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Meditazioni

 

 

Trovare la propria strada

 

Testo:

Lc 24,13-33
 
Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; 14 e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. 17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne, ma lui non lo hanno visto». 25 Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore nel credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! 26 Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 Quando si furono avvicinati al villaggio dove stavano andando, egli fece come se volesse proseguire. 29 Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta ormai per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero, ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore {dentro di noi} mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro […]”.

 

Care sorelle e cari fratelli,

Il nostro testo biblico apre una strada davanti a noi. Non è la prima - anche per arrivare qui in chiesa tutti abbiamo già preso una strada, alcuni di noi sono venuti a piedi, altri hanno preso la macchina o la loro bicicletta, altri ancora hanno preso i mezzi pubblici. Ma, indipendentemente quale mezzo abbiamo scelto per arrivare qui stamattina, tutti noi abbiamo preso una strada.

Anche se non ci riflettiamo quasi mai, le strade sono fondamentali per la nostra vita e per la nostra società. Il sistema stradale ci permette di muoverci, di metterci in contatto con altri. Anche gran parte del commercio, circola sulle nostre strade, come il sangue circola nelle nostre vene: Le strade sono il fondamento per la vita e per la cultura umana.
Le strade non hanno solo la funzione di connettere due posti, rendere possibile incontri o superare una distanza. Ogni tipo di strada ha una propria funzione, un proprio tempo e ritmo da rispettare. Ci sono le stradine nascoste nei piccoli paesi di campagna, e i vicoli nei centri storici, in cui uno rischia di perdersi. Ci sono strade famose e mondane per lo shopping o i lungomare per gironzolare e per farsi vedere. Ci sono strade isolate in montagna o nel bosco per fare lunghe camminate e per sfuggire la civilizzazione. Ci sono strade sterrate, sulle quali bisogna andare piano, e grandi corsi asfaltati per correre veloci, ci sono le autostrade e le superstrade per chi vuole andare lontano, per chi vuole fuggire in altre città, o scoprire altri paesi.
La strada ha una funzione pratica, concreta per noi. Ma la strada ha anche un significato simbolico per la vita umana. Questa dimensione la percepiamo, per esempio, quando parliamo della „strada o del cammino della vita“ - come se ognuno e ognuna di noi avesse da percorrere una strada propria. Questa dimensione simbolica risuona nelle nostre parole anche quando persone giovani cominciano ad allontanarsi da casa, quando cominciano a scoprire i propri talenti e interessi. In queste occasioni, a volte, diciamo che loro „stanno cercando la propria strada“.

Nella preparazione di questo culto abbiamo chiesto ai bambini della scuola domenicale, ai ragazzi e le ragazze del precatechismo, ai catecumeni e ai giovani della nostra chiesa che cosa viene loro in mente quando pensano a una strada da percorrere … Per loro, alla strada si collegano emozioni contrastanti: curiosità e voglia di scoprire novità, ma anche timore e timidezza per ciò che li aspetta. E su una cosa erano quasi tutti d’accordo: che fa differenza se si percorre la strada da soli o in compagnia.
Quale strada seguiamo nella vita, su quale strada ci sentiamo a nostro agio - sulla silenziosa strada di campagna o sul corso centrale di una grande città - ha a che fare con noi stessi. Per sapere quale strada è giusta per noi dobbiamo camminare, dobbiamo provare, dubitare, e a volte, dobbiamo anche ricominciare da capo.
Trovare la propria strada non è per niente facile e io credo che a tutti noi sia già successo di aver sbagliato strada, di esserci, a un certo punto, accorti di dover tornare indietro. Sperimentiamo questi momenti come momenti difficili della nostra vita, momenti di vulnerabilità e disorientamento.

A un tale punto, comincia il nostro racconto biblico di oggi. Esso ci parla di due persone, due discepoli, molto probabilmente un uomo e una donna, che dopo la morte di Gesù vivono un momento di profonda disperazione. Molto probabilmente loro due erano arrivati insieme a Gesù a Gerusalemme, come  discepoli l’hanno seguito sulla sua strada, camminavano insieme a lui, pieni di speranza che Gesù avrebbe liberato Israele. Ma, poi, tutto è successo in modo diverso, Gesù è morto sulla croce sul Golgota e ora, tre giorni dopo, i nostri due discepoli, disorientati, si allontanano da Gerusalemme.
Loro due, da soli, stanno andando verso Emmaus. Questo piccolo villaggio era distante sessanta stadi da Gerusalemme; sono poco più di 11 chilometri. Noi non sappiamo in quale direzione da Gerusalemme, dove di preciso si trovavano e non sappiamo neanche per quale motivo stavano andando a Emmaus. Probabilmente per loro non aveva importanza dove andare, forse è stato più importante l’allontanarsi in sé e per sé, prendere le distanze emotive, uscire da ciò che era accaduto.

I discepoli si allontanano fisicamente da Gerusalemme, ma, dentro, sono ancora pieni di ciò che è accaduto durante gli ultimi giorni; sono ancora pieni di tristezza; ancora di più, loro due sono proprio assorbiti da ciò che è successo: “parlavano tra loro di tutte le cose che erano accadute“.Sono cosi tristi che non si accorgono nemmeno quando „ Gesù stesso si avvicinò a loro e cominciò a camminare con loro.“ I due discepoli non si rendono conto di ciò che succede intorno. Con i loro pensieri, sono ancora lì, a Gerusalemme, lì dove è successo l’incredibile. Il vissuto blocca le loro menti e i loro sensi, tutto gira intorno all’evento traumatico, la perdita di Gesù.
Gesù sembra aver capito la loro situazione: Almeno, lui accetta senza commento la loro incapacità di riconoscerlo. Gesù non si offende e non li giudica. Anzi, Gesù si avvicina con interesse ai suoi discepoli, chiede loro con sensibilità che cosa sia accaduto e ascolta con pazienza la loro storia. Gesù si apre alla loro realtà, al loro punto di vista, anche se non lo condivide; si apre al loro punto di vista nonostante esso contesti tutto ciò che lui crede. A Gesù non importa di mostrare la sua superiorità, a lui non importa di aver ragione o sapere meglio. Gesù lascia spazio a loro proprio perché lui sa che, per superare un trauma, uomini e donne, ma anche bambini e bambine, tutti gli esseri umani hanno bisogno di essere ascoltati, di poter parlare di ciò che appesantisce il loro cuore. Anche se le donne gli hanno raccontato della tomba vuota, e dell’angelo, nonostante la loro affermazione che Gesù fosse vivo, i discepoli sulla strada di Emmaus non riescono a fidarsi di ciò che credono impossibile.

Noi tutti sappiamo quanto è difficile aprirci a chi vede il mondo in modo differente da noi stessi. Infatti, è stata la pazienza di Gesù, l’apertura e l’accoglienza verso ciò che contraddiceva completamente la sua esistenza, che ha impressionato di più i ragazzi, con cui abbiamo letto il testo biblico in preparazione del culto di oggi. Per uscire dalla paura, per fidarsi, uomini e donne hanno bisogno di sentirsi al sicuro. Gesù per primo dà ai suoi discepoli ciò che hanno bisogno per fidarsi, per ritrovare la loro fede. Gesù si è aperto ai suoi discepoli gli ha accolti e accettati nella loro esistenza. Ma Gesù non si ferma lì, non li lascia nella loro ignoranza. Gesù, dopo aver ascoltato, comincia a spiegare e a insegnare. „Cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano.“ Accompagnare, fare strada insieme per Gesù significa anche prendere sul serio l’altro, condividere il proprio punto di vista, affermare ciò che crediamo vero.

Gesù si fida che i suoi discepoli possano comprendere ciò che egli dice, Gesù si fida che, facendo strada insieme, la loro opinione, la loro vita possa cambiare. Ma Gesù non insiste, non diventa impaziente quando arrivano a Emmaus e si accorge che, nonostante la strada percorsa insieme, nonostante le sue parole, ancora loro non hanno compreso chi sia lui. Ma nonostante che non abbiano compreso, ora i discepoli prendono l’iniziativa e dicono a Gesù „Rimani con noi, perchè si fa sera e il giorno sta per finire“. Avendo passato del tempo insieme, ovviamente anche per i discepoli si è creato un legame, forse dentro di sé avevano già un’idea di chi fosse lui, sicuramente sentivano simpatia e responsabilità per lui: la sera portava pericoli e sicuramente non volevano che succedesse del male al loro compagno di strada.
Gesù accetta l’invito e va con loro. Si trovano a tavola insieme, e Gesù,  che in realtà è l’ospite ospitante, „prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro.“ In questo momento i discepoli riconoscono Gesù. Senza domande e senza spiegazioni; semplicemente vedono i suoi gesti e comprendono: Gesù è vivo. Gesù è con loro. In questo momento, per i discepoli, accade la risurrezione, in questo momento la pasqua arriva anche a Emmaus; in mezzo alla loro vita, intorno al loro tavolo accade l’inatteso: la vita vince la morte.

Io credo che i gesti del pane condiviso, il segno della cena siano stati importanti, per riconoscere Gesù. La santa cena è anche per noi oggi momento di ricordo e accertamento della nostra fede. Ma io credo che per trovare e ritrovare la fede sia stato indispensabile fare prima la strada insieme: Il cantante Claudio Baglioni scrive in una canzone intitolata “Strada facendo: “Strada facendo, vedrai. Che non sei più da sola. Strada facendo troverai un gancio in mezzo al cielo”.

Subito dopo aver spezzato il pane, Gesù scompare, ma la sua assenza fisica non fa più paura ai suoi discepoli. Ora loro sanno che Gesù è vivo e non vedono l’ora di darne testimonianza a tutto il mondo. Non vedono l’ora di tornare a Gerusalemme e di continuare a fare strada insieme agli altri discepoli. Grazie alla loro testimonianza, grazie alla loro fede, questa strada è arrivata fino a noi e ci invita a fare strada insieme.

 

Predicazione di Sara Heinrich, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 13 giugno 2021

 

 

 

 

 

 

Riesaminare ciò che è stato fornisce degli strumenti e degli avvertimenti per camminare nel nuovo

Deuteronomio 32,46-47
“ [Mosè disse:]«Prendete a cuore tutte le parole che oggi pronuncio solennemente davanti a voi. Le prescriverete ai vostri figli, affinché abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. 47 Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita; per questa parola prolungherete i vostri giorni nel paese del quale andate a prendere possesso, passando il Giordano»”.

Luca 19,37-40
Quando fu vicino alla città, alla discesa del monte degli Ulivi, tutta la folla dei discepoli, con gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutte le opere potenti che avevano viste, 38 dicendo: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore;pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!» 39 Alcuni farisei, tra la folla, gli dissero: «Maestro, sgrida i tuoi discepoli!» 40 Ma egli rispose: «Vi dico che se costoro taceranno, grideranno le pietre»”.

Pochi giorni fa, nell’incontro, che abbiamo fatto online sui colportori, diceva il pastore Platone che quell’opera di evangelizzazione era basata sulla convinzione ingenua che la Parola bastasse a trasformare l’Italia.
Diffondere la Bibbia era il punto di partenza ma anche di arrivo di una evangelizzazione che, non solo voleva portare le persone a entrare in una chiesa o in un’altra, ma mirava a convertire la vita, ad abbandonare idolatria e corruzione, amore per il potere e violenze, e a basarsi sull’evangelo della pace e dell’amore.
Questo obiettivo è stato descritto dagli storici come ingenua fiducia nella capacità trasformativa e di conversione della Parola. Al tempo stesso, i colportori di bibbie, le maestre e tutti i testimoni, che ci hanno preceduti, conoscevano bene la necessità di accompagnare la lettura personale della Bibbia, di aiutare a capire, di interpretare quel racconto antico nel suo impatto sull’oggi.

E anche noi continuiamo a leggere insieme il testo, a scavarlo, a farne la base su cui costruire la nostra vita. Tanto che ci chiediamo se sia applicabile ai nostri problemi di lavoro, alle nostre relazioni più difficili.
Alla Scrittura ci volgiamo per cantare il nostro amore quando ci sposiamo, per cercare benedizione quando ci nasce una creatura. La Parola di Dio, Antico Testamento e Nuovo Testamento, guida i nostri passi e vi cerchiamo la luce per prendere decisioni giuste.

Eppure i due passi, che abbiamo letto, sono inseriti in contesti polemici e non irenici.
Il primo porta una forte contestazione al popolo d’Israele. Al termine dei quaranta anni nel deserto, esso non è affatto purificato e raffinato, come ci piace pensare, ma più volte è caduto e ha abbandonato Dio e il suo insegnamento. La prova attraverso cui è passato non lo ha reso migliore. Entrando nella Terra Promessa, esso sarà più esposto a tentazioni ancora maggiori, legate al benessere mai prima immaginato. Comunica il riferimento alla Parola di Dio come indicazione positiva in mezzo a un discorso di giudizio e di condanna da parte di Dio. Nel tenersi a quella Parola sta invece la possibilità di aprirsi al futuro, di trasmettere ai figli e figlie il rapporto col Dio vivente. Non un deposito fermo, ma quella Parola viva che accompagna la vita e si trasforma in essa.

Figli e figlie, giovani che stanno sulla strada che sale a Gerusalemme, trovano parole per lodare Dio per il Maestro che viene in pace a trasformare la città – Gesù su un puledro di asina. La loro lode assomiglia a quella degli angeli al momento della nascita di Gesù.
Un altro evangelo, quello di Matteo, dice che qui cantano bambini e lattanti; quelle generazioni a venire che mettono la loro fiducia in un futuro costruito con giustizia dai discepoli intorno a Gesù.
Luca parla, invece, della folla dei discepoli, che si apre con gioia alla presenza di Gesù. Ma anche qui il contesto è duro, contrastato.
E’ un contesto, in cui Gesù condanna una religione costituita che ha incapsulato il divino nella sua struttura. Giudica e condanna l’economia del tempio, un’economia di potere che impoverisce gli ultimi. Giudica e condanna i potenti del suo tempo che a tutto pensano, tranne che a costruire un futuro più giusto.
La potenza della Parola di Dio qui scaturisce dalla voce dei bambini e delle pietre, da una natura che si fa testimone di Dio, voce di lode per il creatore e giudizio per la creatura umana che distrugge il mondo con la sua avidità.

Sia il racconto di Gesù, che entra in Gerusalemme, sia quello del popolo che va verso Canaan, ci parlano di un passaggio epocale.
Tutto quello che è avvenuto prima deve funzionare da preparazione a questo tempo nuovo e carico di sfide, che sta davanti a loro. Riesaminare ciò che è stato fornisce degli strumenti e degli avvertimenti per camminare nel nuovo.

Anche noi viviamo un tempo di passaggio difficile e forte. Abbiamo vissuto un’esperienza che ci ha messi di fronte ai nostri limiti e ci ha provati. Forse non ci ha resi migliori, ma più attenti.
Il futuro, che abbiamo davanti è sfidante, per la nostra testimonianza e per il mondo. Sapremo addentrarci in questo futuro senza perdere il nostro fondamento che è la Parola di Dio?
Oggi è il momento della lode, perché siamo qui insieme e Dio è in mezzo a noi. Oggi è il tempo della fiducia in Dio che suscita sempre nuovi testimoni di giustizia e di misericordia.
Ascoltiamo la voce che viene dai bambini, dai giovani e dalla natura: ci parla di speranza nel futuro trasformante di Dio, a cui Gesù ci conduce.

Predicazione di Letizia Tomassone, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 2 maggio 2021

 

 

 

 

 

Viene l'alba

Luca 5,1-11 
Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. 4 Come ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». 5 Simone rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono”.

Giovanni 21,1-14
Dopo queste cose, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli presso il mare di Tiberiade; e si manifestò in questa maniera. 2 Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. 3 Simon Pietro disse loro: «Vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla. 4 Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che fosse Gesù. 5 Allora Gesù disse loro: «Figlioli, avete del pesce?» Gli risposero: «No». 6 Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. 7 Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare. 8 Ma gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano molto distanti da terra (circa duecento cubiti), trascinando la rete con i pesci. 9 Appena scesero a terra, videro là della brace e del pesce messovi su, e del pane. 10 Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete preso ora». 11 Simon Pietro allora salì sulla barca e tirò a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci; e, benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò. 12 Gesù disse loro: «Venite a fare colazione». E nessuno dei discepoli osava chiedergli: «Chi sei?» Sapendo che era il Signore. 13 Gesù venne, prese il pane e lo diede loro; e così anche il pesce. 14 Questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti”.

La Pasqua è questo lungo periodo di sette settimane che ci porta verso Pentecoste, un periodo pieno di gioia per l’annuncio della nuova creazione operata da Dio, ma anche pieno di dubbi per i discepoli, i quali imparano poco a poco a fare i conti con la resurrezione. Loro, i discepoli, la resurrezione non l’avevano neppure immaginata -che ci potesse essere una forza così potente nella loro vita da rinnovare tutto radicalmente.
Avevano seguito Gesù per la potenza della sua parola, avevano visto come il mondo cambiava davanti a lui, grazie a lui che guariva, perdonava, insegnava e rompeva i pregiudizi del suo tempo, che creavano vincoli di odio. I discepoli avevano riconosciuto in Gesù l’azione radicale di Dio che porta amore nel mondo.

In questi due racconti si parla di una lunga notte senza risultato, e di un invito di Gesù che viene seguito con fiducia dai discepoli. Questa fiducia è sorprendente: la prima volta essi stanno appena imparando a conoscerlo. La seconda volta non lo riconoscono fino a che uno di loro, con gli occhi dell’amore, sa capire chi è e fa una confessione di fede “è il Signore”.
Al centro della scena c’è Gesù, il risorto, che chiede ai suoi fiducia e offre loro il cibo. Gesù li invita a fare colazione sulla spiaggia. Quel cibo rimanda alla Santa Cena che mette al centro la presenza viva del risorto. Ma rimanda anche alla vita, all’essere insieme, alla necessità di rifocillarsi dopo una notte di lavoro infruttuoso, per riprendere il cammino con nuove forze.
In tutti e due i racconti c’è anche Pietro che fa dei gesti inusuali, teatrali: si getta in acqua vestito, si dichiara peccatore ai piedi di Gesù.
Pietro è impulsivo e autentico, tutte le sue dichiarazioni sono esagerate: ride, piange e si dispera. Soprattutto però parla con Gesù e diventa così la nostra voce, portavoce di tutte le domande che vorremmo fare a Gesù sulla vita e la morte, sul senso, su Dio e su quel regno di pace e giustizia annunciato con la Pasqua di resurrezione.
Ma la mattina sul lago anche Pietro resta senza voce. Il risorto appare e tutti i discepoli sono sopraffatti.
La fatica della notte, il freddo, ora sono alle spalle. Hanno di nuovo riempito le reti di pesci, hanno ricostituito la comunità dei discepoli attorno a una parola di Gesù.
Si è sempre vista in questo racconto una immagine della chiesa, chiamata a uscire dal timore e a lasciare tutto per seguire Gesù. “Non temere”, dice Gesù a Pietro, ed è la parola che viene ripetuta più volte nel tempo pasquale, dall’angelo alla tomba vuota e dal risorto.
Si tratta di superare il timore per una uscita dalla notte, dall’angoscia, che non è opera nostra. È il risorto che riempie le reti dei discepoli, che fa fruttare il loro lavoro. È il risorto che si presenta all’alba, li nutre e li scalda.
Non temere”: a questo appuntamento, a questa vocazione, i discepoli si presentano con le mani vuote e affaticati, ma insieme; pieni di freddo e dopo una notte lunga e complicata, ma come una comunità.
È la parola di uno – il discepolo amato – che rafforza la fede dell’altro – Pietro che si getta in acqua per raggiungere Gesù. Anche nel momento più difficile dopo la crocifissione e la morte di Gesù, i discepoli hanno tenuto insieme la comunità.
Il legame del gruppo viene dall’amore di Gesù per loro, dall’insegnamento che il maestro ha dedicato loro, fin dalla prima mattina sulla spiaggia, quando Gesù prese a prestito la barca di Simone per predicare alla folla.
Stanno insieme perché Gesù li ha amati e perché hanno quell’insegnamento prezioso ricevuto insieme. La fede di uno è rafforzata da quella dell’altro, anche nella lunga notte dopo la croce.

Anche a noi pare di stare attraversando una notte, e che la nostra fatica non porti frutto. Che il mondo non cambi e che prevalgano sempre le logiche sulle vite umane e della guerra sul bene di tutti. Questa notte che attraversiamo è segnata dalla pandemia e dalle disuguaglianze, due frutti amari di una società egoista di cui siamo parte.
È la notte in cui vediamo le chiese svuotarsi, venir meno l’amore che fa dell’altro un prossimo, uno-una capace di insegnarmi la speranza.
Viene l’alba, però, e vogliamo trovarci insieme per accogliere il risorto e ricevere da lui l’invito a ripartire con nuove forze.
Viene l’alba e vogliamo fare che la fiducia di uno rafforzi la fede dell’altro, fino a che Gesù non ci chiami a seguirlo, non riempia le nostre reti, non ci apra il cuore alla speranza.
La notte è lunga, resistere all’angoscia di morte è difficile, ma siamo insieme. Gesù viene in mezzo alle relazioni che ci sostengono, chiama ognuno-a singolarmente eppure vuole rafforzare i legami fra noi.
Il tempo della resurrezione che va dalla mattina di Pasqua a Pentecoste, è un tempo di resistenza e comunione, un tempo che ci è dato per rinforzare i legami comunitari, per essere chiesa.
Poi viene Gesù e ci chiama a un cammino radicale al suo seguito. Saperlo vedere è il nostro compito.

 

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica Valdese di Firenze, culto su Zoom, 11 aprile 2021

 

 

 

PASQUA di RISURREZIONE
Vivere compiendo per quanto possibile gesti di amore

 

 

Luca 24,1-12
Ma il primo giorno della settimana, la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparati. 2 E trovarono che la pietra era stata rotolata dal sepolcro. 3 Ma quando entrarono non trovarono il corpo del Signore Gesù. 4 Mentre se ne stavano perplesse di questo fatto, ecco che apparvero davanti a loro due uomini in vesti risplendenti; 5 tutte impaurite, chinarono il viso a terra; ma quelli dissero loro: «Perché cercate il vivente tra i morti? 6 Egli non è qui, ma è risuscitato; ricordate come egli vi parlò quand'era ancora in Galilea, 7 dicendo che il Figlio dell'uomo doveva essere dato nelle mani di uomini peccatori ed essere crocifisso, e il terzo giorno risuscitare». 8 Esse si ricordarono delle sue parole.9 Tornate dal sepolcro, annunciarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri. 10 Quelle che dissero queste cose agli apostoli erano: Maria Maddalena, Giovanna, Maria, madre di Giacomo, e le altre donne che erano con loro. 11 Quelle parole sembrarono loro un vaneggiare e non prestarono fede alle donne. 12 Ma Pietro, alzatosi, corse al sepolcro; si chinò a guardare e vide solo le fasce; poi se ne andò, meravigliandosi dentro di sé per quello che era avvenuto”.
Esodo 14,8 -31
Il SIGNORE indurì il cuore del faraone, re d'Egitto, ed egli inseguì i figli d'Israele che uscivano a testa alta. 9 Gli Egiziani dunque li inseguirono. Tutti i cavalli, i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito li raggiunsero mentre essi erano accampati presso il mare, vicino a Pi-Achirot, di fronte a Baal-Sefon.
10 Quando il faraone si avvicinò, i figli d'Israele alzarono gli occhi; ed ecco, gli Egiziani marciavano alle loro spalle. Allora i figli d'Israele ebbero una gran paura, gridarono al SIGNORE, 11 e dissero a Mosè: «Mancavano forse tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto? Che cosa hai fatto, facendoci uscire dall'Egitto? 12 Era appunto questo che ti dicevamo in Egitto: "Lasciaci stare, ché serviamo gli Egiziani!" Poiché era meglio per noi servire gli Egiziani che morire nel deserto». 13 E Mosè disse al popolo: «Non abbiate paura, state fermi e vedrete la salvezza che il SIGNORE compirà oggi per voi; infatti gli Egiziani che avete visti quest'oggi, non li rivedrete mai più. 14 Il SIGNORE combatterà per voi e voi ve ne starete tranquilli».15 Il SIGNORE disse a Mosè: «Perché gridi a me? Di' ai figli d'Israele che si mettano in marcia. 16 Alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare e dividilo; e i figli d'Israele entreranno in mezzo al mare sulla terra asciutta. 17 Quanto a me, io indurirò il cuore degli Egiziani e anch'essi entreranno dietro di loro; io sarò glorificato nel faraone e in tutto il suo esercito, nei suoi carri e nei suoi cavalieri. 18 Gli Egiziani sapranno che io sono il SIGNORE, quando sarò glorificato nel faraone, nei suoi carri e nei suoi cavalieri».19 Allora l'angelo di Dio, che precedeva il campo d'Israele, si spostò e andò a mettersi dietro a loro; anche la colonna di nuvola si spostò dalla loro avanguardia e si fermò dietro a loro, 20 mettendosi fra il campo dell'Egitto e il campo d'Israele. La nuvola era tenebrosa per gli uni, mentre rischiarava gli altri nella notte. Il campo degli uni non si avvicinò a quello degli altri per tutta la notte.
21 Allora Mosè stese la sua mano sul mare e il SIGNORE fece ritirare il mare con un forte vento orientale, durato tutta la notte, e lo ridusse in terra asciutta. Le acque si divisero, 22 e i figli d'Israele entrarono in mezzo al mare sulla terra asciutta; e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra. 23 Gli Egiziani li inseguirono e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri, i suoi cavalieri, entrarono dietro a loro in mezzo al mare. 24 E la mattina verso l'alba, dalla colonna di fuoco e dalla nuvola il SIGNORE guardò verso il campo degli Egiziani e lo mise in rotta. 25 Tolse le ruote dei loro carri e ne rese l'avanzata pesante; tanto che gli Egiziani dissero: «Fuggiamo davanti a Israele, perché il SIGNORE combatte per loro contro gli Egiziani».26 Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Stendi la tua mano sul mare e le acque ritorneranno sugli Egiziani, sui loro carri e sui loro cavalieri». 27 Mosè stese la sua mano sul mare e il mare, sul far della mattina, riprese la sua forza, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli andavano incontro. Il SIGNORE precipitò così gli Egiziani in mezzo al mare. 28 Le acque ritornarono e ricoprirono i carri, i cavalieri e tutto l'esercito del faraone che erano entrati nel mare dietro agli Israeliti. Non ne scampò neppure uno. 29 I figli d'Israele invece camminarono sull'asciutto in mezzo al mare, e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra.30 Così, in quel giorno, il SIGNORE salvò Israele dalle mani degli Egiziani, Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare. 31 Israele vide la grande potenza con cui il SIGNORE aveva agito contro gli Egiziani. Il popolo perciò ebbe timore del SIGNORE, credette nel SIGNORE e nel suo servo Mosè

Esodo 14 v.9-21 - Forse non è il testo che vi aspettavate per il culto di Pasqua ma il lezionario UGUP decide, per questa occasione, di riportarci indietro anche rispetto alla morte di Gesù e di rievocare nelle nostre menti il racconto della fuga del popolo ebraico dall’Egitto e del mar Rosso, le cui acque vengono aperte da Mosè per far passare il suo popolo.
L’Eterno ha deciso di indurire il cuore del Faraone e l’ha fatto pentire della scelta di lasciar andare gli ebrei. L’Eterno vuole che gli egiziani conoscano fino in fondo il suo potere e, nel contempo, vuole anche mettere alla prova il popolo d’Israele, vuole che questo suo gesto di liberazione  non venga dimenticato; questo fatto vuole che diventi  creativo, fondativo di un nuovo popolo … suo testimone.
Il popolo di Israele avrà fiducia per davvero nel Dio che ha promesso di liberarlo? Poniamo, dunque, a noi stessi questa domanda, poiché forse è il motivo per cui ci è stato oggi proposto questo testo: nell’apprestarci a ricordare e festeggiare la Resurrezione di Cristo abbiamo avuto cura di non mancare di fede verso Dio così come il popolo d’Israele e in continuità con esso?

Anche noi, tutt’ora, ci sentiamo spesso in pericolo e in difficoltà, tendiamo di conseguenza a lasciarci andare, a voler smettere di credere che ci possa essere davvero un Dio in grado di salvarci. Vorremo, a volte, anche noi come il popolo ebraico ribellarci e chiedere, come loro chiedono a Mosè: “mancavano forse tombe in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto?”, il che equivale a dire: “stiamo finendo dalla padella nella brace!” Oppure “andiamo di male in peggio!”. Quante volte lo abbiamo pensato e ci siamo sentiti in questa stessa condizione a tal punto da dubitare della salvezza di Dio? Il popolo d’Israele dubita a tal punto che questa salvezza possa davvero avvenire (sta già avvenendo in realtà) da ribadire a Mosè:
“Ti avevamo detto di lasciarci stare in Egitto, avremmo preferito piuttosto continuare ad essere schiavi che morire nel deserto!” Viene fuori non solo il dubbio sulle capacità salvifiche dell’Eterno, ma anche l’arrendevolezza, la paura di dover affrontare un rischio pur di ottenere una situazione migliore.
Il voler rimanere nella padella pur di non rischiare la brace. È un pensiero, questo, che può essere più o meno condivisibile, ma, per spezzare una lancia in favore del popolo ebraico, bisogna ammettere che è pur vero che questi nostri fratelli schiavi hanno vissuto troppa sofferenza che ne sono così annebbiati, troppo annebbiati anche solo per poter auspicare, sperare, intravedere e poi rischiare qualcosa di meglio.
Tuttavia, seppur tenendo conto di questa umana reazione alla sofferenza, quello che Dio ci chiede è di avere coraggio e soprattutto piena fede in lui, ci chiede di scommettere sulla sua promessa di salvezza. La fede vera, reale, piena … d’altronde non dovrebbe lasciar spazio ad alcuna paura ma noi siamo peccatori, imperfetti, umani e, per questo, pavidi, e il Signore ne è consapevole.
E’ una continua storia di richiesta e scommessa di fede quella tra Dio e i suoi credenti. Non è così infatti che Cristo risponde ai due discepoli incontrati sulla via di Emmaus poco dopo essere risorto? Leggiamo al capitolo 24 di Luca v. 25: “O insensati! O duri di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!”. Si può ben pensare che l’Eterno avrebbe voluto rivolgere le stesse parole al popolo d’Israele e poi a tutti noi: “O insensati! O duri di cuore a credere!” per ogni volta che siamo stati pavidi e miseri nella fede.
E così, mentre gli egiziani incombono sull’accampamento del popolo d’Israele, Mosè si rivolge a esso e, per tranquillizzarlo, dice: “Non temete! State fermi e mirate la liberazione che l’Eterno compirà oggi per voi!”.  Sono parole perfette anche per oggi. La liberazione si è compiuta, si è rinnovata, oggi per tutti noi, per l’umanità tutta! Cristo è risorto e non abbiamo da temere, nonostante la nostra poca  fiducia, persino davanti al nostro sconforto che ci può immobilizzare e che non ci permette di rischiare, se si può chiamare “rischiare” l’affidarsi completamente a Dio.
C’è un’unica possibilità, per noi, per essere degni di questa fede immensa che Dio Padre ripone  in noi: è vivere compiendo per quanto possibile gesti di amore, piccoli gesti di amore come quelli che queste donne vanno  a compiere la domenica mattina al sepolcro senza alcuna speranza di qualche tornaconto.
 Queste donne addolorate, volendo ungere il corpo di chi hanno amato e da cui sono state amate, diventeranno le prime testimoni della risurrezione, speranza di tutti noi. Attraverso di loro oggi, proprio qui, in mezzo a questa catastrofe di pandemia che indurisce i cuori e ci rende impauriti, attraverso la loro fede nell’amore, nella  fede che è speranza, noi possiamo ricordare i mille gesti di amore compiuti da Dio per l’umanità e i mille e mille che verranno,
Grazie Signore, amen

Predicazione di Ignazio Davide Buttitta, chiesa evangelica valdese di Firenze, Domenica di Pasqua 4 aprile 2021

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 24 Luglio 2021
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze