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Meditazioni

 

Viene l'alba

Luca 5,1-11 
Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. 4 Come ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». 5 Simone rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono”.

Giovanni 21,1-14
Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mare di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera. 2 Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. 3 Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla. 4 Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che fosse Gesù. 5 Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». 6 Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. 7 Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. 8 Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci. 9 Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. 10 Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». 11 Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e, benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. 12 Gesù disse loro: «Venite a fare colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. 13 Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce. 14 Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti”.

La Pasqua è questo lungo periodo di sette settimane che ci porta verso Pentecoste, un periodo pieno di gioia per l’annuncio della nuova creazione operata da Dio, ma anche pieno di dubbi per i discepoli, i quali imparano poco a poco a fare i conti con la resurrezione. Loro, i discepoli, la resurrezione non l’avevano neppure immaginata -che ci potesse essere una forza così potente nella loro vita da rinnovare tutto radicalmente.
Avevano seguito Gesù per la potenza della sua parola, avevano visto come il mondo cambiava davanti a lui, grazie a lui che guariva, perdonava, insegnava e rompeva i pregiudizi del suo tempo, che creavano vincoli di odio. I discepoli avevano riconosciuto in Gesù l’azione radicale di Dio che porta amore nel mondo.

In questi due racconti si parla di una lunga notte senza risultato, e di un invito di Gesù che viene seguito con fiducia dai discepoli. Questa fiducia è sorprendente: la prima volta essi stanno appena imparando a conoscerlo. La seconda volta non lo riconoscono fino a che uno di loro, con gli occhi dell’amore, sa capire chi è e fa una confessione di fede “è il Signore”.
Al centro della scena c’è Gesù, il risorto, che chiede ai suoi fiducia e offre loro il cibo. Gesù li invita a fare colazione sulla spiaggia. Quel cibo rimanda alla Santa Cena che mette al centro la presenza viva del risorto. Ma rimanda anche alla vita, all’essere insieme, alla necessità di rifocillarsi dopo una notte di lavoro infruttuoso, per riprendere il cammino con nuove forze.
In tutti e due i racconti c’è anche Pietro che fa dei gesti inusuali, teatrali: si getta in acqua vestito, si dichiara peccatore ai piedi di Gesù.
Pietro è impulsivo e autentico, tutte le sue dichiarazioni sono esagerate: ride, piange e si dispera. Soprattutto però parla con Gesù e diventa così la nostra voce, portavoce di tutte le domande che vorremmo fare a Gesù sulla vita e la morte, sul senso, su Dio e su quel regno di pace e giustizia annunciato con la Pasqua di resurrezione.
Ma la mattina sul lago anche Pietro resta senza voce. Il risorto appare e tutti i discepoli sono sopraffatti.
La fatica della notte, il freddo, ora sono alle spalle. Hanno di nuovo riempito le reti di pesci, hanno ricostituito la comunità dei discepoli attorno a una parola di Gesù.
Si è sempre vista in questo racconto una immagine della chiesa, chiamata a uscire dal timore e a lasciare tutto per seguire Gesù. “Non temere”, dice Gesù a Pietro, ed è la parola che viene ripetuta più volte nel tempo pasquale, dall’angelo alla tomba vuota e dal risorto.
Si tratta di superare il timore per una uscita dalla notte, dall’angoscia, che non è opera nostra. È il risorto che riempie le reti dei discepoli, che fa fruttare il loro lavoro. È il risorto che si presenta all’alba, li nutre e li scalda.
Non temere”: a questo appuntamento, a questa vocazione, i discepoli si presentano con le mani vuote e affaticati, ma insieme; pieni di freddo e dopo una notte lunga e complicata, ma come una comunità.
È la parola di uno – il discepolo amato – che rafforza la fede dell’altro – Pietro che si getta in acqua per raggiungere Gesù. Anche nel momento più difficile dopo la crocifissione e la morte di Gesù, i discepoli hanno tenuto insieme la comunità.
Il legame del gruppo viene dall’amore di Gesù per loro, dall’insegnamento che il maestro ha dedicato loro, fin dalla prima mattina sulla spiaggia, quando Gesù prese a prestito la barca di Simone per predicare alla folla.
Stanno insieme perché Gesù li ha amati e perché hanno quell’insegnamento prezioso ricevuto insieme. La fede di uno è rafforzata da quella dell’altro, anche nella lunga notte dopo la croce.

Anche a noi pare di stare attraversando una notte, e che la nostra fatica non porti frutto. Che il mondo non cambi e che prevalgano sempre le logiche sulle vite umane e della guerra sul bene di tutti. Questa notte che attraversiamo è segnata dalla pandemia e dalle disuguaglianze, due frutti amari di una società egoista di cui siamo parte.
È la notte in cui vediamo le chiese svuotarsi, venir meno l’amore che fa dell’altro un prossimo, uno-una capace di insegnarmi la speranza.
Viene l’alba, però, e vogliamo trovarci insieme per accogliere il risorto e ricevere da lui l’invito a ripartire con nuove forze.
Viene l’alba e vogliamo fare che la fiducia di uno rafforzi la fede dell’altro, fino a che Gesù non ci chiami a seguirlo, non riempia le nostre reti, non ci apra il cuore alla speranza.
La notte è lunga, resistere all’angoscia di morte è difficile, ma siamo insieme. Gesù viene in mezzo alle relazioni che ci sostengono, chiama ognuno-a singolarmente eppure vuole rafforzare i legami fra noi.
Il tempo della resurrezione che va dalla mattina di Pasqua a Pentecoste, è un tempo di resistenza e comunione, un tempo che ci è dato per rinforzare i legami comunitari, per essere chiesa.
Poi viene Gesù e ci chiama a un cammino radicale al suo seguito. Saperlo vedere è il nostro compito.

 

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica Valdese di Firenze, culto su Zoom, 11 aprile 2021

 

 

 

 

Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica

 

Isaia 26, 1-4
1 In quel giorno si canterà questo cantico nel paese di Giuda: Noi abbiamo una città forte; il SIGNORE vi pone la salvezza con mura e bastioni.
2 Aprite le porte ed entri la nazione giusta, che si mantiene fedele.
3 A colui che è fermo nei suoi sentimenti tu conservi la pace, la pace, perché in te confida.
4 Confidate per sempre nel SIGNORE, perché il SIGNORE, sì il SIGNORE, è la roccia dei secoli.

Matteo 7, 24-28
24 «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia. 25 La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia. 26 E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno fatto impeto contro quella casa, ed essa è caduta e la sua rovina è stata grande».
28 Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, la folla si stupiva del suo insegnamento.


 

Care sorelle e cari fratelli, care sorelline e cari fratellini,
questo passo di Matteo, scelto dalle donne cristiane di Vanuatu  per la liturgia della giornata mondiale di preghiera 2021, e il luogo dove vivono mi hanno suscitato due ricordi.
Il primo si riferisce ad una serie di documentari visti in televisione qualche anno fa,  dedicati all’arcipelago tropicale di cui fa parte l’isola di Vanuatu  che si trova nel Pacifico meridionale, condotti dal cantante francese Antuan, molto conosciuto anche qui in Italia alle fine degli anni sessanta primi anni settanta. Ho ancora ben presente la bellezza di quei luoghi ricchi di vegetazione e le meraviglie sottomarine con la barriera corallina e una grandissima varietà di creature viventi: pesci, molluschi, fiori e piante acquatiche dai colori sgargianti e meravigliosi.
Nonostante questa sorta di paradiso terrestre non ci dobbiamo meravigliare che queste sorelle abbiano scelto come motto della giornata la frase, tratta dall’Evangelo di Matteo, “Costruisci su solide fondamenta” perché quella splendida area in cui la natura si manifesta in tutta la sua lussureggiante diversità e ricchezza negli ultimi anni è stata soggetta a cicloni, terremoti e maremoti distruttivi. Questa è anche una delle zone del Pianeta a rischio di restare sommerse tra non molti anni a causa dell’innalzamento del livello degli oceani per effetto del cambiamento climatico. Chi vive in quelle terre è consapevole sia della bellezza del creato sia della sua fragilità, è abituata/o a fronteggiare l’imprevedibilità della forza della natura e dei suoi effetti distruttivi e quindi sa bene quanto sia importante costruire su fondamenta solide.

Il secondo ricordo risale invece alla mia infanzia, all’età di 7-8 anni, quando in alcuni incontri di famiglie evangeliche con bambini piccoli un missionario svizzero che viveva a Firenze con la propria famiglia accompagnava il canto di noi piccoli con la sua chitarra suonando un ritornello che scandiva gli avvenimenti raccontati da Gesù nella parabola e mimati con i gesti dai bambini: lo stolto che costruiva la casa sulla sabbia,  il saggio che invece l’aveva costruita sulla roccia, il vento forte e la pioggia copiosa,  la prima casa spazzata via dalle acque,  la seconda rimasta in piedi perché costruita sulla roccia.
Ho voluto citare anche questo ricordo perché il nostro racconto tradotto in una simpatica canzoncina ha avuto un’impressione indelebile su di me.  Ora non c’è tempo per trattare questo tema,  lasciatemi solo dire come anche per mezzo di queste piccole esperienze, vissute da bambini, le parole di Gesù agiscono nella formazione delle creature che si stanno aprendo alla vita, lasciano una traccia indelebile nel tempo, sono dei piccoli semi che prima o poi germogliano, giusto per usare un'altra ricorrente metafora delle parabole di Gesù.  

Torniamo alla parabola. Gesù in fondo si avvale di una storia molto semplice, basata su un confronto perfettamente comprensibile e stimola l’immaginazione visiva e uditiva di chi lo ascolta. La dimostrazione – per usare il linguaggio oggi di moda – della sua grande capacità comunicativa, il saper rivolgersi con efficacia ed immediatezza alle persone che lo circondavano nei villaggi della Galilea, gente semplice, pastori, contadini, artigiani, pescatori, abituati a fronteggiare gli imprevisti e le difficoltà della vita e quindi pronti a comprendere subito la differenza dei due modi di costruire una casa.
Del resto anche noi in Italia comprendiamo subito questo confronto poiché purtroppo abbiamo visto troppi disastri causati dalla stoltezza di costruire sulla sabbia,  vite che sono state perse per palazzi crollati in occasione dei terremoti, frane che si sono abbattute sulle case, fiumi in piena che hanno portato via villaggi, quartieri e persone, ponti e viadotti crollati.
Allora si potrebbe concludere: tutto chiaro, tutto scontato, un richiamo a ricordarci che ci dobbiamo comportare in modo avveduto attraverso questa contrapposizione tra la casa costruita sulla sabbia e quella sulla roccia, tra lo stolto e il saggio? Oppure c’è dell’altro? Sì, a leggere attentamente, poiché Gesù non è un imbonitore di folle con facili metafore - se così fosse stato non sarebbe morto sulla croce -  in questo racconto apparentemente banale si cela qualcosa di più profondo che riguarda il nostro essere cristiane e cristiani non solo come singoli individui ma anche come comunità, come chiesa.

In primo luogo questa parabola non mette solo in guardia dalle conseguenze che si possono determinare tra comportarsi in modo avveduto o in modo sciocco.  Con la metafora dei venti, dai torrenti in piena e della forza distruttiva dell’acqua ci pone di fronte all’evidenza che avversità, dolori, difficoltà e lutti sono un elemento presente, ineluttabile e ricorrente della vita umana. Non è forse quanto stiamo vivendo da un anno? Ma la casa di colei/ui che ha costruito sulla roccia non cade non va in rovina, resiste e chi ha costruito sulla roccia è saggio.

In secondo luogo domandiamoci, qui mi rivolgo in particolare a voi ragazze e ragazzi, che cosa è la saggezza di cui parla Gesù? Si può nascere saggi? Siamo saggi in base alle nostre capacità innate e al nostro bagaglio genetico? Si diventa avveduti col tempo, studiano ed imparando, attraverso un processo di apprendimento, traendo insegnamento dagli altri: genitori, nonni, insegnanti, pastore/i, membri della comunità? Certo c’è chi nasce con un carattere più riflessivo e chi è più impulsivo, chi è più portato al ragionamento e ad affrontare con calma le situazioni e chi reagisce d’istinto, bisogna trovare il giusto equilibrio, Inoltre per tutta la vita ci dobbiamo sforzare di migliorare e diventare avveduti anche traendo esempio e insegnamento dagli altri.   Ma qualcuno potrebbe obiettare che in fondo questa metafora delle due case ci ricorda solo di usare il buon senso: non occorre neppure una particolare intelligenza o esperienza per rendersi conto che non conviene costruire una casa sulla sabbia!  

Gesù si serve della metafora delle due case per trasmetterci un altro messaggio che si trova all’inizio del passo di Matteo che abbiamo ascoltato: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto”. Poi spiega al suo uditorio, in modo semplice e facilmente comprensibile chi è l’uomo avveduto, quello che appunto sceglie di costruire la casa sulla roccia.
Essere istruiti, esperti e eruditi, misurati e riflessivi sono tutte ottime e raccomandabili qualità che con applicazione e buona volontà si possono migliorare nel tempo,  ma la vera saggezza di cui parla Gesù è un'altra, è quella di chi “ascolta queste mie parole e le mette in pratica”.
Attenzione, Gesù dice due cose: “ascolta” e “mette in pratica”. Non basta ascoltare! Si ascoltano le prediche, le letture, i canti, le preghiere, le conferenze su temi biblici,  teologici e sociali. Tutto bello e utile, ma non basta. No! Troppo facile! Le parole di Gesù bisogna metterle in pratica, cioè la Parola di Dio deve essere attuata non solo ascoltata, deve diventare un elemento costituente della nostra esistenza, deve entrare dentro il profondo di noi stessi, nel nostro DNA (non solo il vaccino che ormai aspettiamo come la manna dal cielo) per rigenerarci e trasformarci
E cosa significa mettere in pratica le parole di Gesù? Poco fa, durante la confessione di peccato, abbiamo ascoltato le parole del profeta Michea: che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio.
Prendersi cura degli altri, soccorrere chi ha bisogno, essere vicino a chi si sente solo, aiutare chi è abbandonata, praticare la giustizia opponendosi ad ogni forma di discriminazione e sfruttamento, ecco cosa significa mettere in pratica le parole di Gesù. Quando agiamo così siamo delle donne e degli uomini avveduti, siamo delle comunità fedeli, sagge e resistenti, delle persone e delle chiese attraverso le quali risplende la luce del Signore. E come la casa costruita sulla roccia siamo in grado di resistere alle avversità e alle tempeste della vita, nulla ci può abbattere e vincere perché Dio è con noi.

E c’è ancora un’ultima considerazione che vorrei fare soprattutto per voi più giovani. Questa richiesta di Gesù di mettere in pratica le sue parole non è facile, non è un cammino pianeggiante e privo di ostacoli, talvolta ci può persino sembrare troppo impegnativa, al di sopra delle nostre capacità, quindi irrealizzabile.  Se ci pensate, neppure i discepoli ne sono stati pienamente capaci  nonostante abbiamo vissuto con Gesù e l’abbiano visto operare i miracoli e udito parlare alle folle. Però non ci dobbiamo scoraggiare perché Dio ci viene in soccorso anche in questa nostra limitazione. Nel Salmo 127 al v.1 il salmista scrive “Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori; se il SIGNORE non protegge la città, invano vegliano le guardie”.  Ecco ancora l’immagine della casa. Per essere veramente saggi dobbiamo ascoltare le parole di Gesù e metterle in pratica affidandoci a Dio affinché ispiri i nostri pensieri, illumini le nostre menti, apra i nostri cuori, diriga i nostri passi e guidi le nostre parole e azioni.

Abbiamo letto dal libro del profeta Isaia al capitolo 26, v. 4: “Confidate per sempre nel SIGNORE, perché il SIGNORE, sì il SIGNORE, è la roccia dei secoli”.  Dio, nostra roccia, sia il nostro fondamento. Dio, con il suo Spirito edifichi le nostre vite, le nostre famiglie e le nostre comunità. Questa è la nostra speranza, anzi la nostra certezza che ci dà coraggio per affrontare i giorni che abbiamo di fronte. Amen

Predicazione di Valdo Pasqui, culto su Zoom della chiesa evangelica valdese di Firenze con le bambine e i bambini del pre-catechismo, domenica 7 Marzo 2021

 

 

 

Ciò che noi pensavamo debolezza diventa forza e viceversa

 

Prima Corinzi 1, 17-31
Infatti Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a evangelizzare; non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana. 18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti»[2]. 20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono segni miracolosi e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio. 30 Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 31 affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»”.

 

Fratelli e sorelle,
il mito greco di Sisifo, anche se è giunto a noi in numerose varianti, termina sempre con il suo celebre castigo per aver sfidato gli dei con la sua furbizia: Sisifo dovrà spingere una pesante roccia fino alla vetta di un monte, ma, una volta giunto in cima, la pietra rotolerà nuovamente a valle, costringendolo ogni volta a ricominciare, e così per l’eternità, in un cerchio senza fine …
Perché vi racconto di Sisifo? Perché, narra sempre la leggenda, fu proprio lui a fondare la città greca di Corinto, e ne fu il suo primo re.
Ora, anche se quello delle raccolte di epistole era un vero e proprio genere letterario, un genere letterario anche piuttosto in voga al tempo di Paolo, credo che converrete tutti e tutte con me se affermo che per comprendere al meglio il contenuto di una lettera (sia essa pubblica o meno) dobbiamo avere quantomeno un minimo di conoscenza di chi sia il mittente e di chi sia il destinatario della suddetta lettera. Dando per scontato un minimo di conoscenza da parte vostra su chi fosse Paolo, proviamo a soffermarci, dunque, su Corinto, sui suoi abitanti e quindi anche sui suoi “membri di chiesa”.
La città di Corinto era un importante porto commerciale, posto sull’omonimo istmo che unisce Mare Ionio e Mare Egeo. Pochi decenni prima di quando scrive Paolo era stata conquistata e rasa al suolo dall’impero romano, ma anche poi prontamente ricostruita e - per così dire - “romanizzata” attraverso riforme politiche e una massiccia immigrazione di cittadini romani (a volte schiavi liberati). Per questi due motivi, si può, quindi, facilmente intuire come Corinto fosse un “melting pot” di culture e influenze diverse, anche per quanto riguarda le credenze e le religioni, che subivano i più svariati influssi: dall’occidente di Roma, ma anche dal vicino oriente. Tutte credenze comunque “innestate” nel glorioso passato della Grecia classica, e, di conseguenza, anche nella sua importantissima cultura filosofica, che vedeva nella “sofia”, nella “conoscenza”, il fine ultimo dell’essere umano. Uno dei tanti “influssi” di cui sopra proveniva poi dalle remote e poco rilevanti zone della Giudea: era il cristianesimo, e Paolo era colui che aveva portato per primo ai Corinzi la buona novella, l’evangelo di Gesù il Cristo, morto in croce e risorto per noi.
Se poi consideriamo che nelle primissime comunità cristiane il confine tra “l’ortodossia” ebraica e la nascente fede cristiana non era affatto netto, possiamo ragionevolmente ipotizzare che il destinatario della lettera di Paolo, ossia l’intera chiesa di Corinto, fosse una piccola, ma variegata comunità: c’erano ricchi commercianti, c’erano schiavi ed ex-schiavi, c’erano greci e c’erano romani, c’era chi proveniva dal paganesimo, c’era chi magari già “simpatizzava” per il Dio d’Israele, e chi invece era giudeo a tutti gli effetti. Questa varietà era rappresentata anche dai vari “leader spirituali” della comunità a cui fa cenno Paolo nella prima parte del nostro capitolo (Pietro, Apollo, etc..). Persone che, a Corinto, avevano predicato e battezzato dopo Paolo o che, comunque, avevano avuto un’influenza sulla “teologia” di alcuni membri della chiesa. Ecco, dunque, che l’apostolo sente la necessità di scrivere alla comunità, perché comprende che tutte queste fazioni, che si riconoscono in un “uomo forte” (incluso lui stesso), non solo provocano divisioni all’interno della comunità, ma, rischio ben maggiore, pervertono il senso stesso dell’evangelo di Cristo. Nessuno infatti è battezzato nel nome di Pietro, Apollo, Paolo o chicchessia, ma solo e soltanto nel nome di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Dopo averli dunque invitati all’unità in Cristo, Paolo si rivolge a tutte e tutti i Corinzi, e lo fa usando delle categorie di pensiero che sa che saranno da loro ben comprese. Se, infatti, la retorica, l’arte di parlare in pubblico, occupava un posto centrale nella cultura del tempo, Paolo mette tutti in guardia: Dio non mi mandato (e non manda nessuno) a evangelizzare attraverso la “sapienza della parola”, una sapienza capace di “sedurre” chi ascolta. No, dice Paolo, Dio mi ha mandato per annunciare la “pazzia” della Croce di Cristo, perché non è attraverso la sapienza, la conoscenza, che Dio si è dato a noi, ma lo ha fatto invece sovvertendo ogni nostra umana, e dunque limitata, aspettativa: i giudei prima chiedevano al Messia di essere un potente re, un sovrano capace di liberare Gerusalemme e Israele dal giogo del conquistatore straniero. Poi, in un secondo momento, gli stessi giudei chiedono ai seguaci del suddetto messia dei “miracoli” in grado di dimostrare l’autenticità del loro “Signore”. I greci, invece avrebbero voluto invece un Cristo “gnostico” che aprisse “le porte della conoscenza” di questo mondo e delle realtà ultime, ma solo a pochi bravi e/o fortunati. Ma Dio, allora come oggi, non si lascia ingabbiare dalle nostre categorie, anzi, le capovolge con il paradosso di un Figlio di Dio che si rivolge ai pubblicani, alle prostitute e a tutti i peccatori, annunciando a loro per primi l’amore di Dio e la venuta del Suo Regno, un Regno dove “gli ultimi saranno i primi”.
Ecco, dunque, la scandalosa (e meravigliosa) sapienza di Dio che, se accolta nella fede, ci salva: ciò che noi pensavamo debolezza diventa forza e viceversa. Ma perché e come questa “pazzia” di Dio ha il potere di salvare chi crede in questa paradossale “Parola della Croce”?
Perché questa Parola è l’unica forza in grado di scardinare ogni relazione basata sul potere e quindi intrinsecamente sbagliata agli occhi di Dio. Se Dio stesso, il Creatore, non si rivela a noi creature manifestandosi nella potenza, ma nella debolezza, ecco che sono scardinate anche le nostre umanissime dinamiche di potere terreno: svanisce il potere del signore nei confronti dello schiavo, il potere del ricco sul povero, svanisce il potere dei “sapienti” sugli “ignoranti”, svanisce il potere di tutti i “leader vanitosi” sui loro seguaci.
Lo stesso Paolo, al versetto 26, ricorda ai Corinzi che, in fondo, tra di loro non ci sono molte persone di potere, sia temporale sia culturale. Perché, ricordiamoci, la faccia peggiore del potere si può esprimere non solo nella prevaricazione del ricco sul povero, del padrone sul servo, ma anche in quell’idea di conoscenza di Dio “esoterica”, riservata cioè a pochi illuminati eletti, idea che conduce inevitabilmente a separazioni e conflitti. Invece la stessa variegata composizione della comunità di Corinto, a cui accennavo poco fa, sarebbe lì a testimoniare la assai scandalosa volontà di Dio, cioè che nella chiesa di Cristo, a differenza delle nostre istituzioni politiche e sociali, associazioni, lobby, circoli del golf, club più o meno esclusivi, ecc … , nella chiesa di Cristo le dinamiche di potere come noi le conosciamo non dovrebbero trovare spazio o, più realisticamente, dovrebbero quantomeno trovare il meno spazio possibile; non a caso ci appelliamo come “fratelli e sorelle in Cristo”…
E qual è il mezzo che Dio ha adottato per farci comprendere questa sua “pazza sapienza”? La Croce: dunque, in definitiva, la compassione e l’amore per noi. E’ dunque l’amore l’unico mezzo che abbiamo a disposizione per avvicinarci davvero a Dio. E’ questa la vera “pazzia” del nostro Dio morto sulla croce: amarci e perdonarci, anche se non ce lo meriteremmo affatto.
Siamo dunque tutti chiamati e chiamate ad andare al di là delle dinamiche “naturali” di potere, della “legge del più forte”, al di là delle nostre differenze di ceto e classe, anche al di là delle nostre stesse opinioni e conoscenze teologiche, perché pensare di avvicinarci al Dio della Croce solo attraverso la nostra “sapienza” non solo allontana dall’unità che il Padre vuole per i suoi figli e figlie, ma rischia anche di farci diventare tutti e tutti come dei novelli Sisifo, che impiegano tutto il loro tempo in una tanto faticosa quanto inutile impresa.
Proviamo, dunque, a interpretare la pesante pietra di Sisifo come allegoria delle nostre conoscenze umane e la vetta del monte come il luogo della Sapienza di Dio: una volta raggiunta la cima, forse ci accorgeremmo che proprio quel grosso macigno ci aveva fino a quel momento ostruito la vista, impedendoci di vedere che intorno a noi c’erano sempre stati decine, centinaia di altre ed altri Sisifo, fratelli e sorelle impegnati e impegnate fino allo spasimo per raggiungere il nostro stesso (pur nobile) obbiettivo di conoscenza, ma ognuno perso nella sua solitudine e nella sua “cecità”. Allora, forse, improvvisamente illuminati dalla “folle sapienza” di Dio, saggiamente lasceremmo che la nostra “pietra della conoscenza” rotoli di nuovo a valle, perché avremmo finalmente capito che la vera follia è la nostra, che continuiamo imperterriti a fare qualcosa che sappiamo che non ci porterà da nessuna parte o, bene che vada, ci porterà da qualche parte, ma non sarà dove saremmo voluti davvero arrivare, né tantomeno dove il nostro Dio d’amore vuole che arriviamo. Ciò che Dio ci chiede per conoscerlo davvero, infatti, non è in primo luogo la fatica della conoscenza, ma è la fatica dell’amore. E non pensiamo che questa sia una facile scappatoia: l’amore è anche più faticoso della conoscenza…
E allora, forse, dalla vetta del monte tenderemmo una mano d’aiuto ai fratelli e alle sorelle in difficoltà, invitandoli ad abbandonare a valle i grossi macigni che coprono loro gli occhi. Ci sarà sempre tempo per scendere di nuovo a valle e riprendere le nostre “pietre della conoscenza”. Ora, però, sapremmo che non siamo soli e sole e potremo aiutarci gli uni con le altre e, di conseguenza, anche il nostro “fardello della conoscenza” sarà più leggero, e lo sarà ancora di più se nei nostri cuori avremo fede e riconosceremo come nostro unico, vero Signore quel Gesù Cristo che in Matteo 11, ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”.

Predicazione di Pier Giovanni Vivarelli, culto su Zoom della chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 24 gennaio 2021

 

 

 

 


La nostra sequela sta in mezzo ai movimenti della nostra storia

 

Matteo 3,13.17
Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco, i cieli {gli} si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto»”.

Il battesimo e poi la tentazione di Gesù completano la presentazione di Gesù come messia. Questi primi capitoli di Matteo rispondono alla domanda “chi è Gesù?”.
Sono episodi che avvengono nel deserto, là dove Giovanni Battista invita alla conversione e predica la vicinanza del regno di Dio. Gesù riprenderà la predicazione del Battista sul regno di Dio che si avvicina, accomunato al profeta dalla stessa ricerca di essenzialità di fronte a Dio. Nel deserto il popolo di Israele aveva vissuto la relazione più stretta con il proprio Dio, sperimentando la sua presenza di liberatore ma anche il suo giudizio, la grazia che nutre e guida, e anche la severità che ferma e corregge.
Questi episodi avvengono vicino all’acqua di un fiume, quel Giordano che segna il passaggio del popolo uscito dall’Egitto dalla condizione di fuggitivo a quella di dimorante stabile in un paese. Il passaggio del Giordano è tanto più drammatico perché porta con sé un passaggio di generazione. Mosè non passerà il Giordano, sarà Giosuè a ricevere le consegne per portare avanti il proprio impegno, alla luce della promessa di Dio.

Così per Gesù questo passaggio nel Giordano segna il vero e proprio inizio del ministero. La promessa di Dio era già là, ma doveva maturare nei tempi umani della sua crescita. L’operare di Dio passa attraverso i tempi storici che non vengono accelerati, e Gesù, appunto, li attraversa tutti, sperimenta insieme l’urgenza e la pazienza di Dio.
Qui, in pochi versetti viene raccontato lo scambio tra Gesù e Giovanni Battista con una parola definitiva di Gesù che indica la giustizia necessaria. Giovanni Battista vorrebbe tirarsi indietro per far posto al messia, ma neppure a lui è concesso sottrarsi al proprio compito. Gesù si mescola alla folla di peccatori che va da Giovanni Battista per cercare una via di salvezza, una conversione. La conversione, che il profeta propone, è segnata da un gesto rituale ma incide profondamente anche sui comportamenti, richiede una svolta verso la giustizia. Gesù vuol far parte di quella folla, sentire con questa gente l’anelito verso la giustizia di Dio, che può cambiare il mondo e la vita personale. Anche all’inizio del suo percorso Gesù vive la vita di tutti e porta davanti a Dio la domanda di tutti.
Quando dice: “dobbiamo adempiere ogni giustizia”, si esprime con umiltà, nella condivisione con tutti i peccatori, uomini e donne scossi dalla corruzione del loro tempo.  Questa ricerca della giustizia sarà la guida del suo cammino.
Qui, nell’obbedienza, Gesù si abbassa e si svuota di ogni presunzione di potenza. Chiamato a essere messia, lo può essere solo in un atteggiamento profondo di umiltà, dove l’adesione alla volontà di Dio è completa.
Così i cieli si aprono e la comunicazione fra cieli e terra si fa completa.
Gesù, radicato nella terra e attento a quanto avviene attorno a lui, riceve l’investitura più alta, che è quella di figlio amato di Dio.
Così Gesù si fa battezzare da un profeta radicale che si batte contro il potere corrotto e contro una religione incapace di conversione. Il fermento messianico dell’epoca di Gesù si percepisce bene nella predicazione di Giovanni Battista e nella folla che accorre verso di lui. E Gesù non si sottrae, non si fa prezioso e distante dai movimenti del suo tempo, ma vi riconosce una aspirazione alla giustizia di Dio.
Noi possiamo sentire questa aspirazione in alcuni movimenti del nostro tempo che guardano al futuro, come i giovanissimi di “Fridays for Future” e tutti coloro che operano perché ci sia ancora una terra da vivere per i nostri nipoti. Anche noi dovremmo mettere la nostra attenzione a quanto ci avviene intorno, perché lo Spirito di Dio soffia dentro ma anche molto fuori dalle chiese.
Anche noi abbiamo bisogno di passare attraverso il Giordano, di vedere nuove generazioni prendere la guida delle iniziative future.

Nel racconto del battesimo di Gesù c’è un intervento esterno che viene da Dio, quel Dio della promessa e della creazione che non lascia sola l’umanità nella sua ricerca di giustizia e guarigione. La colomba ricorda lo spirito che aleggia sulle acque all’atto della creazione del mondo. E’ un’immagine di come Dio si prende cura del mondo; qui, chiamando Gesù figlio, là, dando ordine e forma alla dinamica del vivente.
Come figlio, Gesù è amato, la risposta a questo amore che lo sostiene sarà il suo ministero, il dono della sua vita intera. Dio vede già ciò che si compirà attraverso di lui, e il battesimo, questa scena di vocazione, è già un suggello e una benedizione di quanto avverrà. In questo racconto non viene detto che altri sente questa voce, e solo Gesù vede i cieli aprirsi. A differenza di altri evangeli, Matteo racconta questo episodio come un’esperienza intima di Gesù, che fonda il suo legame con Dio. La sua ricerca di stare tra la folla, di essere uno della sua generazione, lo rende singolare e plurale insieme.
C’è, in questo, un paradigma di quella che Bonhoeffer chiamava “sequela”. La fede non si vive nell’isolamento di un rapporto con Dio che rassicura, ma nel disordine di una folla che si muove, nelle aspirazioni della storia, nel rispondere a un invito potente alla conversione, alla giustizia. Gesù ascolta la predicazione di Giovanni Battista e vi risponde, e la fa propria. Appartiene alla sua generazione e combatte per un’idea più autentica di giustizia. Contesta una religione solo formale, cerca il rapporto fondante e essenziale con Dio.
La nostra sequela, come singoli credenti e, insieme, come chiesa, sta in mezzo ai movimenti della nostra storia. Corriamo la tentazione di rinchiuderci in spazi protetti, a causa del caos del dibattito, là fuori, ma invece è proprio là fuori che dobbiamo stare, per raccogliere le richieste di giustizia, ascoltare da voci altre, che non siamo noi, l’invito alla conversione. E siamo spinti a passare il Giordano, a scorgere la voglia delle generazioni future di segnare una strada.

Il battesimo di Gesù è un evento intimo di dialogo con Dio e lo proietta sulle vie dove incontrerà tante altre folle, donne e uomini e bambini, che chiedono, invocano, la giustizia di Dio. Come suoi discepoli e discepole, teniamo insieme anche noi questi due poli: il dialogo intimo, di preghiera, con Dio, e l’appartenenza alla nostra generazione nelle sue lotte per la giustizia.

Predicazione di Letizia Tomassone, culto su Zoom della chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 10 gennaio 2021

 

 

 

 

Natale 2020

Ebrei 1:1-3

Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti,in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi.Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi”.

Ev. Giovanni 1:1-18
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.2 Essa era nel principio con Dio.3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.4 In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini.5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.
6 Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. 9 La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto;12 ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome,13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.
15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: "Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.16 Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia"».

17Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo.18 Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere”.

Un testimone ci viene subito incontro all’inizio di questo vangelo, che vuole affermare come Gesù venga da Dio. Fin dal principio, dice il vangelo, richiamando così una nuova creazione.
E in effetti il Natale è l’inizio di un tempo nuovo offerto da Dio a questa umanità perduta. Ciò che caratterizza la nuova creazione è, da un lato, in continuità con la creazione fatta da Dio all’inizio del mondo, dall’altro, in discontinuità. Da un lato, riprende le promesse fatte alle generazioni in Israele, dall’altro, è una notizia del tutto nuova e sconvolgente. La luce, la luce, che Dio all’inizio pone nel mondo creato, perché possa sviluppare la dinamica necessaria alla vita, tra luce e tenebre, quella luce ora è rappresentata  nella presenza di Dio in Gesù.
E il testimone iniziale ne è Giovanni il Battista, che qui non è descritto come un predicatore che invita alla conversione, ma come l’annunciatore apocalittico del Gesù figlio di Dio. Testimone, come lo saranno schiere di credenti all’epoca di Gesù e fino a oggi. Sembra quasi che Giovanni Battista sia convocato da un tribunale, e allora ribadisce che in Gesù si manifesta la luce vera. E poi dice che la verità lui l’ha potuta sperimentare, toccare, assaggiare. Perché ha camminato con Gesù, lo ha incontrato, e ha vissuto attraverso di lui la grazia sovrabbondante di Dio, grazia sopra grazia.
Dovremmo riscoprire cosa significa vivere e sperimentare la verità e la grazia. Noi che viviamo circondati da notizie falsate, e, a volte, non riusciamo più a riconoscere il vero dal falso.
L’atteggiamento di Giovanni Battista è quello di indicare la verità che è fuori di lui, verità che lui stesso non incarna. Sappiamo dagli altri evangeli la sua scelta di ascetismo, ma qui, nell’evangelo di Giovanni, diventa un testimone autorevole di Gesù, e la sua figura è appena accennata, probabilmente perché ben conosciuta. Tra i discepoli di Gesù molti avevano prima seguito la predicazione di Giovanni Battista. E anche questo ci dice la sua capacità di indicare non se stesso ma il Cristo, la luce di Dio.
Così possa la chiesa non indicare se stessa, ma essere testimone del Cristo.
Con questa consapevolezza che ne hanno, sia l’autore del vangelo sia il testimone esprimono anche un senso di amarezza per il parziale fallimento di questo progetto - nonostante tutta la preparazione che coinvolge persino Dio e la profondità dei tempi e le promesse fatte nel corso delle generazioni. La luce, la verità, la grazia, per essere accettate e accolte, devono farsi spazio contro il buio, contro la menzogna, contro l’egoismo umano.
La testimonianza di Giovanni e il prologo del vangelo esprimono così una sorta di dualismo squilibrato. Ci sono luce e tenebre, ma la luce prevale. E la grazia è così abbondante che supera ogni tentazione di egoismo.
E poi, luce e tenebre sono create ambedue da Dio, perché l’umanità ha bisogno anche del buio della notte per riposare, e le piante germogliano nel buio della terra prima di apparire alla luce. E la sovranità del Creatore questo dualismo lo piega alla dinamica e allo sviluppo di ogni cosa vivente.
E’ solo l’egoismo umano che usa l’oscurità per nascondere la violenza, che si maschera dietro la menzogna, che teme la luce che spazza via le mezze verità.
Così l’annuncio del Natale oggi ci parla di un tempo nuovo che è già iniziato, non è più da attendere nel futuro. Gesù nasce in una vita umana, perché noi possiamo sperimentare proprio qui la verità e la grazia. Gesù viene nella storia e ci spinge a essere testimoni della grandezza di Dio fra noi.
Proprio mentre lottiamo per condizioni sociali più giuste. Proprio mentre ci impegniamo per relazioni più profonde tra le persone, che portino pace. Proprio in questa esistenza in cui sperimentiamo malattie e dolori, proprio qui Gesù viene a portare la pienezza di vita.
Essere testimoni non significa avere sempre il sorriso, ma contrastare il male, la menzogna e il nascondersi all’altro per non aiutare dove è chiesto il nostro sostegno. Essere testimoni richiede una forza che non viene da noi, una luce che non siamo noi, e ci spinge a convertire il nostro sguardo, guardando a Gesù che viene da Dio, come sua presenza e sua sapienza, e riempie di vita nuova la nostra esistenza.

Predicazione di Letizia Tomassone, culto su Zoom della Chiesa evangelica valdese di Firenze, il giorno di Natale del 2020

 

 

Dio ci parla e si fa presente negli eventi che via via affrontiamo

 

Luca 2,21-24 e 36-52
Quando furono compiuti gli otto giorni dopo i quali egli doveva essere circonciso, gli fu messo il nome di Gesù, che gli era stato dato dall'angelo prima che egli fosse concepito. 22 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, i genitori portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, 23 come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà consacrato al Signore»; 24 e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore, di un paio di tortore o di due giovani colombi.
36 Al tempio vi era anche Anna, profetessa. Sopraggiunta in quella stessa ora, anche lei lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Com'ebbero adempiuto tutte le prescrizioni della legge del Signore, tornarono in Galilea, a Nazaret, loro città. 40 E il bambino cresceva e si fortificava; era pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui.
41 I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
42 Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa; 43 passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; 44 i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. 46 Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; 47 e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. 48 Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». 49 Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» 50 Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. 51 Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
52 E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini”.

Dei genitori e un bambino, poi un ragazzo, ormai autonomo e riconosciuto anche di fronte alla legge dopo il Bar Mitzvah.
Gesù cresce in una famiglia che gli trasmette la fede di Israele e lo inserisce con fiducia e fedeltà in quella via.
Al tempo stesso la promessa, che riguarda Israele e che si realizza nel piccolo bambino, viene riconosciuta da persone che stanno un po’ fuori e un po’ dentro la comunità: prima un anziano mosso dallo Spirito, Simeone, poi una donna, vedova, un’asceta che prefigura la partecipazione delle donne alle prime comunità cristiane: è profetessa e evangelizzatrice e racconta a tutti di quella speranza vista nel bambino.
Sia Simeone sia Anna incontrano la giovane coppia di genitori nel cortile esterno del tempio, dove anche una donna come Maria poteva entrare. Certo, il luogo e anche le parole che dicono indicano la speranza che questo sia il messia di tutti i popoli, e che più nessuno sia escluso dalla casa di Dio.
E poi ci sono i maestri della legge che ascoltano il giovane Gesù e parlano con lui, chiedendosi dove abbia preso la sua conoscenza di Dio.
Due volte ci viene detto che Gesù cresce in sapienza, statura e grazia. Una crescita nutrita dalla Sapienza che abita in mezzo al suo popolo. Gesù non ha frequentato una scuola rabbinica, ma è cresciuto in un piccolo paese di montagna, Nazaret, e lì ha imparato Dio nella vita delle persone. Ha visto persone nascere e morire, sposarsi e fare festa e avere dolori devastanti. Ha visto come Dio si mescola alla vita di tutti i giorni, e, ubbidendo ai genitori, ha messo le sue giovani forze al servizio della famiglia.
Questa presenza di Dio nella vita l’ebraismo la chiama “Shekinah”: è Dio che mette la sua tenda fra gli esseri umani. Lì si fa conoscere, e non nel tempio che, per un nazareno medio, poteva essere visitato magari solo una volta l’anno, come vediamo in questo racconto.
Lì la legge che chiede di accogliere lo straniero, liberare gli schiavi e sostenere vedove e orfani, proprio quella legge va applicata. Lì si può sentire la forza dello Spirito di Dio che soffia per dare libertà. Ciò che Gesù ha imparato di Dio, l’ha imparato in mezzo al suo villaggio, e, prima, nell’esperienza di esule in Egitto, di cui però Luca non parla affatto – è una notizia esclusiva di Matteo.
Ma in fondo i due evangeli, se divergono sul modo di raccontare i primi anni di Gesù, concordano sul fatto che egli impara la fede vedendola vivere dai suoi famigliari e dai suoi compaesani.
Paolo De Benedetti amava raccontare il midrash secondo cui la Shekinah, durante l’esilio, era rimasta, piangente, presso le mura distrutte del Tempio. Ma non le mura fatte costruire dai ricchi a maestranze da loro pagate, bensì le mura costruite dai poveri che non avevano altro che la loro capacità di lavorare, e nessun denaro per pagare altri. Là, dove la fede si era tramutata in mura e impegno di vita, là abitava la presenza di Dio.
La fede di Israele conosce quindi questo modo di Dio di rendersi presente, e Gesù percepisce, non tanto nelle parole ma nell’agire di chi gli testimonia Dio, la profondità del suo amore, la sua compartecipazione al vivere umano.
Tutto ciò che in seguito metterà nel suo ministero – la compassione, la sete di giustizia – gli viene da questo villaggio di contadini di montagna che vive a Nazaret. Imparerà a leggere i profeti, imparerà la legge, e saprà commentarla e trasmetterla. Ma la priorità è la vita che riflette questa presenza di Dio, e che aiuta anche i bambini a crescere. Come Gesù, in sapienza, statura e grazia.
Anche noi impariamo a sperimentare Dio vivendo. A volte il dolore ci allontana, a volte rafforza la fede. Dio ci parla e si fa presente negli eventi che via via affrontiamo. La nostra fede sia così, e camminiamo con Dio attendendo la sua pienezza in tutti.

Predicazione di Letizia Tomassone, culto su Zoom della Chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 27 dicembre 2020

 

 

«Vieni e seguimi»


Isaia 43,1-3

Ma ora così parla il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio! 2 Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà, 3 perché io sono il Signore, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Salvatore; io ho dato l’Egitto come tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto”.

 

Mc 10:17-31

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”[3]». 20 Ed egli gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi, sempre più stupiti, dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio». 28 Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito». 29 Gesù disse: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, a causa mia e a causa del vangelo, 30 il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna. 31 Ma molti primi saranno ultimi e gli ultimi, primi»”.

 

Quanti soldi ci vogliono per essere ricchi? Non è facile dare una risposta assoluta, ma sicuramente ce ne vogliono molti.
È semplice, di fronte a questo racconto, provare un sentimento di estraneità per la maggior parte di noi: dopotutto, riguarda una persona ricca e la sua avidità, la sua incapacità di distaccarsi dalle ricchezze. Questo almeno è quello che il pilota automatico che abbiamo in testa ci dice, anche appoggiandosi al titoletto che viene dato a questo passaggio: “il giovane ricco”.

Eppure, questo racconto ci riguarda direttamente, in tutte le sue parti.

Il tizio ricco è una brava persona, una persona virtuosa. Il suo problema non è la ricchezza, ma come vive il suo rapporto con Dio, che viene mediato dalle sue ricchezze, perché pensa di poter comprare la sua salvezza. E lo pensano anche i discepoli che si stupiscono sempre di più alle parole di Gesù, che, in effetti, a un certo punto generalizza la sua affermazione "Quanto è difficile entrare nel regno di Dio".
Chi può essere salvato, se nemmeno una brava persona, per di più ricca, quindi con tutti i mezzi necessari per fare il bene, per adempiere alla legge, può salvarsi?
Gesù li scruta, li esamina con attenzione forse pensando "Questi non hanno ancora capito", eppure già aveva spiegato che la grandezza sta nel servizio, che il regno di Dio va accolto come un bambino, non è qualcosa che prevede dei padroni, un'élite di prescelti, non è neppure qualcosa che si compra a prezzo di moneta sonante. Dunque, cerca di usare la più radicale delle espressioni per spiegarsi al meglio: Agli uomini è impossibile, ma a Dio ogni cosa è possibile. Ora avranno capito? Avranno capito quale è stato il problema di quel brav'uomo?
Per tutta risposta Pietro non sa far altro che vantarsi (anche a nome degli altri), certo non delle ricchezze che non ha, ma di sé stesso: noi, però siamo stati capaci di lasciare tutto e seguirti, quindi siamo salvi. Siamo riusciti a fare quello che quell'altro non ha saputo fare. Come a dire: Gesù, ma allora sei tu che non hai capito, noi siamo stati in grado di lasciare tutto. Se è questo che serve, per noi non è stato impossibile salvarci.

Non importa se siamo ricchi o di condizioni modeste. Qui il problema, sia per il tizio virtuoso e ricco, sia per Pietro e gli altri, è l'”effetto IKEA”.
L'”effetto IKEA”, in psicologia e in economia, significa che una persona dà un valore sproporzionato a un prodotto che ha in parte creato. Come un mobile IKEA, appunto, che riteniamo abbia un maggior valore di quello effettivo una volta che è stato montato. Portato sul piano dei nostri versetti, il problema è che sia quella brava persona sia i discepoli pongono un valore sproporzionato in quello che sono e che possono raggiungere con le loro forze, sia materiali (i soldi) sia morali (le decisioni che hanno preso).
Dopotutto, la loro preoccupazione espressa in modo narcisistico è “salvarsi”.

Per Gesù, invece, la preoccupazione non è la salvezza. Almeno non nel senso che intendono quel tizio così disperato di conoscere la soluzione definitiva e i suoi discepoli così vanitosi che avrebbero voluto una parola di apprezzamento per aver sacrificato le loro vite familiari e lavorative.
Gesù si preoccupa molto di più di fare in modo che quel brav’uomo e i discepoli accedano al regno di Dio. E, appunto, come aveva cercato di spiegare già altre volte, il regno di Dio non è questione di potere, non è un territorio di conquista, non è questione di denaro, non è un’asta al massimo rialzo, non è mettersi al sicuro, decidere chi sta dentro e chi sta fuori, non è essere il migliore di tutti, il più santo di tutti, il più martire di tutti.
Il regno di Dio è un modo di vivere l'amore di Dio, per Dio e con il prossimo, è una comunità, non è uno splendido isolamento, un santo disprezzo per le cose mondane e materiali per il quale essere ammirati come esseri superiori e spirituali.
Se così fosse, sarebbe trasformare la promessa di Dio in Gesù in una legge, come costruire una bellissima cattedrale fatta di pietre lavorate e ornate, ma che poi, alla fine, non è altro che quattro mura costruite attorno al vuoto. Il regno di Dio non è una cattedrale ornata, non è un tempio al quale accedono solo persone perfette e irreprensibili.
Il regno di Dio è una famiglia, anzi una superfamiglia (sembra quasi una famiglia meridionale con decine e decine di cugini, zii, nipoti).
In una famiglia non si può fare a gara a chi è meglio dell'altro, a chi fa di più, a chi è più meritevole. E nella famiglia del regno di Dio, men che meno, ci si può comportare così. Proprio perché è solo Dio che può creare questa famiglia, che resta unita finché i suoi membri si ricordano di farvi parte per aver posto fiducia in Dio, al quale tutto è possibile, e non per aver pensato di poter fare tutto da soli.
Perché è importante questa unità? Perché questa famiglia non è esente dalle persecuzioni, non smetterà di avere le sue difficoltà che vengono dall'esterno e dunque sarà bene che non aggiunga anche litigi e lotte di potere al suo interno per stabilire chi è più importante e chi debba avere l'ultima parola.

La chiesa, anche la nostra chiesa valdese di Firenze, a cosa assomiglia di più?
Assomiglia a quel brav'uomo che faceva molto bene e rispettava la legge, ma che alla fine, per cercare la sua personale salvezza, faceva affidamento completamente sulle sue ricchezze materiali e trattava il suo prossimo come uno strumento invece che come un essere umano?
Oppure assomiglia ai discepoli che si vantano di quanto sono diversi, di quanto sono moralmente migliori e dunque superiori a tutti gli altri e dunque più degni di raggiungere la loro personale salvezza?
Oppure assomiglia a Gesù che si affida completamente a Dio e che vorrebbe che anche altri, ascoltando la sua storia, la sua buona e gioiosa notizia, seguissero il suo esempio per entrare nel sogno di Dio di una umanità unita e solidale, in quel regno di fratelli e sorelle e non di padroni e servi?
Noi siamo tanto bravi e brave a venire al culto, a frequentare lo studio biblico, a insegnare la nostra tradizione di fede ai più giovani, siamo così impegnati nel sociale, nell'aiuto al prossimo, anche in questo momento così difficile per tutte e tutti, sia come individui, sia attraverso le opere della diaconia.
Ma perché lo facciamo? Dove sta il nostro tesoro? Ci preoccupa di più fare bella figura con gli altri? Dove sta la nostra fiducia? Non presumiamo di sapere la risposta, non diamolo per scontato, non incupiamoci come quel brav’uomo di fronte a queste domande, né affrettiamoci a rispondere come Pietro.

Gesù ci chiede di ascoltare e riflettere mentre ci rivolge queste semplici parole: Abbandona la tua presunzione, non preoccuparti più della tua sola salvezza, non porre più una fiducia cieca ed assoluta nelle tue capacità di metterti al riparo da ogni male, perché essa verrà puntualmente delusa, non avere più l’ansia di dover bastare a te stesso, non provare più la vergogna di non essere stato il migliore, ma sperimenta il potere liberante della grazia divina, in semplicità di cuore, come un bambino, vieni e seguimi. Vieni e seguimi.
Segui me.
Entra nel regno di Dio, scoprirai di non essere solo, conoscerai nuovi fratelli e sorelle. Metti in conto anche difficoltà, grandi difficoltà, persecuzioni lungo il cammino. Però, vieni e seguimi, perché non sei solo.
Vieni e seguimi.

 

Predicazione di Ermanno Martignetti, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 1 novembre 2020

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 20 Marzo 2021
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze