra croce è vuota; non diamo enfasi al Cristo crocifisso ma alla croce vuota, superata.
Che ne facciamo di questo periodo dell'anno ecclesiastico? Come Riformati mi sembra che siamo meno attenti di tanti altri cristiani ai suoi ritmi. Per alcuni l'espressione “anno ecclesiastico” fa pensare a riti che a noi non appartengono. Non deve essere per forza così. Forse è un esempio come rischiamo di non godere bene un patrimonio anche nostro, non soltanto, per esempio, qualcosa dei cattolici, degli ortodossi, degli anglicani, dei luterani.

E' curioso che  Un Giorno, una Parola non usi la parola Quaresima. Passione di Cristo, Quaresima - un momento anche per noi di preparazione. Ci offre un momento di riflessione, di ripensamento, di pentimento, esattamente come in ogni nostro culto è essenziale la confessione di peccato. Ognuno di noi, in silenzio, vive la confessione nel suo modo personale, privato. E può essere così anche mentre ci avviciniamo alla Festa di Pasqua.
La parola Quaresima evidentemente viene dal numero quaranta, un numero, come altri, caro agli Ebrei ma anche ai primi cristiani. Pensiamo ai numeri 3 o 7 o 8. "Quaranta giorni e quaranta notti" sembra che fosse una frase per dire "per un lungo periodo". Comunque, di solito, nella Bibbia aveva una relazione con i periodi di preparazione: 40 giorni di pioggia del diluvio universale, 40 anni nel deserto per fare maturare gli Israeliti per l'ingresso nella Terra Promessa, ma anche 40 giorni delle tentazioni di Gesù nel deserto prima dell'inizio del suo ministero che era nella lettura di oggi, 40 giorni di presenza e insegnamento di Gesù prima dell'Ascensione.
Possiamo trovare un approccio valdese o metodista in questo nostro viaggio verso Pasqua? Oggigiorno, comunque, in questo mondo complesso, frenetico, senza sosta, con un bombardamento di stimoli e di sfide, tanti di noi sentono il bisogno di fermarsi, di fare una pausa, di rivedere dove sono stati, dove sono, dove vogliono andare. Durante la Quaresima, una volta in sosta, forse potremmo prepararci bene per godere quello che vantiamo di essere, il Popolo della Parola. Probabilmente la preparazione più ovvia e semplice per festeggiare la Pasqua è la lettura regolare e sistematica della Bibbia.
Secoli fa, tanti secoli fa, perché la tradizione di un periodo preparatorio
per la Pasqua viene da lontano, Sant'Agostino ha proposto di usare questo periodo dell'anno per concentrarci sull'elemosina, sulla preghiera, sul digiuno. Pratiche non nostre? Perché no? Anche Agostino è patrimonio nostro. Non è un caso che Lutero fosse un Agostiniano. Ma non voglio soffermarmi su queste azioni che possono certamente essere risorse anche per noi - l'elemosina, la preghiera, il digiuno possono esserci utili, e non soltanto in questo momento dell'anno.
Preparazione per la Pasqua. Alla fine, a che serve la Pasqua? Tramite la confessione dei peccati ci rendiamo conto dell'importanza e della ricchezza dell'assoluzione. Ci fermiamo, ci guardiamo intorno e dentro e arriviamo a dire "Vieni, Signore, abbiamo bisogno di te." La stessa dinamica vale per la Quaresima. Possiamo fare un bell'elenco, spesso lungo, dei nostri peccati, ma propongo di tornare alla base.
Forse una dimensione nostra per la preparazione possiamo trovarla nell'identità minoritaria, una dimensione che ci mette costantemente in questione. Chi siamo noi? Dov'è il nostro posto? Siamo talmente piccoli e insignificanti che non possiamo illuderci di avere tutte le risposte, tutta la verità. Né che gli altri non contino nulla. Potrebbe essere un modo di pensare per tutti i Cristiani, ma siamo stati benedetti di vivere fortemente questa situazione di dubbi e di ricerca.

Il mese scorso, all'incontro sui valdesi al Gould, il moderatore Bernardini ha notato che, per una ragione o un'altra, come minoranza non siamo caduti nella trappola di isolarci, di chiuderci, di distanziarci dal mondo, dal prossimo. Invece possiamo sentirci spinti dalla voglia di uscire, di andare verso gli altri. Da questi contatti possiamo capire, e forse abbiamo capito, quanto gli altri, proprio nella loro diversità, ci arricchiscano, ci completino.
Qual è il peccato di Adamo ed Eva? La voglia di diventare come Dio, perfetti, completi. Non ci arriveremo mai, ed è bene riconoscerlo. Come la nostra esperienza di chiesa ci ha aperto a quello che gli altri hanno da darci, il passo più importante, credo, e forse molto utile nel questo periodo di attesa della Pasqua, è fermarci, guardarci intorno, e dire semplicemente "Signore, riconosco di non essere completo, aiutami, vienimi incontro per proseguire il percorso verso la Tua perfezione." Come San Paolo ha scritto, "vanto della mia imperfezione conoscendo che il Signore mi viene incontro."
Recentemente il Parroco della Pieve di Sant'Agata, a due passi da Casa Cares, mi ha chiesto di accogliere una richiesta che mi stava per arrivare da una loro catechista, cioè di presentare i valdesi, i protestanti ai suoi ragazzi della quinta elementare. Un bel compito. Ovviamente è inutile tuffarsi nei dettagli storici, ma abbiamo goduto il momento insieme, almeno io, parlando di un'Italia praticamente monocolore nel 1861. Era un mondo dove il diverso non era conosciuto, certamente non integrato, non apprezzato. Nell'Italia di oggi, invece, possiamo dire di poter godere una diversità di tutti i colori.
Per i ragazzi avevo disegnato un grande punto interrogativo. Dopo aver parlato dell'importanza della diversità ho suggerito che possiamo godere il momento in cui viviamo: tante opportunità di conoscere e godere quello che è diverso. Ho chiesto ai ragazzi di colorare il punto interrogativo e di andare verso quello che non conosciamo. Li ho ringraziato di essere venuti a conoscere, per quanto era possibile, i valdesi.
Godiamo anche noi i bei punti interrogativi che abbiamo in preparazione per la Pasqua.

Predicazione di Paul Krieg, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 10 marzo 2019

 

 

 

70 anni dalla Dichirazione Universale dei Diritti Umani

Letture:
Romani 2,1-16
“[…] ma gloria, onore e pace a chiunque opera bene, al Giudeo prima e poi al Greco; 11 perché davanti a Dio non c’è favoritismo. 
12 Infatti tutti coloro che hanno peccato senza legge periranno pure senza legge; e tutti coloro che hanno peccato avendo la legge saranno giudicati in base a quella legge; 
13 perché non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che la osservano saranno giustificati. 
14 Infatti quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a se stessi; 15 essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda. 
16 Tutto ciò si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo”.

I Gv 2,7-11
Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita.  8 E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo, il che è vero in lui e in voi; perché le tenebre stanno passando, e già risplende la vera luce. 9 Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. 10 Chi ama suo fratello rimane nella luce e non c’è nulla in lui che lo faccia inciampare. 11 Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi”.

Ger 31,31-33
«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; 
32 non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; 
33 «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo»”. 

 

Settanta anni fa veniva promulgata a Parigi la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Essa fu il frutto di mediazioni e discussioni tra mondo occidentale e orientale. Fu l’affermarsi di una speranza dopo la distruzione della seconda guerra mondiale, le città bombardate e distrutte, la Shoa, la bomba atomica su due città giapponesi.
Fu una dichiarazione laica che, per essere universale, non voleva fare riferimento alle religioni mondiali, ma a un fondamento etico più di base che appartiene a ogni essere umano.
A ogni essere umano appartiene la dignità e il diritto a una vita piena, ogni essere umano ha una corresponsabilità nella diffusione di questi diritti a tutti e a tutte.
Le comunità cristiane possono riconoscere in questo degli echi di indicazioni molto precise sull’amore del prossimo contenute nell’evangelo; amore del prossimo che viene prima di qualsiasi precetto religioso, di qualsiasi definizione identitaria.
La presenza di Dio non chiude la comunità in confini o mura, ma la apre nel mondo, non esclude, ma include, e restituisce dignità alle persone come creature uguali, figli e figlie di Dio.
Ma c’è di più. L’apostolo Paolo sembra affermare che c’è una legge morale nell’essere umano, che gli fa comprendere il giusto e l’ingiusto.
Anche se viviamo in tempi di confusione sui diritti delle persone e sui diritti di cittadinanza, anche se la comunicazione è oggi spesso manipolata e contraffatta, c’è qualcosa scritto nei cuori, che appartiene a tutta l’umanità.
Secondo i profeti, è la legge dell’amore che Dio stesso ha scritto nei cuori. E’ lo stesso Dio di tutti i popoli, di quelli che hanno una rivelazione esplicita e di quelle religioni lontane, che fatichiamo a riconoscere.
Dio si è manifestato guidando un popolo, Israele, fuori dalla schiavitù a formare una nazione e, per altri popoli, suscitando capacità giuridiche e filosofiche.
I modi molteplici dei profeti di definire criteri di giustizia e convivenza sono – diciamo noi – ispirati dal Dio che crea e guida i popoli del mondo. Con la mano sinistra Dio porge ai popoli fondamenti di leggi giuste, mentre, con la destra, offre l’evangelo (secondo la dottrina dei due regni di Lutero).
In ogni caso, l’apostolo Paolo è molto concreto e invita a considerare come agisce Dio nei confronti di tutta l’umanità: cioè senza favoritismi e con giustizia.
Questo porta la conseguenza, valida per tutti, che non è sufficiente ascoltare la legge o riconoscere formalmente i diritti promulgati, magari con belle cerimonie.
Poiché in ballo qui ci sono le vite dei bambini e delle bambine di tutto il mondo, le vite disprezzate degli ultimi, i cittadini neri uccisi purtroppo anche qui a Firenze, l’ultimo di essi – Idy Diene – ucciso su un ponte solo perché nero.
In ballo ci sono esistenze minacciate di morte per una fede, per un’idea, un’opinione o perché si alza la voce a contrastare la violenza e la corruzione.
Non si può soltanto ascoltare la Dichiarazione dei Diritti umani, come se fosse esterna alla nostra vita; essa va fatta nostra e messa in pratica contro ogni disprezzo della vita umana.
L’amore del fratello, della sorella, ci dice Giovanni apostolo, è insieme un comandamento nuovo e vecchio. Vecchio perché lo conosciamo sin dall’inizio del mondo, sin dalla violenza di Caino su Abele; sappiamo distinguere vita e morte, male e bene – e anche Caino ne era capace. Ma nuovo, perché la luce che viene, Gesù, illumina ancora questa consapevolezza umana, dà ancora maggiore forza al riconoscimento umano della dignità di tutti, di ogni persona.
Nessuno può essere considerato uno scarto, nessuno è dimenticato, ma tutte le persone sono preziose agli occhi di Dio che offre a ognuno/a il diritto di una vita piena.
E’ qualcosa che le comunità religiose devono riaffermare, che noi chiese dobbiamo sostenere con forza.
Non ci sono mura o confini che separino le creature umane, tutte fatte a immagine e somiglianza di Dio, tutte desiderose di una vita piena, tutte degne di essere apprezzate e non disprezzate, accolte e non escluse.
La Dichiarazione dei Diritti Umani è stato un passo importante per il mondo che unito deve affrontare le grandi sfide dei cambiamenti climatici e delle ingiustizie globali.
Noi ringraziamo Dio per avere ispirato, settanta anni fa, intelligenze e cuori a scrivere questa Dichiarazione, e agiamo nel presente per renderla attuale nel mezzo della nostra società.

Predicazione di Letizia Tomassone nella Chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 9 dicembre 2018

 

 

Un Dio che ci chiama però attraverso la Scrittura a sognare un mondo diverso

Letture:

Genesi 28,10-17
Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. 
Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. 
Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto». 
Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!» 
Ebbe paura e disse: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!»

 

Matteo 1,18-25
La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 
19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 
20 Ma mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. 
21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù2, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati». 
22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 
23 «La vergine3 sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi».
24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 
25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù”.

 

il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial di Washington, il reverendo M.L. King pronunciava quelle poche e semplici parole che sarebbero però diventate presto storia: “Io ho un sogno”. Un bel po’ di tempo di tempo prima, ci racconta la Bibbia, Giacobbe, invece, aveva fatto un sogno… Sottolineo i verbi che precedono la parola “sogno” perché, se ci facciamo caso, la lingua italiana consente la possibilità di questa differenza: quella tra “avere” e “fare” un sogno. D’altronde, anche nell’inglese del rev. King esiste una differenza simile tra, ripeto, avere e fare un sogno.
Per ora però lasciamo questa osservazione aperta (ci torneremo in conclusione) e proviamo a farci un’altra tanto interessante quanto complessa domanda: qual è il rapporto tra Bibbia e sogno e, soprattutto, tra Bibbia e interpretazione dei sogni? Detto in parole semplici, lo potremmo definire un rapporto “d’amore e odio”, o quantomeno un po’ ambiguo. Perché è vero che Dio si rivela a Giacobbe in sogno, è vero che più avanti suo figlio Giuseppe durante la prigionia in Egitto diventa un apprezzato interprete di sogni, così come, d’altronde, sarà anche il profeta Daniele alla corte persiana. Se, ancora, è vero che anche il Giuseppe dei Vangeli fa diversi sogni “significativi”, è anche vero che nelle scritture compaiono versetti come questi:

Deut eronomio18,10-11°: “Non si trovi in mezzo a te chi fa passare suo figlio o sua figlia per il fuoco, né chi esercita la divinazione, né astrologo, né chi predice il futuro, né mago, né incantatore, né chi consulta gli spiriti, né chi dice la fortuna, né negromante, perché il SIGNORE detesta chiunque fa queste cose”.
Zaccaria 10:2aPoiché gl'idoli domestici dicono cose vane, gl'indovini vedono menzogne, i sogni mentono e danno un vano conforto”.

Inoltre, è vero che nella Bibbia Dio comunica con alcuni mediante sogni, ma ciò avviene di rado. In generale, i sogni non sono mai la principale forma di comunicazione divina. Molti “fedeli servitori di Dio” dell’Antico Testamento non ricevettero mai messaggi da lui in sogno, in primis Mosè, il primo tra i profeti. Questa differenza di vedute tra “sostenitori” e “detrattori” dei sogni nella Bibbia, con ogni probabilità è dovuta alla varie tradizioni che si sono intrecciate e sovrapposte nel (lungo) processo di stesura definitiva della Bibbia ebraica.
Ora, se già alcuni degli autori e redattori biblici erano un po’ scettici, il lettore di oggi, in un presente dove, volenti o nolenti, siamo un po’ tutti “figli di Frued”, può avere ancora più difficoltà nell’accordare piena fiducia a un’interpretazione dei sogni che sia diversa da quella psicologica e psicanalitica. Anche il sogno di Giacobbe è assolutamente “passibile” di un’interpretazione di questo tipo, peraltro legittima e interessante, infatti credo ne esistano diverse.
Ma faremmo un torto al nostro testo nel provare (o quantomeno nel provare in primis) una lettura di questo tipo, innanzitutto perché non è il sogno in sé il vero fulcro di questo racconto biblico. Proviamo allora a rileggere il testo chiedendoci innanzitutto: chi è questo Giacobbe “in viaggio”, o meglio, “in fuga”? Detto senza giri di parole, è un opportunista e un imbroglione: ha imbrogliato il padre Isacco in modo ignobile, approfittando della sua età avanzata e della sua cecità: gli ha strappato, mentendo, la sua benedizione e ha privato il fratello Esaù del suo diritto alla primogenitura. Ora, come capita ogni tanto agli imbroglioni, Giacobbe ha perso tutto: la sua famiglia, la sua casa, la sua terra… Porta con sé soltanto quella benedizione estorta con l’inganno. Ma è qualcosa di grande, quella benedizione, perché significa un rapporto strettissimo, particolare e unico, col misterioso Dio del nonno Abramo e di suo padre Isacco. Ora però deve fuggire, il più lontano possibile, per sottrarsi all’ira di suo fratello.
Durante questo viaggio, questa fuga senza meta verso territori ignoti, sopraggiunge la notte, e Giacobbe è costretto ad accamparsi alla meglio in questo posto apparentemente insignificante. “Giunse in un certo luogo […]” ci dice il testo, volutamente vago.
Giacobbe d’altronde è un esule, e il luogo di un esule è un non-luogo. L’esule fugge da un posto che ha nome e caratteristiche precise, a lui note, ma non sa verso cosa va. Non ha una meta. Non ha un progetto. Non ha altra ambizione, almeno per il momento, che sottrarsi alla morte e alla violenza. “L’esilio è la morte col nome sbagliato” scriveva Shakespeare, e possiamo facilmente immaginare quali fossero i sentimenti di tristezza, (forse) colpa e paura del futuro che animavano Giacobbe in un momento del genere: al freddo e al gelo, con una pietra per cuscino. Il testo non lo dice, ma si può facilmente ipotizzare che sia stremato, quindi si addormenta, e, come tutti, fa un sogno…
Ora, ci sono state e ci saranno in futuro tante interpretazioni e considerazioni sulla prima parte di questo sogno, su questo singolo versetto, il 12, nel quale è tratteggiata questa poderosa immagine della scala (che poi tale non è, si tratta di una “rampa”) e questi angeli (che tali non sono, se non nel senso originario di “messaggeri di Dio”) che si affannano avanti e indietro su questa rampa simile a uno ziggurat babilonese (ma anche, almeno idealmente, alla Torre di Babele), su è giù tra terra e cielo, e viceversa. Noi proviamo, invece, a  prendere una strada diversa, a concentrarci maggiormente non su ciò che “vediamo”, ma su ciò che “ascoltiamo” immediatamente dopo nel testo. E ciò che ascoltiamo è la rivelazione di Dio (“Io sono il SIGNORE, il Dio d'Abraamo tuo padre e il Dio d'Isacco”) e la sua promessa: “Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai […]”.
L’incontro di Giacobbe con il Signore avviene in sogno, in un momento di abbandono e vulnerabilità e, va sottolineato, Giacobbe non ha fatto nulla per evocarlo, non si è raccolto in preghiera prima di addormentarsi, non ha invocato il nome del Dio di suo padre Isacco e di suo nonno Abramo... Ma questo Dio, il SIGNORE, lo sorprende, si  immischia  in  una  vita  che  non  si  aspettava  per  niente  di  essere riscattata  e  rimessa  in cammino, tanto è vero che la sua reazione la mattina dopo il sogno è di stupore misto ad un certo spavento: “Dio è in questo luogo e io non lo sapevo!” Ebbe paura e disse: «Com'è tremendo questo luogo! (vv 16-17).
 Ed è questa la cosa straordinaria, nel senso letterale del termine: Dio si manifesta laddove è meno atteso, ed è un truffatore fuggitivo a ricevere questa parola di grazia. E, aspetto non marginale, il racconto stesso rifiuta pacificamente di chiarire, di interpretare questa incoerenza, attenendosi piuttosto alle realtà concrete e agli avvenimenti.
Ora, se “Dio è in questo luogo”, questo luogo non è più un anonimo pezzo di terra. Giacobbe si rende conto che lui, l’uomo raggiunto dalla promessa, si trova ora nella “casa di Dio” e quel luogo adesso è la “porta del cielo”.
L’elemento stra-ordinario dunque non è la visione della scala, né la manifestazione di Dio: è Dio stesso! Un Dio che si presenta in modo tanto improvviso quanto decisivo a un esule, un fuggiasco imbroglione. Il sogno è solo un mezzo che permette l’irruzione di un’alternativa nella sua esistenza; qui, come altrove in Genesi, è (anche) un espediente narrativo attraverso cui il progetto di Dio irrompe nella realtà.
Ed è in questo precario equilibrio tra sogno e veglia, tra realtà e mondo onirico che possiamo situare anche l’immagine della scala e i suoi “angeli” che vanno e vengono: il cielo ha che fare con la terra. La terra è un luogo di possibilità perché non è e non sarà mai abbandonata da Dio che, nella croce e resurrezione di Cristo, dell’Emmanuele, ci ha rivelato una volta per tutte che Dio è con noi.
C’è un antico spiritual della tradizione afro-americana, quella da cui naturalmente proveniva il rev. King, intitolato proprio “We are climbing Jacob’s ladder” (“Noi saliamo sulla scala di Giacobbe”), nel quale si fa riferimento ad un “soldier of the cross”, un “soldato della croce”.
Ricordiamoci però che questi “soldati della croce”, così come gli angeli, i messaggeri di Dio del testo, non devono solo salire dalla terra al cielo, ma anche scendere dal cielo alla terra. Una terra dove oggi gli esuli che fuggono dalla morte e dalla violenza sono milioni. Noi sappiamo che Dio è con loro come lo fu con Giacobbe.
E su questa terra, in questi tempi nei quali nel nostro paese (ma non solo) a farla da padrone è quello che il Censis ha recentemente definito “sovranismo pischico, tempi dominati dalla paura dell’esule e del diverso, laddove ben tre italiani su quattro pensano che immigrazione e criminalità vadano di pari passo (in barba anche alla realtà oggettiva dei fatti: gli sbarchi di migranti  e il tasso di reati commessi negli ultimi tempi sono in netto calo!). Questi sono tempi guidati dalla ricerca di capri espiatori, da un lato, e di “uomini forti”, dall’altro, tempi nei quali chi cerca di difendere i diritti fondamentali dell’essere umano  viene additato con scherno e disprezzo come “buonista”, “radical-chic”, e anche di peggio.
È in questi tempi “incattiviti” che abbiamo bisogno di riscoprirci “soldati della croce” come lo furono gli schiavi afro-americani e i loro figli. Soldati che proprio non possono essere “sovranisti”, visto cha hanno Cristo come loro unico Signore e sovrano. Le loro, anzi le nostre armi sono quelle della pace, della giustizia e della fede in un Dio sempre vicino ai più deboli ed emarginati. Un Dio che, se anche non ci appare in sogno come all’esule Giacobbe, ci chiama però attraverso la Scrittura a sognare un mondo diverso, forti della sua promessa di essere in mezzo a noi. Più che sul “fare sogni”, proviamo dunque a concentrarci sulla nostra capacità di “avere sogni”, di condividere questi sogni con chi ci circonda e con la società civile e, se necessario, di combattere per essi, come hanno fatto M.L. King e milioni di altri “soldati semplici”, uomini e donne di cui non sapremo mai il nome: “soldati della Croce”, sognatori con lo sguardo rivolto verso il cielo, ma anche con i piedi ben piantati per terra.

 

Predicazione di Pier Giovanni Vivarelli nella chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 16 dicembre 2018

 

 

 

Fedeli fino alla morte

 

Matteo 25, 31-46

31 «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso.
32 E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; 33 e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
 34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo.
35 Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; 36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi".
37 Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere?
38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito?
39 Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?"
40 E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me".
41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!
42 Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere;
43 fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste".
44 Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?"
45 Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me".
46 Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».

 

Romani 8,18-25

18 Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo.
19 Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio;
20 perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta,
21 nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio.
22 Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio;
23 non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo.
24 Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora?
 25 Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.


 

Care sorelle e cari fratelli,
questa domenica è la penultima dell’anno liturgico poiché dopo la prossima, con la prima domenica di dicembre, inizierà il periodo dell’Avvento e il lezionario Un giorno, una parola insieme alle letture che abbiamo ascoltato propone come testo della predicazione un brano dell’Apocalisse, capitolo 2, vers. 8-11, ascoltiamolo:

8 «All'angelo della chiesa di Smirne scrivi:
Queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
9 "Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (tuttavia sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. 
10 Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
11 Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda".

Non è mai facile parlare sull’Apocalisse che è uno dei testi più complessi della Bibbia perché è pieno di simboli e perché ci proietta in quel tempo indefinito che intercorre tra la morte in croce di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, la Parola fattasi carne, e il suo ritorno – gli ultimi tempi – quando Gesù verrà a giudicare il mondo e gli uomini.
Il significato della parola Apocalisse è “rivelazione” e l’inizio del libro ci ricorda come questa rivelazione di Gesù è stata affidata a Giovanni che ha il compito di trasmettere e rappresentare quello che ha visto. La prima parte del racconto comprende sette messaggi diversi affidati alle sette chiese dell’Asia Minore, la zona dove ora si trova la Turchia, cominciando da Efeso, la capitale, fino alla chiesa di Laodicea. Il secondo di questi messaggi è rivolto alla chiesa di Smirne, una città posta a 50km a nord di Efeso con la quale rivaleggiava per importanza. Al tempo in cui si presume sia stato scritto il testo dell’Apocalisse, tra il 68 e il 96 d.C cioè tra il regno di Nerone e quello di Domiziano, la città di Smirne era fedele all’imperatore romano, dedita al culto della dea Cibele (dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici), comprendeva una consolidata comunità giudaica e la piccola comunità cristiana era una minoranza povera e perseguitata.
Questo è il contesto storico e geografico da cui partire per comprendere cosa dice Gesù a questa chiesa attraverso la visione trascritta da Giovanni.
Ma c’è ancora un punto da sottolineare: delle sette chiese a cui sono rivolte le sette lettere questa è l’unica che non contiene reprimende per opere fallaci, accuse di menzogne e giudizi di infedeltà. Dunque cosa contiene il messaggio rivolto alla chiesa di Smirne che abbiamo letto?  Vi possiamo sostanzialmente riconoscere tre componenti.

La prima è che Gesù conosce pienamente la situazione in cui questi credenti vivono e cercano di resistere attraverso al loro fede: tribolati, calunniati, poveri sebbene ricchi nella fede, vittime delle persecuzioni da parte di coloro che dicono di essere Giudei, cioè figli di Abramo, ma che si sono posti fuori dal patto stretto da Dio con i loro antenati e per questo definiti come Sinagoga del diavolo.
La seconda è che presto alcuni componenti di questa comunità saranno sottoposti ad una ulteriore prova, saranno imprigionati per un tempo imprecisato. Nel simbolismo del libro i dieci giorni sono un periodo indefinito ma comunque limitato utilizzato per affermare che ciò nonostante non devono temere e mantenere salda la loro fiducia: Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.  Il messaggio contiene dunque  la promessa che la fedeltà al Signore fino alla morte, al martirio, avrà come ricompensa, proprio come la corona che il premio dato al vincitore di una gara, la vita eterna.
La terza è introdotta dalla formula che ricorre in ciascuno delle chiusure dei messaggi a ciascuna delle sette chiese: Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Una espressione che estende l’affermazione che segue a tutti i credenti disposti ad ascoltare e dunque indirizzata anche a noi. In questo caso si tratta della rassicurazione che Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda. La “morte seconda” più avanti, nel Cap. 20 vers. 14 viene paragonata ad uno “stagno di fuoco” in cui verranno gettati tutti coloro che non sono scritti nel “libro della vita”, cioè che non hanno ricevuto il perdono e la salvezza di Gesù Cristo, e con loro anche la morte e il regno dei morti (l’Ades), ecco perché viene chiamata la morte seconda. Ma qui il messaggio afferma che chi crede e vive in Cristo non sarà colpito dal giudizio finale di Dio sul peccato degli esseri umani.
Ai credenti della chiesa di Smirne è rivolto un messaggio:

  • di conforto attraverso l’assicurazione della vicinanza e della comunione di Gesù che è accanto a loro nella tribolazione e nella precarietà della loro condizione;

  • di rafforzamento della fiducia nel Signore perché, per quanto sottoposti ad un’ulteriore prova, continuando a confidare in Cristo questa fede avrà come premio la vita eterna;

  • di speranza che proietta l’esistenza finita del credente in una prospettiva di salvezza e di fiduciosa attesa; la fedeltà fino alla morte ci dona la certezza che il futuro, per quanto indefinito secondo i criteri temporali umani e incerto nella nostra capacità limitata di comprendere la storia e gli eventi che accadono intorno a noi, è un tempo di salvezza, quindi di pace e di riconciliazione, che si manifesterà quando il giudizio finale e la condanna si abbatteranno su coloro che non hanno creduto nella misericordia di Dio e in Gesù come salvatore.

Vicinanza, compassione, soccorso e misericordia sono i doni dati da Dio per mezzo del Figlio Gesù che è morto sulla croce affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna e profusi attraverso lo Spirito Santo. In cambio viene chiesta soltanto la perseveranza nella fede. Ma aggiungerei anche che affinché questa fede sia continuamente ravvivata e rinnovata e non diventi una pura espressione formale fatta di riti e liturgie la perseveranza nella fede implica che questi doni che abbiamo ricevuto diventino a loro volta parte di noi, manifestazione viva e reale del nostro essere credenti, di essere una vera comunità di fede.  Pensiamo a questa messaggio come ad un insieme di fari che si accendono all’improvviso per illuminare la scena buia di un teatro il cui fondale nero e inquietante è costituito dalla condanna e dal giudizio finale di coloro che non hanno creduto in Gesù, coloro che non si sono impegnati a seguire i suoi insegnamenti e non si sono sforzati di fare la volontà del Padre suo, affidandosi con fiducia al suo aiuto.

Non è facile confrontarci con il tema del giudizio e ancor peggio con quello della condanna, eppure la Bibbia, ci pone continuamente di fronte a questa realtà alternando sempre il confronto tra giudizio e misericordia, sofferenza e compassione, come abbiamo ascoltato anche nelle altre due letture. 
Il tema del giudizio è inequivocabilmente presente e il passo di Matteo. Le parole di Gesù ci mettono forzatamente e direi brutalmente di fronte alle nostre responsabilità e alle nostre mancanze e omissioni. Ricordandoci che Gesù Cristo, il Figlio dell’uomo, tornerà a giudicare e che solo coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, accolto lo straniero, vestito chi era nudo, vistato gli ammalati e i prigionieri, tutti “questi minimi” cioè gli ultimi, gli abbandonati e i reietti saranno riconosciuti “giusti” ed erediteranno il regno di Dio.
Il tema della sofferenza, esteso fino a comprendere tutta la creazione che  geme ed è in travaglio, è il cuore del passo della Lettera ai Romani.
In entrambe i testi è presente la contrapposizione tra i doni elargiti da Dio a tutti noi e il nostro comportamento rispetto a quanto ci è chiesto di fare per restargli fedele, in Paolo è sottolineata la tensione tra la sofferenza che coinvolge tutta la creazione e l’anelito alla trasformazione, quando il male, il dolore e la morte saranno definitivamente ed avverrà al ricomposizione tra il creatore e la sue creature.

Questo linguaggio e questi contrasti ben rappresentano quello che il pastore Paolo Ricca definisce la «Parola che separa e che divide» rifacendosi a quanto Gesù stesso afferma in Matteo 10, 34: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”. E anche l’apostolo Paolo in Ebrei 4,12 scrive : “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore
Paolo Ricca ci spiega che questa spada di Gesù è la spada della Parola di Dio e che questa Parola, che è affilata come una spada, penetra in profondità e ferisce, separa e divide. Prima di tutto divide chi l’ascolta da chi non l’ascolta, chi l’ascolta e la mette in pratica da chi l’ascolta e non la mette in pratica. Ecco quindi riaffiorare il tema del giudizio a cui siamo sottoposti e della opzione che ci è proposta di scegliere tra ascoltare e mettere in pratica la parola di Dio oppure di restare passivi, eventualmente di limitarci ad ascoltarla ma senza farsi scuotere da quello che ci dice. Ma Paolo Ricca esamina più in profondità l’animo umano, osservando che se lasciamo che la Parola di Dio agisca liberamente in noi, se esponendoci alla sua azione, accettiamo che la Parola compia la sua opera in noi, allora la Parola provoca una divisione più profonda dentro a ciascuna/o di noi tra:

  • fede ed incredulità; certezza e dubbio; amore e indifferenza; speranza e disperazione;

  • il vecchio uomo concentrato su sé stesso e le sue cose e l’uomo nuovo che invece ruota attorno a Dio e al prossimo.

E questo è proprio quello che accade meditando sulle parole di Gesù riportate da Matteo che ci mettono di fronte alle nostre responsabilità e ad una continua scelta tra comportamenti e pensieri tra loro contrastanti per la nostra naturale predisposizione.
Solo cercando di restare fedeli fino alla morte nel compiere la Sua volontà potremo ottenere la “corona della vita”, sapendo che in questa gara non siamo soli, perché la grazia di Dio è con noi, ci sostiene e ogni giorno rinnova la nostra energia se siamo disposti ad accoglierla con fedeltà e umiltà. Infatti la Parola è anche in grado di riunire le nostre divisioni (ancora Ricca sottolinea questo aspetto) e questa ricomposizione si compie è in Gesù, la Parola fatta carne.
Nella Preghiera sacerdotale Giovanni 17, 20-21 Gesù dice: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
Si tratta dello stesso messaggio rassicurante che ci viene dalla lettera ai Romani quando l’apostolo ci ricorda che la creazione che ora geme ed è in travaglio sarà liberata dalla schiavitù della corruzione e ci insegna che siamo stati salvati in speranza, speranza di ciò che ora non siamo in grado di vedere e neanche di immaginare con piena consapevolezza ma che dobbiamo aspettare con pazienza.
Pur nelle incertezze e nelle debolezze che accompagnano la nostra vita di credenti in continua ricerca di fare la volontà del Padre, se non cessiamo di restare in ascolto della Parola e ci affidiamo alla guida dello Spirito Santo, aspettando con pazienza e speranza, come scrive l’apostolo Paolo, se accogliamo l’invito ad essere fedeli fino alla morte che il testo dell’Apocalisse rivolgeva duemila anni fa alla comunità di Smirne siamo certi che non saremo colpiti dalla morte seconda e che otterremo il  premio della pienezza della la vita.

E per concludere immaginiamo ora quale messaggio potrebbe essere rivolto oggi alla nostra chiesa valdese di Firenze. Grazie a Dio non siamo in una situazione di persecuzione e tribolazione come purtroppo sono tante chiese cristiane sparse nel mondo, soprattutto in quei paesi dove i fondamentalismi religiosi (Pakistan, India, Sudan, centro Africa) o i regimi politici (Cina) non permettono la libera espressione della propria fede alle cristiane e ai cristiani, vietando ogni forma di testimonianza e di pratiche cultuali o anche dei semplici incontri comunitari. Ma in tempi recenti abbiamo attraversato dei momenti di difficoltà, delle prove perché non siamo stati capaci di gestire alcuni contrasti interni secondo un confronto aperto e positivo evitando di lasciarli trasformare in conflitti. Di questo come comunità portiamo ancora i segni, le cicatrici, e di questo dobbiamo chiedere perdono a Dio perché in quei momenti non siamo stati sufficientemente umili per rivolgerci al Signore chiedendo aiuto, guida e ispirazione.
Ora stiamo affrontando un futuro che si propone pieno di nuove sfide e di tante incertezze. Ci rendiamo conto che l’età media della nostra comunità si è molto elevata, temiamo che non ci sia sufficiente ricambio generazionale, sappiamo che l’impegno per coinvolgere pienamente i nostri giovani è arduo sia a causa delle chimere che la società propone loro sia perché il mutato contesto economico spesso li costringe ad allontanarsi dai luoghi nativi e dunque dalla comunità di origine per studio e per lavoro..
Molti si domandano anche, è stato un tema affrontato nell’ultimo Sinodo, se la nostra visibilità pubblica e la nostra capacità di attrazione non siano ormai schiacciate e condizionate dalle attività diaconali a discapito della testimonianza della Parola e della predicazione che come valdesi ci hanno contraddistinto per oltre otto secoli di storia e fatto sopravvivere a tante persecuzioni.
Altri si interrogano sulle liturgie dei nostri cuti e sulle nostre musiche mettendone in discussione l’attualità difronte a stili e formule che attualmente sembrano più accattivanti e capaci di attirare un gran numero di persone, soprattutto giovani, come quelle delle chiese avventiste, pentecostali e in genere delle chiese evangelicali. 
Altri ancora vorrebbero una condivisione più viva e costante con i fratelli e le sorelle provenienti da altri continenti (Africa, America Latina, Asia), il famoso “Essere chiesa insieme” declinato più concretamente di quanto non accada.
Mi sono limitato a ricordare solo alcuni motivi prova a cui come comunità di fede siamo sottoposti. Motivi di cui dobbiamo ringraziare il Signore perché ci spronano a ritornare sempre all’ascolto della sua Parola per trovare in essa la fonte di guida e di ispirazione e perché ci ammoniscono a invocare la presenza dello Spirito Santo ogni volta che stiamo per prendere una decisione o fare una scelta. Motivi che ci devono rendere una comunità accogliente, ravvivare la fiamma della nostra fede, dare vigore alla speranza che riponiamo nell’azione di Dio, indurci sempre di più a metterci al suo servizio e a ricordarci che dobbiamo camminare alla sequela del nostro Salvatore Gesù Cristo per essere a nostra volta sorgente di speranza, di luce e calore per gli altri.
Consapevoli dei doni di vicinanza, compassione, soccorso e misericordia che soltanto in Gesù Cristo e per mezzo di Lui ci sono stati dati e che ci impegnano a fare altrettanto, possiamo proseguire il nostro cammino con la certezza che le divisioni interiori che affliggono ciascuna/o di noi saranno ricomposte, che le naturali divergenze di opinioni che si verificheranno si risolveranno senza trasformarsi in conflitti e che riusciremo ad essere una comunità fedele e viva nella testimonianza della Parola di Dio.  Come quello indirizzato alla chiesa di Smirne il messaggio rivolto a noi oggi ci invita a guardare con fiducia al tempo che sarà a dato a ciascuna e ciascuno di noi e alla nostra chiesa, confidando che, nonostante le difficoltà da superare, il tempo che ci aspetta sarà un tempo propizio se lo spenderemo al servizio della Parola e dunque degli altri e che alla fine la nostra speranza troverà il suo compimento nel dono della via eterna.  Amen

 

Predicazione di Valdo Pasqui, Chiesa evangelica valdese di Firenze,  domenica 18 novembre 2018

 

 

 

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni
Matteo 10,8

 

Lettura:

Mt 10: 8

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni

E’ un mandato impegnativo quello che Gesù affida ai suoi discepoli. A questo punto non si tratta più di girare per la Galilea alle spalle del Maestro, per accompagnarlo e imparare dalle sue parole.
Ora cambia tutto e i discepoli – coloro che sin qui hanno imparato – diventano apostoli, inviati, mandati da Dio ad evangelizzare per loro conto. Senza  l’ombra rassicurante del Maestro, senza la sua tunica alla quale aggrapparsi, senza il suo sguardo nel quale cercare forza e sicurezza.
E già questa è una condizione nuova e inquietante. Ma in questo passaggio dal discepolato all’apostolato c’è molto di più: c’è una vera agenda della missione che in nuovi apostoli devono fare propria e interiorizzare.

GUARITE GLI INFERMI.
Gesù affida ai discepoli  un dono che sin qui sembrava avere Lui  in esclusiva. Meglio, più che affidare, condivide il dono della guarigione.
Non sono poche quelle operate dal Maestro:
nei sinottici si racconta della suocera di Simon Pietro, guarita dalla febbre a Cafarnao; e del lebbroso al quale intima di non dire di essere stato guarito; nel Vangelo di Luca si racconta che, nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù manda dieci lebbrosi, che avevano ricercato il suo aiuto, dai sacerdoti e che i dieci vengono guariti mentre si recano da loro.
E, ancora, i sinottici raccontano che mentre Gesù si reca alla casa di Giairo è avvicinato da un'emorroissa, una donna affetta da emorragia da 12 anni, ed essa viene guarita appena tocca il mantello di Gesù. E poi Luca racconta che, durante un sabato, Gesù va a mangiare a casa di un capo dei farisei e gli viene presentato una persona che soffre di edema. Gesù allora domanda ai farisei presenti se è lecito guarire di sabato e, non avendone ottenuto risposta, guarisce l'uomo. Solamente Marco, invece,  racconta che Gesù va nel territorio della Decapoli e cura un uomo sordo e muto. Nel dettaglio, dapprima Gesù tocca gli orecchi dell'uomo e tocca con la saliva la sua lingua e poi dice la parola "Effatà", che in aramaico significa "apriti"
 Marco racconta di un cieco incontrato a Betsaida, che Gesù guarisce mettendogli la saliva sugli occhi, e di Bartimeo, un mendicante cieco di Gerico; Giovanni invece ricorda un cieco dalla nascita che Gesù guarisce mettendogli sugli occhi dell'argilla formata con la terra su cui ha sputato
… potremmo andare avanti. Gesù guarisce e ora sta agli apostoli continuare in questo ministero.

RISUSCITATE I MORTI.
Gli evangelisti riportano anche le resurrezioni operate da Gesù: La figlia di Giairo -  capo di una sinagoga che chiede a Gesù di curare la sua figlia gravemente malata. Ma, mentre Gesù vi si sta recando, alcuni uomini vengono a dire che la figlia è morta. Gesù afferma che sta solamente dormendo e quando arriva alla casa la risuscita con la parola «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!» .
E poi il figlio della vedova a Nain , e, ancora,  Lazzaro,  amico intimo di Gesù,  morto ormai da quattro giorni quando il Maestro  gli ordina di alzarsi (cfr. Vangelo secondo Giovanni, 11,1-44)

SANATE I LEBBROSI
Singolare che si distingua dalle guarigioni. Perché la lebbra nell’antico medio e vicino oriente non era solo una malattia fisica, era uno stigma fisico e morale che si risolveva nell’esclusione  e nel disprezzo. E Gesù sana i lebbrosi, li avvicina, li ama.

CACCIATE I DEMÒNI.
Chi sono i demòni? Diavoli che si impossessano di noi? Forze negative che ci condizionano? Il male diffuso che genera sofferenze, depressione, malessere?
Sappiamo che nella storia della cristianità tutte queste ipotesi sono state accolte e adottate. Un dibattito appassionato, lacerante … che certo non risolveremo oggi.
Resta il fatto che gli apostoli e le apostole hanno anche questo compito.
Quelli e quelle di  ieri e quelli ed quelle di oggi. Vale a dire noi stessi. Noi, qui, oggi.
Questa è una domenica particolare in cui ricordiamo la Riforma protestante. Un processo teologico, storico e spirituale che è stato tante cose e – tra queste – anche un grande movimento apostolico e missionario.
Insieme a noi oggi celebrano i 501 anni della Riforma in Kenya e in Sudafrica, nelle Filippine e in Equador. In Corea e in Cina.
Chiese nate dalla missione di apostoli del XIX e del XX secolo che sono partiti dall’Europa e dagli Stati Uniti con lo stesso mandato che Gesù affidò ai 12: Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni.
E qualcosa è accaduto. Il baricentro numerico del protestantesimo è stato a lungo in Europa, poi si è spostato verso le Americhe, oggi viaggia verso l’Africa. Se all’inizio del secolo scorso il protestante tipo era un tedesco o un americano di ceto medio, oggi è una donna del Ghana o della Nigeria. La nostra generazione è testimone di un cambiamento epocale nella composizione sia della comunità protestante che dell’ecumene cristiana. Quello che stiamo vivendo nell’incontro con fratelli e sorelle arrivati dagli estremi confini del mondo non  è solo il frutto dell’immigrazione. Prima che dell’immigrazione è il frutto dell’evangelizzazione, della missione apostolica degli anni e dei secoli scorsi.

Il culto di oggi è particolarmente gioioso perché raccoglie sorelle e fratelli di diverse chiese italiane – italiani da sempre, nuovi italiani, quasi italiani… usate la definizione che preferite – impegnate in quel percorso che solitamente definiamo ESSERE CHIESA INSIEME.
Vuol dire che con queste sorelle e questi fratelli stiamo lavorando da anni per costruire una chiesa una, una chiesa nella quale non c’è giudeo né greco, né italiano né immigrato, né cittadino né irregolare, né clandestino né dublinato perché TUTTI SIAMO UNO IN CRISTO.
Sappiamo che non è un percorso facile ma ci stiamo provando. E la ragione per cui siamo qui oggi è che stiamo cercando di darci gli strumenti per costruire chiese autenticamente e gioiosamente interculturali. Per questo discutiamo di inni, di liturgie, di teologie, nel tentativo di ESSERE CHIESA INSIEME.
E’ una grande avventura della fede.
Ma il brano di oggi si spinge in avanti. Ci dice che i nostri sforzi per essere chiese accoglienti, comunità cristiane nelle quali italiani ed immigrati possano edificare la loro casa spirituale, non è sufficiente.
Il mandato di Gesù agli apostoli non è “siate interculturali”. Quello era in qualche modo un presupposto perché in questa strana dozzina di discepoli prima ed apostoli dopo c’era di tutto quanto a provenienza culturale, sociale e religiosa ….
L’insegnamento di Gesù che trasforma questi discepoli in apostoli non è finalizzato alla convivenza ma alla MISSIONE.
E così, il nostro ESSERE CHIESA INSIEME deve essere una proposta di missione. E la missione  che Gesù ci affida resta la stessa. “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni”.
“Mission impossible,” ci viene da dire. “Non sta a noi. Per i miracoli non ci siamo ancora attrezzati”. Onestamente credo che non ci stiamo neanche preparando.
E allora? Come interpretare un mandato così al di sopra delle nostre capacità e delle nostre possibilità? Non sappiamo se neanche gli apostoli riuscirono ad adempiere a quel mandato, figuriamoci noi.
“Passiamo ad altro”,  questa è la tentazione. Ma appunto è una tentazione alla quale possiamo reagire cercando una interpretazione. Che cosa ci vuole dire Gesù indicando la malattia, la morte la lebbra, il Male, quello con la M maiuscola? Ci vuole dire che la missione cristiana non si compie in isole di felicità,  serenità e prosperità.
La missione cristiana non è un servizio in un resort di spiritualità, in una spa biblica ma un impegno che ci chiama dove c’è dolore, sofferenza morte. E’ lì che il Signore si aspetta di trovarci.
Ed è lì che dovremo farci trovare insieme, italiani, stranieri, immigrati… al lavoro, operosi nel servizio.
Se lo sapremo fare saremo davvero CHIESA INSIEME. Se lo sapremo fare, 501 anni dopo la Riforma,  saremo davvero una CHIESA RIFORMATA dall’azione dello Spirito che ci rinnova ogni giorno.
AMEN

Predicazione di Paolo Naso nella Chiesa evangelica battista di Firenze, domenica 28 ottobre 2018, festa della Riforma

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 19 Marzo 2019
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze