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Meditazioni

 

 

Domenica 26 Giugno 2022

"Dio vide ciò che facevano, vide che si convertivano dalla loro malvagità, e si pentì del male che aveva minacciato di far loro; e non lo fece"

Letture

Isaia 55,1-5

1
 «O voi tutti che siete assetati, venite alle acque;
voi che non avete denaro
venite, comprate e mangiate!
Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte!
2 Perché spendete denaro per ciò che non è pane
e il frutto delle vostre fatiche per ciò che non sazia?
Ascoltatemi attentamente e mangerete ciò che è buono,
gusterete cibi succulenti!
3 Porgete l'orecchio e venite a me;
ascoltate e voi vivrete;
io farò con voi un patto eterno,
vi largirò le grazie stabili promesse a Davide.
4 Ecco, io l'ho dato come testimonio ai popoli,
come principe e governatore dei popoli.
5 Ecco, tu chiamerai nazioni che non conosci,
e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te,
a motivo del SIGNORE, del tuo Dio,
del Santo d'Israele, perché egli ti avrà glorificato».

Efesini 2,11-22

11
 Perciò, ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, 12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. 13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l'inimicizia. 17 Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; 18 perché per mezzo di lui abbiamo gli uni e gli altri accesso al Padre in un medesimo Spirito.
19 Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. 20 Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, 21 sulla quale l'edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. 22 In lui voi pure entrate a far parte dell'edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito.

Luca 14,15-24

5
 Uno degli invitati, udite queste cose, gli disse: «Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!» 16 Gesù gli disse: «Un uomo preparò una gran cena e invitò molti; 17 e all'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: "Venite, perché tutto è già pronto". 18 Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: "Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi". 19 Un altro disse: "Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi". 20 Un altro disse: "Ho preso moglie, e perciò non posso venire". 21 Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: "Va' presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi". 22 Poi il servo disse: "Signore, si è fatto come hai comandato e c'è ancora posto". 23 Il signore disse al servo: "Va' fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. 24 Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena"».


Giona 3, 1-10 (testo della predicazione)

1
 La parola del SIGNORE fu rivolta a Giona, per la seconda volta, in questi termini:
2 «Àlzati, va' a Ninive, la gran città, e proclama loro quello che io ti comando». 3 Giona partì e andò a Ninive, come il SIGNORE aveva ordinato. Ninive era una città grande davanti a Dio; ci volevano tre giorni di cammino per attraversarla. 4 Giona cominciò a inoltrarsi nella città per una giornata di cammino e proclamava: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta!»
5 I Niniviti credettero a Dio, proclamarono un digiuno, e si vestirono di sacchi, tutti, dal più grande al più piccolo. 6 E poiché la notizia era giunta al re di Ninive, questi si alzò dal trono, si tolse il mantello di dosso, si coprì di sacco e si mise seduto sulla cenere. 7 Poi, per decreto del re e dei suoi grandi, fu reso noto in Ninive un ordine di questo tipo: «Uomini e animali, armenti e greggi, non assaggino nulla; non vadano al pascolo e non bevano acqua; 8 uomini e animali si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua malvagità e dalla violenza compiuta dalle sue mani. 9 Forse Dio si ricrederà, si pentirà e spegnerà la sua ira ardente, così che noi non periamo».
10 Dio vide ciò che facevano, vide che si convertivano dalla loro malvagità, e si pentì del male che aveva minacciato di far loro; e non lo fece.

Care sorelle e cari fratelli, il lezionario Un giorno, una parola oggi propone come testo della predicazione il brano del libro del profeta Giona che abbiamo appena letto nel quale con una cadenza temporale incalzante si intrecciano le vicende del profeta Giona e quelle degli abitanti di Ninive.
Prima di condividere alcune riflessioni su questo testo soffermiamoci su qualche dettaglio geografico e storico per collocare questa vicenda nello spazio e nel tempo.
La città di Ninive era collocata nel nord della Mesopotamia, vicina all’attuale Mosul nell’Iraq settentrionale, in prossimità della confluenza dei fiumi Tigri e Khosr. Dai resti si stima che la circonferenza delle sue mura misurasse 12km su un'area di 750 ettari: ecco  i “tre giorni di cammino per attraversarla” del v.3. Capitale del regno assiro sotto il re Sennacherib (704 - 681 a.C.) che insieme al suo successore Assurbanipal (668 - 626 a.C.) la ampliò e abbellì, era un centro religioso per il culto di Ishtar, dea dell'amore e della guerra il cui simbolo era una stella. Ninive giunse all'apice del suo splendore nel VII secolo avanti Cristo e pare che la sua popolazione abbia raggiunto il numero di 150.000 abitanti. Fu distrutta nel 612 a.C. dai Medi e dai Caldei e la sua fine segnò anche la fine del grande regno assiro.
Ninive e i Niniviti sono citatati in ben otto libri della Bibbia: Genesi, Sofonia, II Re, Daniele, Giona e Naum, Matteo (12,41) e Luca (11, 30-32). Nei due Vangeli si tratta del passo in cui Gesù si riferisce ai suoi contemporanei con la frase «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno» e afferma che «come segno le verrà dato solo quello del profeta Giona». Gesù dice che come Giona rimase per tre giorni nel ventre del pesce così il Figlio dell’uomo «starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti» e dunque annuncia la propria morte e resurrezione, poi pronuncia una vera e propria sentenza di condanna riferendosi proprio a quanto abbiamo letto in Giona: «I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui c'è più che Giona!». Mentre i Niniviti si sono ravveduti grazie alla predicazione di Giona, la generazione che ha il privilegio di incontrare direttamente Gesù, il Figlio di Dio, non si converte.

Il pentimento e il ravvedimento sono il nucleo del passo che abbiamo letto, ma prima ricapitoliamo velocemente i passaggi salienti del libro di Giona. Nei primi due capitoli il protagonista è il profeta a cui Dio affida la missione di recarsi a Ninive per proclamare «contro di lei che la loro malvagità è salita fino a me», invece Giona fugge e si imbarca per la direzione opposta, verso Tarsis, finendo in mezzo alla tempesta, poi in pancia un enorme pesce e finalmente, dopo essersi pentito, rivolge a Dio una preghiera che ha un triplice significato: è una confessione di peccato, è una conversione poiché il profeta si impegna a compiere la missione che gli è stata richiesta «adempirò i voti che ho fatto» (2,10a) ed di chiude con una confessione di fede: «La salvezza viene dal Signore» (2,10b).
Nel capitolo 4, quello finale, assistiamo invece alla vivace contrapposizione tra Giona e Dio. Il profeta non accetta la misericordia di Dio verso i Niniviti e mette in discussione questa decisione. La sua è una sorta di rivendicazione che suona più o meno così: avevo previsto che sarebbe finita così, perché so che Tu sei misericordioso, allora avevo fatto bene a fuggire verso Tarsis, ora preferisco lasciarmi morire. Il contradditorio tra Giona e Dio prosegue poi con l’episodio della pianta di ricino e con la persistente e quasi puerile irritazione di Giona verso Dio fino alla chiusura nella quale in modo perentorio Dio afferma la sua autorità e la sua giustizia ponendo a Giona questa domanad finale che resta senza rispoata: «Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?».

Nel mezzo a questi due momenti è collocato il capitolo 3 che inizia con Giona, pentito, il quale finalmente accetta la sua missione, si reca a Ninive, impiega tre giorni per attraversarla e annunciare la sua prossima fine per volere di Dio: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta!». Solo in apparenza il capitolo svolge il ruolo di cerniera tra le altre due parti del libro nelle quali è prevalente il rapporto dialettico e conflittuale tra Giona e Dio, qui invece assistiamo al rapporto diretto tra Dio e i Niniviti e possiamo riconoscere tre messaggi che lo rendono il vero il nucleo, il perno dell’intero libro di Giona.

Primo messaggio: perché Dio ha deciso di distruggere Ninive? Per la sua malvagità. Secondo il vocabolario Treccani malvagità è sinonimo di cattiveria, crudeltà, ferocia, essere malvagio significa essere inclinato o determinato al male. In cosa consista questa malvagità che è arrivata fino a Dio tanto da suscitare la sua ira lo troviamo scritto in un altro breve libro della Bibbia, quello del profeta Naum, posto subito dopo il libro di Giona nel quale il versetto 1 del capitolo 3 è una vera e propria invettiva contro i Niniviti: «Guai alla città sanguinaria, piena di menzogna e di violenza che non cessa di depredare!» (Naum 3,1). Sangue, menzogna, violenza e depredazione, ecco le cause dell’ira di Dio.
La parola malvagità ricorre in 95 passi dell’Antico Testamento, le parole malvagi/o/a in 148 versetti della Bibbia. Dio è continuamente all’opera contro la malvagità. Nel libro della Genesi il diluvio viene anticipato con questa affermazione: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo» (Gen 6,5). Quale amara constatazione per il Creatore che «se ne addolorò in cuor suo» (Gen 6,6) fino a pentirsi di aver fatto l’uomo e a emettere la sentenza di sterminarlo dalla faccia della terra!
Certo se ci guardiamo intorno verrebbe da chiederci come sia possibile che non siamo ancora stati distrutti come Ninive ed i suoi abitanti. Ma teniamo ben presente che Dio prova dolore per tutto quello che accade e che vede, non dimentichiamolo, proprio ora quando troppo spesso autorevoli esponenti religiosi, capi di stato, esponenti politici, opinionisti e personaggi in vista nel mondo della cultura seminano odio rivendicando alle proprie azioni e alla propria parte il ruolo di paladini e difensori di un dio che non è il Dio della Bibbia, poiché il Dio della Bibbia percepisce la malvagità degli esseri umani e ne prova dolore, Dio non tollera la violenza, il sangue, la guerra e la sopraffazione.
In quanto credenti dobbiamo ammettere che, nonostante la grazia che Dio ci ha donato tramite la morte in croce del suo Figlio unigenito Gesù Cristo, noi non siamo ancora perfetti e questa nostra imperfezione ci lascia immersi nella tragica realtà della storia umana contraddistinta da violenze, guerre, sangue e malvagità. Dio però, tramite la forza che lo Spirito Santo ci infonde, ci chiede di avere il coraggio di resistere, di opporci e denunciare questo groviglio in cui siamo inviluppati e imprigionati per restarGli fedeli seguendo l’insegnamento di Gesù.

Secondo messaggio, l’evento meno prevedibile: i Niniviti, ascoltato l’annuncio di Giona, «credettero a Dio, proclamarono un digiuno, e si vestirono di sacchi, tutti, dal più grande al più piccolo». Il re in persona emana un decreto con il quale ordina: «ognuno si converta dalla sua malvagità e dalla violenza compiuta dalle sue mani» nella speranza, «forse», che Dio si penta e si ricreda. Un’intera popolazione che si pente e si converte!
Sarebbe bello che accadesse qualcosa del genere ai signori capi di stato contemporanei! Troppo utopistico, restiamo con i piedi per terra, questo auspicio, questa richiesta, la esprimeremo tra breve rivolgendo al Signore la nostra preghiera d’intercessione.
Qui siamo di fronte alla seconda confessione di peccato e al secondo pentimento del libro di Giona, il primo come abbiamo visto era stato quello del profeta stesso. In questo caso si tratta di una confessione e di un pentimento collettivo di un’intera comunità, gli abitanti di Ninive, suscitata certo dalla paura della punizione divina e della imminente distruzione annunciata dal profeta, ma comunque di conversione si tratta.
Noi valdesi nella liturgia del nostro culto riformato di tradizione calvinista diamo un’enfasi particolare al momento della confessione di peccato seguito dall’annuncio del perdono e della grazia, Non si tratta di un mero formalismo liturgico, di un semplice passaggio ma di un momento di sincera e profonda comunione di ciascuna/o di noi con Dio, senza indulgenze, con cuore contrito ma con la certezza che Dio è pronto ad accogliere il peccatore sincero e pentito. Si tratta anche di un momento collettivo e condiviso in cui l’intera comunità si pente confessando la propria incapacità e inadeguatezza a fare pienamente la volontà di Dio, ad agire nella società che ci circonda mettendo in pratica gli insegnamenti di Gesù.
Il prof. Ermanno Genre nel testo Il culto cristiano. Una prospettiva protestante. (Claudiana, 2004), di cui pochi giorni fa è uscita l’edizione aggiornata, scrive: “l’intenzione teologica liturgicamente espressa è di presentarsi a Dio nella consapevolezza di essere peccatori che hanno bisogno di perdono ma che sanno di essere «preceduti» dalla grazia, come il figlio prodigo della parabola che prima ancora di pronunciare una parola è accolto nel perdono del padre (Lc.15,20). La Comunità cristiana che invoca il perdono sul proprio peccato si sa preceduta dal Dio che in Gesù Cristo ha preso su di sé la nostra inimicizia e la nostra colpa. Non si tratta tanto, nel culto domenicale, di chiedere perdono a Dio dei singoli peccati, per le ingiustizie, gli errori e le omissioni che caratterizzano la nostra vita quotidiana (certamente, anche questo), quanto piuttosto di riconoscere la nostra comune condizione umana di donne e uomini che vivono lontano da Dio e che possono presentarsi davanti alla sua maestà soltanto come dei graziati”.
Ecco la differenza sostanziale e il grande nostro privilegio tra noi e i Niniviti e il loro re: per noi il «Forse Dio si ricrederà» (v.9) è scomparso, quel «Forse» è stato annullato dal sacrificio di Gesù Cristo che ci dona la certezza del perdono. Per mezzo dello Spirito la grazia di Dio che perdona ci consente di proseguire il nostro percorso terreno con speranza poiché come dice l’apostolo Paolo: «per mezzo di lui abbiamo gli uni e gli altri accesso al Padre in un medesimo Spirito» (Efesini 2,18).
Dunque, come osserva con grande lucidità e vivacità il prof. Paolo Ricca in Happening dello Spirito. Cose nuove e cose antiche sul culto cristiano (Claudiana,2020), la pratica della confessione di peccato non deve essere considerata come qualcosa di superato poiché: “….l’Evangelo cristiano è che il peccato è per sempre alle nostre spalle, ma lo è in Cristo e solo in lui. In noi stessi sentiamo ancora il fascino del peccato e il suo potere di seduzione. Non ci signoreggia più, nella misura in cui Cristo è il nostro Signore, ma non per questo è scomparso dall’orizzonte della nostra vita” eil punto centrale resta la grazia di Gesù Cristo che ci afferra come afferma Dietrich Bonhoeffer nella sua opera Etica (Bompiani, 1969): “Il riconoscimento della colpa esiste soltanto sulla base della grazia di Cristo, sulla base che egli afferra colui che sta per rinnegarlo”.

Terzo messaggio: «Dio vide ciò che facevano, vide che si convertivano dalla loro malvagità, e si pentì del male che aveva minacciato di far loro; e non lo fece».  Dio vide-Dio vede e torna sulla propria decisione e non attua la punizione che aveva promesso. Anche Dio si pente e questo è il terzo pentimento, la terza conversione che troviamo nel libro di Giona dopo quelle del profeta e dei Niniviti.
Dio cambia il suo atteggiamento e la sua decisione, ma non perché sia una divinità volubile o capricciosa come gli dei e le dee delle civiltà greca e romana ben noti nella nostra cultura. Dio si pente e ritorna sulla propria scelta perché “vede” il pentimento dei Niniviti e si fida di loro, della loro conversione che lo induce a cambiare strada, appunto a convertirsi a sua volta.
Questo “vedere” di Dio non è un guardare da spettatore impassibile, superficiale o neutrale, qui Dio, per usare una metafora, non sta alla finestra a guardare cosa accade, Dio è partecipe, è coinvolto nella vicenda dei Niniviti, vede perché la sua decisione iniziale non era irrevocabile, ma aperta al cambiamento. Dio non ha idee precostituite e pregiudizi come noi uomini e donne, vede perché è pronto a ricevere e ad accogliere con benevolenza la risposta di pentimento e di cambiamento dei Niniviti.  Vede perché come confessa Giona è un Dio «misericordioso, pietoso, lento all'ira e di gran bontà».
“Dio vide” è il medesimo vedere del passo di Genesi (6,5) che abbiamo citato poco prima: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra» ma è anche il «Dio vide» che intercala per ben sette volte il racconto della creazione in Genesi 2, accompagnato da «era buono/a». Dio partecipa alla propria creazione,  è coinvolto nelle sorti delle sue creature nonostante che, anzi proprio perché queste «non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra».
Questo “Dio vide” è il Dio della vita non il dio della morte, non prova piacere nella rovina e nella distruzione ma vuole la salvezza delle sue creature.
E’ il Dio che in Isaia ha promesso «ascoltate e voi vivrete; io farò con voi un patto eterno, vi largirò le grazie stabili promesse a Davide».
E’ il Dio della grazia che «ha abbattuto il muro di separazione», ci ha resi «concittadini dei santi» e membri della sua famiglia e ci ha riconciliate/i con Lui mediante la croce di Cristo Gesù (crf. Efesini).
E’ il Dio che nonostante la malvagità degli esseri umani perdona ed è pronto ad accoglierli per festeggiare rendendo il pentimento leggero e la colpa sopportabile come il padre della parabola del figliol prodigo.
E’ come il padrone di casa che quando vede che molti degli invitati, con delle scuse, non partecipano al festeggiamento non resta passivo ma manda i propri servitori a cercare altri ospiti che possano condividere la gioia di festeggiare insieme a lui.

«Venite, perché tutto è già pronto» (Luca 14,17) questo è l’invito che Dio rivolge a ciascuna e ciascuno di noi e all’umanità intera. Il suo perdono, mediante Gesù Cristo, ci è offerto gratuitamente, confessiamo le nostre colpe, le nostre debolezze e anche la nostra incredulità, pentiamoci, convertiamoci. Dio ci chiama ad agire contro la malvagità, contro ogni distruzione e contro ogni forma di violenza rivolta sia verso gli esseri umani sia verso tutte le altre creature viventi. Invochiamo il suo Spirito affinché, certi del suo perdono e afferrati «dalla potenza della grazia di Cristo» (D. Bonhoeffer), riprendiamo il nostro cammino riconciliati con Dio e con il prossimo per diventare servitori della giustizia e della pace. Amen

Predicazione di Valdo Pasqui, chiesa evangelica valdese, domenica 26 giugno 2022

 

 

Domenica 5 giugno 2022
Pentecoste
[Battesimo di Noemi De Cecco; professioni di fede di Carlotta Banchi e Marco Mancinella]

Testi:
Atti 2,17-21  
Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. 18 Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito e profetizzeranno. 19 Farò prodigi su nel cielo e segni giù sulla terra, sangue e fuoco, e vapore di fumo. 20 Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno del Signore. 21 E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato
Isaia 56,1-10
Così parla il Signore: «Rispettate il diritto e fate ciò che è giusto; poiché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per essere rivelata. 2 Beato l’uomo che fa così, il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male!» 3 Lo straniero che si è unito al Signore non dica: «Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!» Né dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!» 4 Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace e si atterranno al mio patto: 5 «Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più. 6 Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto, 7 io li condurrò sul mio monte santo e li rallegrerò nella mia casa di preghiera; i loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli». 8 Il Signore, Dio, che raccoglie gli esuli d’Israele, dice: «Io ne raccoglierò intorno a lui anche degli altri, oltre a quelli dei suoi che sono già raccolti».
9 O voi tutte, bestie dei campi, venite a mangiare, venite, o voi tutte, bestie della foresta! 10 I guardiani d’Israele sono tutti ciechi, senza intelligenza; sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare»”.

Atti 8,26-39
Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va’ verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta». 27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un Etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 28 e ora facendo ritorno, seduto sul suo carro, stava leggendo il profeta Isaia. 29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro». 30 Filippo accorse, udì che quell’uomo leggeva il profeta Isaia e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui. 32 Or il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: «Egli è stato condotto al macello come una pecora; e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, così egli non ha aperto la bocca. 33 Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio. Chi potrà descrivere la sua generazione? Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra». 34 L’eunuco, rivolto a Filippo, disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù. 36 Strada facendo giunsero a un luogo dove c’era dell’acqua. E l’eunuco disse: «Ecco dell’acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?» 37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. 39 Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; l’eunuco non lo vide più e continuò il suo viaggio tutto allegro”.

Pentecoste è la festa dello Spirito Santo e per questo amiamo celebrare le nuove professioni di fede in questo giorno. E’ infatti per lo Spirito del Signore che si può dire la propria fede, e molti sono i modi per farlo, molti sono i cammini con cui il Signore intreccia le nostre vie.
Nei brani, che abbiamo letto, abbiamo una quantità di diversità tutte assieme, molti colori che formano la chiesa: nella scena della Pentecoste a Gerusalemme abbiamo ebrei e proseliti, schiavi e schiave, ma anche persone libere. Nell’oracolo di Isaia abbiamo eunuchi e stranieri insieme a chi è nato nelle famiglie di Israele. Nell’incontro tra un apostolo ellenista, Filippo, e un funzionario etiope venuto a cercare nutrimento per la sua fede abbiamo ancora uno spaccato di come le strade si intrecciano e sono ricche di scoperte. Ognuno compie il suo percorso e Dio offre a tutti l’opportunità di incontrarlo, attraverso una persona o attraverso il dono dello Spirito Santo.
E’ così che si forma la chiesa, nella diversità dei colori, dei generi e delle provenienze. Questa ricchezza di diversità è proprio il dono dello Spirito Santo a Pentecoste, e ci invita a non ridurre mai il nostro sguardo dentro recinti costruiti da mani umane, ma a lasciarci mettere in disordine dal vento dello Spirito.

Ma veniamo all’incontro tra Filippo e l’etiope. Forse sapete che la chiesa copta etiope vanta di essere la chiesa cristiana più antica fuori dalla Palestina, proprio per il battesimo raccontato in questo brano.
Qui viene raccontato un classico percorso di ricerca di un proselita ebraico. Egli conosceva le Scritture e aveva intrapreso il viaggio per vedere Gerusalemme e adorare Dio nel suo tempio. Non sapeva che avrebbe incontrato Dio su una strada polverosa invece che nel tempio, e attraverso un ellenista invece che attraverso un ebreo di nascita. Il tempio per lui era precluso nei suoi cortili più interni riservati agli ebrei di nascita e ai sacerdoti. L’etiope non solo era straniero, ma anche eunuco, e questo lo rendeva inadatto secondo la legge ebraica, nonostante l’oracolo di Isaia, che abbiamo letto. I sacerdoti preferivano attenersi a una interpretazione stretta della legge, senza ammettere le eccezioni che mostravano la vita passare attraverso le crepe, e la salvezza di Dio abbracciare tutti i popoli.

Questo però i primi cristiani a Gerusalemme lo avevano già compreso, tanto che si riunivano nel tempio sotto il portico di Salomone, quello che segnava il confine tra i cortili interni e quello più aperto dove donne e stranieri erano ammessi al culto. Lo avevano capito a causa della Pentecoste che aveva aperto loro occhi e bocca, che li aveva fatti uscire dalla stanza in cui si erano rinchiusi, che aveva mostrato loro il Dio di tutti i popoli, di tutte le generazioni e di donne e uomini, che si era espresso nella vita e nella pratica di Gesù. Una pratica inclusiva che aveva scandalizzato molti, ma non loro, resi ora aperti dallo Spirito di Dio.
Così aperti che Filippo, l’apostolo ellenista, non sa come si trova sulla strada su cui passa il carro dell’etiope. E’ lo Spirito che ce lo ha portato, e presto lui ne scopre il motivo.
La lettura di un passo, cosa preziosa a quel tempo. L’aiuto a capire. Il viaggio che lo ha portato più vicino a Dio. L’etiope porta indietro con sé molto, ma il dono più grande è questo incontro apparentemente casuale con Filippo.
Il brano che stava leggendo è uno dei passi chiamati “canti del servo dell’Eterno”, che descrivono le sofferenze del popolo in esilio e aprono alla speranza di un mondo rinnovato da Dio nel segno della giustizia e dell’amore.
I primi cristiani avevano già iniziato a scorgere in quelle parole un’anticipazione della Passione di Gesù, e anche della speranza che lui aveva portato. Leggere, confrontare i testi antichi con la situazione presente, interpretare, applicare alla propria fede: questo è ciò che fa la comunità cristiana fin dall’inizio, e a cui sarete chiamati anche voi nel vostro cammino di fede.
E lo fanno insieme. Filippo e l’etiope sono due interlocutori, l’uno insegna e l’altro interroga e ascolta, poi l’uno suggerisce e l’altro battezza. Si scambiano i ruoli di chi guida la conversazione, perché lo Spirito di Dio è con loro e li avvolge con la sua presenza di attenzione e apertura dei cuori.
Trovo anche importante che il testo dica che Filippo gli parla di Gesù “cominciando da questo passo della Scrittura”, ma evidentemente non fermandosi soltanto a esso. La ricchezza della Parola vuole che non ci fermiamo a un solo testo o una sola interpretazione, e che impariamo a tirare dei fili tra un testo e l’altro. E’ il modo più antico di leggere la Bibbia, quello in cui ogni passo risuona in qualche altro.
E per me, questo passo di Isaia che parla del servo del Signore la cui discendenza è cancellata, richiama la promessa di Dio agli eunuchi che figli non potevano averne:
«Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più»
Dio apre il nostro futuro in modi impensati, e i nostri sforzi di assicurarci quel futuro cadono di fronte a una promessa così forte di Dio. E’ lui il Signore del nostro futuro, del vostro futuro, è lui che riempie la vita di benedizioni inattese e che ci fanno piangere di riconoscenza.
L’eunuco etiope chiede: “Cosa impedisce che io sia battezzato?”. In seguito, per chiarezza e per adeguarsi alla prassi della chiesa, venne inserito un versetto che riporta la sua confessione di fede. Inizialmente il racconto era molto scarno e veloce: Filippo lo battezzò. Il viaggio si ferma, per poi riprendere nella gioia. Il battesimo viene nel momento giusto per fermarsi, sapendo che c’è ancora una lunga strada da percorrere, ma ora con gioia. Le domande per ora hanno trovato risposta, si può proseguire con maggiore serenità.
La promessa di Dio avvolge voi, che oggi avete fatto una professione di fede, avete preso il tempo di fermarvi e, assieme ai membri di questa chiesa, siete scesi dal carro o dalle stanze chiuse per lasciarvi portare dallo Spirito di Dio. Quella promessa accompagna anche me, che sto per lasciare questa comunità per proseguire il mio cammino. Preghiamo insieme che lo Spirito di Dio ci conduca sulle strade, in cui incontreremo chi potrà ancora aiutarci nella nostra ricerca, abbattere gli ostacoli, e crescere con noi.

Predicazione di Letizia Tomassone, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 5 giugno 2022

 

Domenica 29 maggio 2022
Culto con il gruppo di catechismo

 

Testi:

Luca 11,1-4
Gesù era stato in disparte a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Egli disse loro: «Quando pregate, dite:
"Padre, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano; e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore; e non ci esporre alla tentazione»

Romani 8,26-27     

Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio”.

Salmo 121
Canto dei pellegrinaggi - Alzo gli occhi verso i monti... Da dove mi verrà l'aiuto?
Il mio aiuto vien dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra.
Dio non permetterà che il tuo piede vacilli;
colui che ti protegge non sonnecchierà.
Ecco, colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà.
Il Signore è colui che ti protegge;
il Signore è la tua ombra; egli sta alla tua destra.
Di giorno il sole non ti colpirà, né la luna di notte.
Il Signore ti preserverà da ogni male; egli proteggerà l'anima tua.
Il Signore ti proteggerà, quando esci e quando entri, ora e sempre.

Anche Gesù pregava e, come i suoi nonni, preferiva farlo all’aperto, alzando lo sguardo verso il cielo. Il sole, di giorno, e le stelle e la luna, di notte, gli facevano sentire tutta la grandezza e l’amore di Dio. Un Dio che ha creato tutto quello che ci circonda e che ci fa vivere, le montagne e i laghi. Ci riempie di gioia e di sollievo per la bellezza che riceviamo dalla creazione, opera di Dio.
Gesù pregava in disparte, da solo, cercava la solitudine. Eppure ci ha insegnato la preghiera più bella che ci mette all’interno di una comunione.

Il Dio a cui ci rivolgiamo come Padre, genitore che si prende cura, è “nostro”, non è di uno soltanto. Il pane quotidiano è “nostro”, condiviso, non da accaparrare facendo fare la fame ad altri. Anche la pratica del perdono, il dono grande con cui ancora Dio solleva la nostra vita e la rende piena di grazia, è rivolta nei confronti di altri e altre.
Il Padre nostro è la preghiera della comunione e della rete, in cui è inserita la nostra vita, ed è il Signore stesso che ci invita a farne parte, a non pensare di poter vivere la fede da soli, nell’isolamento, proprio come non viviamo da soli. La comunità del NOI ci è donata nel momento in cui ci mettiamo di fronte a Dio. Il Padre Nostro è la preghiera della comunità che stende le mani per accogliere chi è accanto, che attende insieme la venuta del Regno di Dio, che vive la solidarietà basata sul dono gratuito che viene da Dio.

Certo, anche la preghiera personale è necessaria e importante, proprio come fa Gesù, come fa Abramo quando alza gli occhi verso il cielo e vede la volta stellata, segno della promessa del Dio che lo ha chiamato.
Ma la preghiera della chiesa, la comunione del NOI, ci insegna che non possiamo fare a meno dell’altro, dell’amica, del fratello, per vivere la nostra fede.
Siamo tentati, soprattutto noi adulti, quando siamo stanchi o amareggiati, quando la chiesa non corrisponde a ciò che vorremmo, di allontanarci e vivere il nostro rapporto con Dio da soli.
Ma guardiamo la preghiera che Gesù insegna:
si prega perché venga il Regno di Dio, e questo riguarda addirittura tutto il mondo, non soltanto la chiesa! È l’attesa di quella trasformazione che porta pace e giustizia, la nuova creazione di Dio annunciata già dai profeti!
Non preghiamo per essere rapiti da soli e messi in una bolla sterilizzata, bensì chiediamo di essere coinvolti attivamente in questa attesa, facendo gesti di pace e di condivisione.

Forse i due anni di chiusura forzata nelle case ci hanno abituati ad avere rapporti molto controllati con gli altri, a cercare di stare bene da soli e ben distanziati dagli altri. Forse proprio voi giovanissimi avete risentito di questa chiusura prolungata, di tutti collegamenti e le lezioni virtuali invece che in presenza. E adesso fate fatica a ritrovare gli amici, a stare con gli adulti senza distrarvi, ad abbracciare e lasciarvi abbracciare.
Questo periodo che abbiamo vissuto con il virus ha intaccato anche la nostra socialità, la nostra capacità di stare insieme.
La preghiera del NOI è un esercizio che rimette al centro tutte le reti di relazioni che ci sorreggono e in cui siamo chiamati a portare il nostro contributo.
E vediamo, dunque, ancora la preghiera: cosa ci viene chiesto?
La speranza forte dell’attesa del Regno.
La lode a Dio che considera quanto la logica dell’amore sia distante da tutte le logiche violente del mondo umano.
La condivisione del pane.
La pratica del perdono e della riconciliazione nelle relazioni con gli altri.
La capacità di sorreggersi a vicenda nelle tentazioni.

I ragazzi e le ragazze hanno letto il commento di Lutero al Padre Nostro e, in particolare, alla richiesta sul pane quotidiano. Lutero scrive così:
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Che vuol dire?
Risposta: È vero che Dio dà quotidianamente pane, anche senza la nostra preghiera, a tutti gli uomini anche se indegni, ma noi domandiamo in questa preghiera che Egli ci faccia comprendere questo e ricevere con gratitudine il nostro pane quotidiano.
Che vuol dire: «Pane quotidiano»?
Risposta: Tutto ciò che appartiene alla nutrizione, alle esigenze corporali, come: mangiare, bere, vestiti, scarpe, casa, podere, campi, bestiame, danaro, beni, marito, figliuoli, servitù, padroni timorati di Dio, buon governo, buon tempo, pace, salute, disciplina, onore, buoni amici, fedeli vicini e simili.”
Il gruppo ha poi provato a prendere questa lista per capire cosa è rilevante per noi oggi e in che modo [per il testo a cui ci si riferisce qui, vedere in calce alla predicazione].
1. cibo, sicuramente. 2. Bevande, non molte bevande - è fondamentale l'acqua potabile. 3. Abiti, sì. 4. Calzature,sì. 5. Case, non tanto per averle, abitazioni in cui vivere bene. 6. Fattorie, non necessariamente, sì se si intende un lavoro. 7 e 8 campi campagna, sì, e lo abbiamo inteso come la possibilità di soddisfare i bisogni primari attraverso ciò che proviene dalla natura. 9. Denaro, sì 10. Proprietà, solo nella misura in cui dà lavoro e benessere. 11 un buon matrimonio, non sempre è indispensabile; potrebbe aiutare, è stato ribadito; si può avere amore anche da un compagno o da un animale. 12 dei buoni figli, non è necessario averne, ma, se si hanno, meglio che siano buoni figli. 13 buone e fedeli autorità, sì, abbiamo inteso giudici, poliziotti, insegnanti. 14 un governo giusto è importante; un cattivo governo può portare la guerra. 15 un tempo favorevole (né troppo caldo né troppo freddo) sì, è importante, basti pensare al riscaldamento del pianeta. 16 salute, sì. 17 onori, è importante sentirsi fieri per qualcosa. 18-19 buoni amici vicini fedeli, gli ultimi due sono importanti perché si sta bene quando si è circondati da persone, di cui ci si può fidare; è brutto sentirsi odiati o respinti.
I bisogni primari, quelli che oggi mettiamo nell’elenco dei diritti umani o dei beni comuni, come l’acqua, l’educazione o il clima del pianeta, sono per noi “pane quotidiano”, cioè tutto ciò che ci nutre, comprese delle relazioni giuste e rispettose da parte di chi ci governa o ha autorità su di noi; compresa la possibilità di aver fiducia nell’amico o nell’amica senza esserne tradito attraverso un uso improprio e aggressivo dei social.
Il “pane quotidiano” è anche quel perdono che ci rimette in marcia, che ci offre una nuova possibilità di vita.
I ragazzi e le ragazze centrano il punto quando affermano che un cattivo governo può portare alla guerra.
Ecco quante cose possiamo pensare quando preghiamo il Padre nostro.

Grazie, ragazzi e ragazze, per averci fatti tornare su questa preghiera del NOI, della comunione.
Il Signore ha aperto i nostri occhi anche attraverso le vostre parole.

Predicazione di Letizia Tomassone, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 29 maggio 2022

 

 

 

 

Non uccidere

Non uccidere.
Deuteronomio 5,17

Ufficiale dell'esercito francese, Hélie de Saint Marc ha fatto parecchie guerre e fornito una descrizione senza concessioni di quello che ha visto: «Non esiste una guerra gioiosa o una guerra triste, una guerra bella o una  guerra sporca.
La guerra è sangue, sofferenza, volti bruciati, occhi dilatati dalla febbre, pioggia, fango, escrementi, immondizia, i topi che corrono sui corpi, le ferite mostruose, donne e bambini si sono trasformati in carogne. La guerra umilia, disonora, degrada. Questo è l'orrore del mondo riunito in un parossismo di sangue e lacrime.»

Di fronte a una simile descrizione, l'aggressione dell'Ucraina ci mette nelle condizioni di turbamento. Siamo pertanto obbligati a pensare alla guerra. Ecco alcuni elementi di riflessione.

La guerra rientra nella categoria del peccato. Nel libro della Genesi, la radice del peccato è l'orgoglio dell'uomo che si crede Dio.  Il primo peccato trova il suo fondamento nel parola del serpente: «Sarete come dei» (Gn 3, 5) .
La guerra è prima di tutto un processo che mira a impossessarsi del prossimo, a credersi il padrone delle persone e delle cose. Chi fa la guerra crede di avere i mezzi per combatterla facendo affidamento sulla forza del suo esercito.

La Bibbia dice che non bisogna essere troppo forti. Così è raccomandato al re del libro del Deuteronomio: «Che non abbia un gran numero di cavalli; che non faccia tornare il popolo in Egitto per avere molti cavalli; perchè il Signore vi ha detto : 'Non tornerai più da quella parte’ (Dt 17, 16)».
Perché il re d'Israele sarà tentato di andare in Egitto? Per diventare una grande potenza ? Per vendicare l'umiliazione del passato? La Bibbia mette al bando queste tentazioni.

La guerra rivela qualcosa di diabolico nel fatto che è è irrazionale. Rileggiamo la storia: quali  sono le guerre che hanno portato pace e prosperità in un paese? La guerra è un ingranaggio che lo psichiatra dell'esercito Patrick Clervoy ha  chiamato "effetto Lucifero". In situazioni di violenza, arriva un momento in cui gli individui perdono la capacità di giudizio. Se la Bibbia  ha personalizzato il male come Lucifero, è per ricordarci che quest'ultimo ha un potere di fascino che può, per alcuni momenti, prendere possesso della persona. Poiché c'è qualcosa di diabolico nella guerra, non bisogna tentare di scendere a patti con lei, ma opporle un interdetto morale e spirituale.

Lo storico Christian Renoux ha scritto che non è un caso che i genocidi siano avvenuti in tempo di guerra, quando la violenza non era più controllata. «Bisogna ricordare che il genocidio contro gli armeni ha avuto luogo durante la Prima Guerra mondiale, quello degli ebrei d'Europa durante la Seconda Guerra mondiale? Il genocidio cambogiano è inseparabile dalle guerre che hanno infiammato la penisola indocinese dal 1945 al 1975, stessa cosa per il genocidio [dei Tutsi in Ruanda] da collegare alle sanguinose guerre civili della la regione dei Grandi Laghi a partire dal 1959»

Nei periodi di grande violenza, c'è uno stallo del senso morale. La parola stallo è presa in prestito dal vocabolario aeronautico. Un aereo in volo è sostenuto dall'azione del vento portante sulle sue ali. Se la velocità dell'aereo diminuisce al di sotto di un certo livello, l'aria non lo sostiene più e si dice che l'aereo va in stallo. Non è più controllabile e si schianta al suolo. Allo stesso modo, il comportamento umano solitamente contenuto tra pulsioni e inibizioni. In tempo di guerra, le inibizioni hanno la tendenza a scomparire e l'essere umano "stalla" in senso morale. Addestrato a superare la sua inibizione ad uccidere, il soldato può, se non è strettamente contenuteo nelle regole di disciplina del combattimento, trasformarsi in un assassino che niente può fermare.

«Non uccidere». Questo divieto richiede di considerare il comandamento che dice «Non uccidere» come un assoluto categorico. Dopo la prima guerra mondiale mondo e l'orrore delle trincee, Albert Schweitzer ha detto, in un sermone pronunciato in ricordo dei morti: «I nostri figli devono custodire per tutta la vita, come un'eredità che gli è stata lasciata, la convinzione che il comandamento “Non uccidere” ha un valore molto più fondamentale di quanto noi e i nostri genitori lo pensassimo.»

Di fronte alla guerra si inscrive l'atteggiamento del discepolo nella tensione tra resistenza e la fuga. I capitoli apocalittici dei vangeli sinottici parlano dei tempi di persecuzione che la Chiesa ha attraversato (Mt 24; Mc 13; Lc 21) . Evocano due fasi diverse. Prima quella della resistenza: «Sarete consegnati ai tribunali, sarete picchiati […]; comparirete davanti ai governatori e ai re […] . Non preoccupatevi di quello che direte perché non siete voi che parlerete ma lo Spirito Santo.» Poi, quando le forze del male si scatenano, arriva l’ora de «l’abominio e della desolazione», non si tratta più di testimoniare, ma di fuggire senza voltarsi.

La Bibbia ci ricorda che la vita è tragica. Racconta una serie di disgrazie che si sono abbattute su Israele fin dai tempi più antichi, ma la tragedia non è mai l'ultima parola della storia, tutti le grandi catastrofi sono stati seguite da rigenerazioni.

ANTOINE NOUIS Réforme 3 Marzo 2022

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 2 Luglio 2022
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze