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Meditazioni

 

 

 

 

Sapienza di Dio

 

Letture

Giovanni 15:1-8

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Atti 17:22-34

22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; 25 e non è servito dalle mani dell'uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza". 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte e dall'immaginazione umana. 30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».
32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un'altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l'areopagita, una donna chiamata Damaris, e altri con loro.

Proverbi 8, 22 - 35
22 Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,
prima di fare alcuna delle sue opere più antiche.
23 Fui stabilita fin dall'eternità,
dal principio, prima che la terra fosse.
24 Fui generata quando non c'erano ancora abissi,
quando ancora non c'erano sorgenti rigurgitanti d'acqua.
25 Fui generata prima che i monti fossero fondati,
prima che esistessero le colline,
26 quand'egli ancora non aveva fatto né la terra né i campi
né le prime zolle della terra coltivabile.
27 Quand'egli disponeva i cieli io ero là;
quando tracciava un circolo sulla superficie dell'abisso,
28 quando condensava le nuvole in alto,
quando rafforzava le fonti dell'abisso,
29 quando assegnava al mare il suo limite
perché le acque non oltrepassassero il loro confine,
quando poneva le fondamenta della terra,
30 io ero presso di lui come un artefice;
ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno,
mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza;
31 mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra,
trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.
32 Ora, figlioli, ascoltatemi;
beati quelli che osservano le mie vie!
33 Ascoltate l'istruzione, siate saggi,
e non la rifiutate!
34 Beato l'uomo che mi ascolta,
che veglia ogni giorno alle mie porte,
che vigila alla soglia della mia casa!
35 Chi mi trova infatti trova la vita
e ottiene il favore del SIGNORE.
36 Ma chi pecca contro di me, fa torto a se stesso;
tutti quelli che mi odiano, amano la morte.

 

Care sorelle e cari fratelli,
secondo il nostro calendario liturgico oggi è la quarta domenica di Pasqua (ovvero la terza dopo quella di Pasqua) contrassegnata dal motto “Jubilate”, parola latina che in italiano può essere tradotta come “gridate di gioia”, “esultate”. Si chiude oggi anche la settimana dell’evangelizzazione promossa dalle Chiese metodiste e valdesi. Le letture che abbiamo ascoltato, indicate dal lezionario “Un giorno, una parola”, sono talmente dense di significati che ogni commento potrebbe risultare inadeguato e destinato a sminuire la Parola del Signore che da sola ha la forza per penetrare nelle nostre coscienze, svegliare le nostre menti e riscaldare i nostri cuori. Dunque con reverenza e umiltà cominciamo a condividere alcune riflessioni, partendo proprio dai primi versetti del passo dei Proverbi:
Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,
prima di fare alcuna delle sue opere più antiche. (*)
Fui stabilita fin dall'eternità,
dal principio, prima che la terra fosse-

(*) In altre traduzioni “mi ebbe con sé” è reso con “mi possedette” o “mi creò”

Chi è il soggetto che parla in questi termini?  La sapienza. Di essa tratta il Libro dei Proverbi, così chiamato nella traduzione dal latino, o Libro Sapienziale, che raccoglie una serie di sentenze pronunciate dai Savi. Questi saggi in Israele formavano una classe distinta dai sacerdoti e dai profeti e a loro era affidata la formazione degli ufficiali di corte e degli scribi. Attribuiti al re Salomone, in realtà i Proverbi contengono varie raccolte di massime, formatesi in tempi diversi, una parte delle quali probabilmente comprendono anche massime di Salomone. Il passo letto, tratto dal cap.8, è incluso nella prima parte che arriva fino al cap. 9, considerata la più recente e che viene fatta risalire al 400 a.C. quando si ritiene sia stata formato l’intero libro.

Qui il soggetto che parla è la Sapienza di Dio, in Lui preesistente e da Lui stabilita, creata prima di ogni altra cosa. Tutto questo ci viene ricordato con uno stile poetico molto bello ed efficace ricordandoci tutta la vastità e la bellezza del creato: la saggezza era prima degli abissi, delle sorgenti, dei monti, delle colline, della terra coltivabile, dei cieli, delle acque e del mare. Un elenco che ripercorre l’azione creatrice di Dio e che da solo già costituisce motivo di gioia e ci invita a rivolgere la nostra attenzione e la nostra cura per questi doni che ci sono stati dati.
La sapienza dice: quando tutto questo veniva creato “io ero là”, “io ero presso di lui come un artefice”.
Ci sono altri passi, prima e dopo quelli letti, che completano il ritratto della sapienza, certamente espresso attraverso le parole umane dei saggi ma con lo sguardo rivolto a Dio. Così nel cap. 2 vers.6 : “Il Signore infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza”;  la saggezza è  “fonte di vita” (cap. 13,14) ed è capace di produrre il bene per gli altri “Le labbra del giusto nutrono molti” (cap. 10,21).
Il Libro dei Proverbi ci insegna che dalla sapienza discendono l’assennatezza, la scienza della riflessione, l’intelligenza, il senso della misura, la capacità di dominarsi, di saper parlare, la verità e la giustizia, l’equità, la rettitudine, il bene. Tutte quelle qualità e quelle virtù che rendono l’uomo saggio, in opposizione all’uomo stolto che è capace solo di fare il male. Questa contrapposizione saggezza/stoltezza uomo saggio/uomo stolto accompagna costantemente tutte le massime dei Proverbi sia a scopo esemplificativo che per formulare una serie molto lunga di precetti, di buone regole, cui attenersi e proposti come insegnamenti ovvero come elementi di un percorso di apprendimento della saggezza e quindi di crescita e miglioramento personale.
Ora mi vorrei soffermare su due aspetti che riguardano il modo in cui questi passi che descrivono la saggezza d Dio ci interpellano e ci sollecitano: la gioia e l’esortazione.

Dio qui ci parla sorridendo e ci rivolge un invito ad ascoltare gli insegnamenti, come un padre o una madre si rivolgono alle loro creature gioiosamente, amorevolmente e pieni di cura.  Infatti Dio fa dire alla saggezza:
ero sempre esuberante di gioia giorno dopo giorno,
mi rallegravo in ogni tempo in sua presenza;
mi rallegravo nella parte abitabile della sua terra,
trovavo la mia gioia tra i figli degli uomini.

Siamo di fronte a Dio che, attraverso la propria saggezza, è “esuberante di gioia” per quello che ha creato, che si “rallegra” e che trova “gioia” tra gli uomini che ha creato.
Si avverte una eco profonda del poema della Genesi, un rimando immediato a “Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” che accompagna le fasi della creazione descritte nel primo capitolo della Genesi. Si può avvertire quasi una nostalgia dell’inizio della creazione, prima della caduta, di una condizione di piena armonia tra il Creatore e le sue creature.
Certamente la nostalgia da parte degli esseri umani, espressa attraverso il linguaggio poetico usato dai saggi che hanno scritto questi versi, ma attraverso la quale oserei dire traspare anche la nostalgia di Dio per una creazione inizialmente perfetta la cui armonia si è poi interrotta e soprattutto si è interrotta l’armonia con gli esseri umani.
Qualcuno potrebbe obiettare che siamo di fronte ad una visione mitica della creazione. Le conoscenze che faticosamente e progressivamente ci hanno permesso di iniziare a comprendere, anche se in modo ancora molto parziale e limitato, alcune leggi dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande ci inducono a de-mitizzare questo racconto, ovvero a spogliarlo dal linguaggio metaforico.
Tuttavia è molto bello e rassicurante sapere che il Creatore del cielo delle terra ha agito nella gioia e rallegrandosi dei frutti della sua creazione. 
Esseri effimeri, di passaggio per un lasso di tempo infintamente piccolo, abitanti di un piccolo pianeta con un equilibrio sempre più precario e sconvolto, parte di un’enorme galassia appartenente ad un universo quasi certamente accompagnato da altri infiniti universi, regolati da leggi fisiche complesse che solo in minima parte siamo riusciti ad interpretare, possiamo scegliere di attribuire tutto al caso, ad una partita a dadi, ad un accidente fortuito, ad una imprevedibile singolarità, lasciandoci risucchiare e annientare dal buco nero del nulla (per usare alcuni termini della fisica) oppure, di fronte alla nostra impossibilità di comprendere il mistero, quale migliore sostegno possiamo trovare se non proprio recuperare questa capacità degli antichi saggi di Israele di porsi in dialogo con Dio, ma – notiamo bene - non un dio sterminatore o un dio indifferente nei nostri confronti, chiuso nella sua onnipotenza atemporale,  ma il Dio creatore che attraverso la sua saggezza giubila, “esuberante di gioia”,  e si rallegra delle propria creazione e dei figli degli uomini ?

Il teologo Gherard von Rad scrive (Sapienza Cristiana? 1971) che in questo cap.8 dei Proverbi: “La sapienza immanente al mondo chiama l’uomo […]. A questa autorivelazione della creazione risale quindi il possesso di verità da parte di tutti i popoli. Un’offerta di salvezza parte da essa e trascina l’uomo in un dialogo d’amore con la creazione [«Io amo coloro che mi amano» (Cap. 8,17)] […] Qui l’uomo si getta con gioia incontro ad un significato; egli scopre un mistero che è già sulla via di donarsi a lui”.

 

Ma non dobbiamo dimenticare che la saggezza di cui si parla è quella di Dio, non è quella umana derivante dalle nostre capacità naturali, da doti innate che ciascuna e ciascuno di noi può avere in misura più o meno maggiore. Ed infatti subito dopo troviamo l’ammonimento e l’esortazione:
Ascoltate l'istruzione, siate saggi, e non la rifiutate!
Beato l'uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte, che vigila alla soglia della mia casa!
Chi mi trova infatti trova la vita e ottiene il favore del Signore.

L’esortazione ad ascoltare l’istruzione, a comprendere, imparare e seguire tutti i precetti forniti, a vegliare alle porte della saggezza di Dio e a vigilare sulla soglia della sua casa deve essere ricondotta alla premessa enunciata all’inizio del Libro dei Proverbi: Il timore del Signore è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la saggezza e l'istruzione” (1,7).
Secondo i saggi estensori del libro dei Proverbi il timore del Signore è il fondamento dell’aspirazione umana alla sapienza così come espresso in modo ancora più perentorio nel cap. 9, 10 “Il principio della saggezza è il timore del Signore, e conoscere il Santo è l'intelligenza”.
Riconosciuti nella creazione i segni della sapienza di Dio, l’essere umano, parte di essa e amato dal Creatore, è così direttamente chiamato in causa da Dio e invitato a seguire gli insegnamenti dei saggi fondandosi sul “timore del Signore” per compiere un cammino di accrescimento della propria saggezza. Ecco che la sapienza di Dio, tramite questo processo di apprendimento continuo, non resta più astratta, esoterica, ma diventa qualcosa di riconoscibile e che addirittura si trova per strada: “La saggezza grida per le vie, fa udire la sua voce per le piazze; negli incroci affollati essa chiama, all'ingresso delle porte, in città, pronuncia i suoi discorsi” (Prov. 1, 20-21).
Ma aggiungerei – i tempi che viviamo lo dimostrano – che c’è molta sordità o troppi rumori e troppe altre grida che cercano di sovrastare quella voce; dunque a noi il compito di cercarla, fare attenzione a distinguerla e a riconoscerla, se noi la cerchiamo questa voce si lascia trovare, se ascoltiamo si lascia udire.

Tutto quanto detto fino ad ora naturalmente ben si coniuga nel contesto dell’Antico Testamento e della storia del popolo d’Israele che ha al centro il rapporto dell’essere umano con Dio ed è caratterizzata dal principio di fare il bene per essere ricompensati in questa vita, applicandosi a seguire gli insegnamenti ed i precetti divini al fine di ottenere il favore del Signore: “Chi mi trova infatti trova la vita e ottiene il favore del Signore. Ma chi pecca contro di me, fa torto a sè stesso; tutti quelli che mi odiano, amano la morte” (Prov. 8, 35-36)
Dopo che si è molto parlato di assenza di Dio, di morte di Dio, quando ormai oggi il dialogo con il Dio creatore sembra essersi interrotto, quando quella voce è sovrastata da tante altre voci, cosa possiamo dire?

Si parla continuamente di ricerca di senso, sono ormai ampiamente diffuse pratiche volte all’acquisizione dell’equilibrio interiore e dell’autoconsapevolezza. Il nostro mondo occidentale cristiano è sempre più polarizzato tra una secolarizzazione che pone al primo posto il profitto, il successo personale, il possesso ed il consumo di beni materiali e la rivendicazione delle radici cristiane. Da un lato la ricerca quasi ossessiva dello stare bene con se stessi e per se stessi e dall’altro una visione ideologica più incentrata sulla difesa identitaria, attraverso la costruzioni di muri reali e virtuali, che su un riscoperta dei valori fondanti della fede cristiana che al contrario porterebbe all’abbattimento di ogni tipo di barriera. 
Si parla di Gesù Cristo, spesso usandolo come una sorta di talismano secondo le teologie del benessere o promuovendo prassi devozionali che finiscono per relegarlo in un angolino invisibile rispetto a beati, santi e al culto mariano posti in primo piano. Ancor più raramente, si parla di Dio come più volte ha affermato con la sua ben nota forza ed efficacia il nostro prof. Paolo Ricca.
Ecco, dunque, l’importanza di saper recuperare il dialogo con Dio, così come ci insegna l’Antico Testamento. Il popolo di Israele aveva imparato a riconoscere la sapienza di Dio nella creazione e era indotto a conseguirla, a tendere ad essa, attraverso un faticoso e costante percorso di apprendimento basato sui precetti.
Noi rischiamo di non esser più capaci nemmeno di questo. Eppure, in quanto cristiani, abbiamo ricevuto un grande dono, una grazia immeritata, perché c’è stato un tempo nel quale quella sapienza di Dio di cui abbiamo argomentato fino ad ora è scesa in mezzo a noi, la Parola di Dio si è fatta carne ed ha vissuto per un tempo presso di noi (Giov. 1,1).
Questo è il fatto irripetibile, dirompente e sconvolgente che ha trasformato la storia dell’umanità e il nostro rapporto personale con Dio. La sapienza che, come dice Von Rad, è un’offerta di salvezza al mondo si è concretizzata, si è umanizzata in Gesù Cristo. Quell’offerta di salvezza fatta di un complicato percorso di apprendimento e di osservanza di precetti, talvolta anche opprimenti, è stata trasformata da Dio in un dono gratuito mediante il sangue offerto da Gesù che è saluto sulla croce  assumendo su di sé i nostri peccati.
La gioia della creazione e della sua condivisione con i figli degli uomini si è trasformata nella luce, nel calore e nella gioia della resurrezione della mattina di Pasqua. Con questo evento il Dio creatore ha rinnovato il patto con gli esseri umani, estendendolo gratuitamente a tutti coloro che riconoscono in Gesù il proprio Salvatore e che in lui si aprono ad una nuova vita, una nuova creazione, fondata sull’amore per Dio e per gli altri.
L’immagine della saggezza che gioisce con la creazione e si rallegra in mezzo ai figli dell’uomo, la triade saggezza di Dio-precetti e prescrizioni-apprendimento umano, come ci dice l’Evangelo di Giovanni, ora è rimpiazzata dalla triade vignaiuolo-vite-tralci ovvero Padre-Figlio-esseri umani. La nuova alleanza stabilita da Dio con gli uomini e le donne non è più basata sull’apprendimento dei precetti e lo sforzo per divenire saggi, ma acquista una dimensione più ampia e profonda. Come i tralci sono un tutt’uno con la vite allo scopo di produrre buoni frutti e ricevono la loro linfa vitale, il loro nutrimento dalla vite, grazie alle cure del vignaiuolo, così noi, se crediamo in Gesù, diventiamo un tutt’uno con lui e possiamo produrre buoni frutti.  “Dimorate in me e io dimorerò in voi” ci dice Gesù; essere tralci della vera vite permette di portare “molto frutto”, in questo consiste essere discepoli di Gesù e questo è il modo per glorificare Dio. I frutti, dunque la saggezza e tutte le qualità che da essa derivano, si ottengono non più cercando di adempiere puntualmente ad una serie di precetti e di prescrizioni ma dimorando e  credendo in Gesù, seguendo e  facendo la volontà Gesù

Molti si comportano come quegli Ateniesi che, come riporta il testo degli Atti degli Apostoli, dopo il discorso dell’Apostolo Paolo in mezzo all’Areopago reagirono così: “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un'altra volta»”.
Indifferenza, disinteresse, derisione, scetticismo, una risposta frettolosa ed infastidita: ora basta ci siamo stufati, ne riparleremo un’altra volta! La stoltezza (anche l’indifferenza è stoltezza) che prevale sulla saggezza.
Eppure Paolo aveva esposto una confessione di fede nel Dio creatore  “che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso”, “che dà a tutti la vita”, che “passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano”, dove ritroviamo la contrapposizione tra saggezza e stoltezza declinata attraverso l’invito al ravvedimento in vista del giorno in cui Dio “giudicherà il mondo con giustizia” per mezzo di quel “l'uomo ch'egli ha stabilito” dandone “sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti”, cioè Gesù Cristo.
Paolo grazie alla sua cultura ebraica e romana, ma direi soprattutto per effetto, come conseguenza, della sua conversione, riesce a fornirci una sintesi perfetta tra Antico e Nuovo Testamento, tra il primo patto stabilito da Dio e il patto rinnovato in Gesù.
La scelta è dunque questa: rinviare la decisione ad un altro giorno o accettare l’invito che il Signore ci rivolge per dimorare in Gesù affinché egli dimori in noi e siamo suoi discepoli?
Se veramente abbiamo accolto questo invito allora possiamo diventare portatori di molti e buoni frutti, rendere gloria a Dio, giubilare in Lui e con Lui ed annunciare l’Evangelo della salvezza affinché altri si uniscano a noi e credano in Gesù Cristo.
Amen

Predicazione di Valdo Pasqui domenica 12 Maggio 2019 Chiesa Evangelica Valdese di Firenze

 

 

 

Chiesa virtuosa ma insoddisfatta

 

 

Letture:
Matteo 19,16-22

Ed ecco, un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» 
17 Gesù gli rispose: «Perché mi interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 
18 «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. 
19 Onora tuo padre e tua madre5, e ama il tuo prossimo come te stesso6». 
20 E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» 
21 Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». 
22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni”.

Matteo 25,31-40

“«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. 
32 E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; 33 e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 
34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: ‘Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. 
35 Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; 
36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi’. 
37 Allora i giusti gli risponderanno: ‘Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? 
38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? 
39 Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?’ 
40 E il re risponderà loro: ‘In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me’”

 

A febbraio 2019 c’è stato il sinodo della chiesa avventista italiana, che si svolge ogni 5 anni. Il tema era: “Paolo ha piantato, Apollo ha innaffiato, ma Dio fa crescere”. Ecco allora la domanda che ti faccio: come sta la tua chiesa? Come cresce la tua comunità? Non si può dare una risposta univoca. Alcune comunità cristiane sperimentano un’invidiabile crescita numerica; altre sono ferme sugli stessi numeri da decenni; altre ancora sono in fase di diminuzione e pericolo di scomparsa.
Ma, seppure la quantità sia importante, più valore di essa ha la qualità. Quindi più che chiederti come sta crescendo la tua chiesa in termini numerici, ti chiedo: come sta crescendo in termini spirituali? Cioè, come sta andando la crescita qualitativa della tua chiesa, più che quella quantitativa?
Vorrei dunque condividere la mia riflessione su questa domanda, a partire dall’esperienza del giovane ricco.
Paragonerò questo giovane ricco a una chiesa virtuosa, una chiesa ricca. La ricchezza di questo giovane è indiscutibile sul piano quantitativo: non solo è ricco di beni, ma è anche ricco di virtù. Fin da bambino ha sempre osservato tutti i principî morali richiesti dalla fede: non gli manca nulla. Ecco perché lo paragono a una chiesa virtuosa: piena di persone, magari piena di giovani e bambini; queste persone hanno tanti talenti, che mettono al servizio della comunità; è una chiesa sufficientemente foraggiata sul piano economico, tra offerte, decime, otto per mille, donazioni, e così via. È una chiesa ricca di culti, di riunioni, di programmi pensati per varie fasce d’età. È ricca anche di dottrine, di insegnamenti e delle più svariate forme di adorazione. È ricca di istituzioni e attività sociali.
Quando il giovane ricco va da Gesù per verificare il suo stato di salute, Gesù gli conferma che sta andando bene: se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Per essere sicuro, il tale chiede a Gesù di specificargli a quali comandamenti si riferisca, e Gesù specifica: “non uccidere, non rubare… ama il tuo prossimo come te stesso”. Punto. Per quanto riguarda Gesù, la valutazione di quel tale è positiva. Il giovane ricco avrebbe potuto tranquillamente fermarsi qui: “sto andando bene, continuo così”. Lo stesso potrebbe valere per la chiesa virtuosa. È talmente virtuosa, che sente la responsabilità di interrogare Gesù per chiedergli una valutazione, per sapere se sta andando bene. E Gesù le risponde: “preghi, leggi la Bibbia, metti in pratica i miei insegnamenti, non fai del male agli altri, ti sforzi di amare il prossimo … cosa vuoi di più? Certo che va bene, continua così, sono soddisfatto di te!”.
Gesù è dunque soddisfatto del giovane ricco. Ma quest’ultimo non lo è altrettanto di se stesso. Sente che tutto questo, tutta questa grazia che gli è stata data, non gli basta. Sente che gli manca qualcosa, forse qualcosa di piccolo, ma che deve essere essenziale perché altrimenti non si spiegherebbe il suo stato di insoddisfazione. E ora veniamo alla chiesa virtuosa: come ti senti, o chiesa, in rapporto a te stessa? Per Gesù va bene così come sei; vai avanti così. Continua a pregare, ad adorare, a leggere la Bibbia, a evangelizzare, a praticare i comandamenti, a fare attività sociali … è questa la strada; Gesù è soddisfatto di te; non ha altre richieste se non di perseverare in ciò che già sei e fai. Ma tu, come ti senti? Ti basta tutto questo? Ti senti appagata spiritualmente o hai la sensazione di un vuoto, forse un piccolissimo vuoto, ma essenziale? Ti capita mai di sentire che la fede stessa è diventata una routine, in cui la fiamma e lo zelo iniziali per Cristo hanno lasciato il posto a un comodo e tranquillizzante torpore, come quello che si prova in inverno quando fuori c’è un gran freddo e ti appisoli davanti al camino o al termosifone? Ti capita mai di sentire che ciò che hai creduto e hai praticato finora non ti basta più, e hai bisogno di altro? Ecco, a quel tale è successo proprio così. Se succede anche a te, allora continua a seguirmi in questa riflessione.
Il giovane non è dunque soddisfatto della risposta rassicurante di Gesù. Per questo gli chiede: “Ma se tutto ciò che si deve fare lo faccio già, e tuttavia non sono felice, che cos’è che mi manca allora?”.  E lo stesso fa la chiesa virtuosa: “M se tu, Gesù, sei soddisfatto di me e mi dici di continuare così, perché allora io non mi sento felice? Che cosa mi manca?”.
Ecco che allora Gesù risponde al tale: “Ok, la tua domanda quindi non è di tipo quantitativo, ma di tipo qualitativo! Cioè il tuo vero interrogativo non è sull’elenco di cose da fare o non fare per entrare nella vita eterna; la tua domanda è sulla perfezione”. Sapete, perfezione nella mentalità ebraica non indica assenza di macchia o difetto, ma completezza: quando Gesù gli dice: “Se vuoi essere perfetto”, gli sta offrendo non la possibilità di essere infallibile, ma quella di essere felice, di sperimentare uno stato di profondo appagamento. “Cara chiesa, tutto quello che fai è bene ed ha tutta la mia approvazione”, dice Gesù. “Ma se non ti basta per essere felice, se tutto questo comunque non appaga la tua sete interiore, ecco che cosa devi fare:
Vendi ciò che hai e dallo ai poveri … poi vieni e seguimi!”. Questa è la soluzione che Gesù offre al giovane ricco. “Tutta la tua ricchezza materiale e morale non ti soddisfa più? Hai un vuoto che ti fa star male? Allora vuol dire che il problema, caro giovane ricco, non è nella quantità, ma nella qualità. Non è aggiungendo altre cose da fare che ti sentirai meglio; tu hai bisogno di qualcosa di totalmente nuovo, mai vissuto prima: abbandona tutto quello che hai fatto finora, e seguimi”. Gesù offre a questo giovane una grande opportunità: essere un suo discepolo. Camminare con lui, mangiare con lui, vivere con lui, ascoltare le sue parole. Ma questa decisione ha un prezzo: il giovane deve abbandonare la sua zona di conforto. Tutte le sue sicurezze, tutta l’esperienza acquisita in anni di gestione “cristiana” della vita, la deve mettere da parte, e deve ricominciare tutto da capo un’esperienza totalmente nuova, dove dovrà imparare tutto. Uscire dalla sua zona di conforto gli procurerà tanti disagi da un lato, ma dall’altro gli darà la felicità e l’appagamento che tanto desidera.
Veniamo alla chiesa virtuosa, ma insoddisfatta. Ecco la ricetta che Gesù ha in serbo per lei: “Tutto quello che hai fatto finora, mettilo da parte, e vieni con me, seguimi!”. “E dove dobbiamo andare?”, chiede la chiesa virtuosa ma insoddisfatta. “Vieni con me. Ti porterò sulle rotte del deserto, nei campi di detenzione libici, verremo tenuti come animali a pane e acqua. Ti porterò con me su un gommone stipato di persone che fa rotta verso l’Italia; se tutto va bene, verremo soccorsi da una vera imbarcazione, ma dovremo sostare in mezzo al mare giorni e giorni prima di trovare un porto pronto ad accoglierci. E magari lì attendere altri giorni ancora prima di scendere dalla nave. Ti porterò in quartieri e centri di accoglienza dove toccherai con mano il fallimento del sogno illuminista di libertà, uguaglianza e fratellanza per tutti gli esseri umani. Ma non vedrai solo le profondità del male. Vedrai anche persone pronte a tutto pur di trovare un futuro per sé e per la propria famiglia. Vedrai manifestanti ai porti con cartelli e striscioni di solidarietà. Vedrai piccole chiese che organizzano corridoi umanitari e strategie di integrazione che le nazioni più potenti del mondo guardano con attenzione. Vedrai tante persone e associazioni di buona volontà all’azione. E soprattutto vedrai territori che in passato erano tutti bianchi, italofoni e cattolici, trasformarsi in terre piene di colori, di lingue, culture e religioni. Certo, so che non è facile lasciare la tua zona di conforto per venire assieme a me in un viaggio così pieno di incertezze; ma staremo insieme, e tu sarai un po’ meno al sicuro, ma molto più felice e appagato”.
Sicurezza, o felicità? Il tale ricco sceglie la sicurezza. Perciò si allontana triste. È al sicuro, perché Gesù stesso gli ha confermato che tutto ciò che fa è buono e gli dà il biglietto di ingresso nella vita eterna, ma è triste. Il prezzo della sicurezza è l’impossibilità di sperimentare quella felicità e quell’appagamento che solo il camminare insieme a Cristo su sentieri incerti può dare.
Sicurezza, o felicità? Tu, chiesa virtuosa ma insoddisfatta, che cosa sceglierai? Te ne starai al sicuro in tutto ciò che hai sempre fatto finora? Ti accontenterai della certezza del paradiso? Ti basta la crescita matematica dei tuoi sforzi? O è più forte il desiderio di crescita qualitativa, di conoscere Gesù in un modo mai sperimentato prima?
E tu, società che ci stai ascoltando, cosa sceglierai: sicurezza, o felicità? Meglio un Paese all’insegna della sicurezza, ma dove si vive sempre nella rabbia, nell’insoddisfazione e nella sfiducia verso tutto o tutti, o preferisci un Paese che si prenda qualche rischio in più sul piano della sicurezza, ma che in compenso sperimenti il vero benessere che deriva dall’aprirsi agli altri, soprattutto i più bisognosi?
Forse, un giorno, anche di noi Gesù potrà dire: “Ero straniero, e mi avete accolto”.

 

Predicazione del pastore avventista Saverio Scuccimarri nella Chiesa evangelica metodista di Firenze, domenica 14 aprile 2019

 

 

 

In preparazione della Pasqua

 

Testo:
Matteo 4,1-11

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 
3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 
4 Ma egli rispose: «Sta scritto: ‘Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio’». 
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: ‘Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo Essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti col piede contro una pietra’». 
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: ‘Non tentare il Signore Dio tuo’». 
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 
10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: ‘Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto’». 
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano”.

Vi  chiedo di pensare al culto come a una serie di fasi preparatorie:
1) l'invocazione 2) la confessione e l'assoluzione 3) la lettura delle Scritture
4) l'omelia e la conclusione.

Nel libriccino Un Giorno, una Parola, che ci guida nella lettura biblica giornaliera, la giornata odierna è indicata come la “Prima domenica dalla Passione di Cristo”. Il termine "Passione" in questo contesto viene concepito come sofferenza.
La sofferenza: diversi membri della nostra comunità hanno sofferto perdite in questi ultime settimane. Non vogliamo ignorare la realtà e il peso della sofferenza, ed esprimiamo solidarietà con loro. Ma "passione", applicato a Cristo può anche essere ripensata nell'altro senso della parola, cioè, la passione per qualcosa. Ed era proprio questa sua passione per la verità, per la giustizia, per chi soffre, per chi è escluso, per l'amore del prossimo che ha portato Gesù su una strada che lo ha condotto alla morte.
Forse per noi Protestanti quest'approccio è più naturale, forse più utile. C'è un motivo se la nostra croce è vuota; non diamo enfasi al Cristo crocifisso ma alla croce vuota, superata.
Che ne facciamo di questo periodo dell'anno ecclesiastico? Come Riformati mi sembra che siamo meno attenti di tanti altri cristiani ai suoi ritmi. Per alcuni l'espressione “anno ecclesiastico” fa pensare a riti che a noi non appartengono. Non deve essere per forza così. Forse è un esempio come rischiamo di non godere bene un patrimonio anche nostro, non soltanto, per esempio, qualcosa dei cattolici, degli ortodossi, degli anglicani, dei luterani.

E' curioso che  Un Giorno, una Parola non usi la parola Quaresima. Passione di Cristo, Quaresima - un momento anche per noi di preparazione. Ci offre un momento di riflessione, di ripensamento, di pentimento, esattamente come in ogni nostro culto è essenziale la confessione di peccato. Ognuno di noi, in silenzio, vive la confessione nel suo modo personale, privato. E può essere così anche mentre ci avviciniamo alla Festa di Pasqua.
La parola Quaresima evidentemente viene dal numero quaranta, un numero, come altri, caro agli Ebrei ma anche ai primi cristiani. Pensiamo ai numeri 3 o 7 o 8. "Quaranta giorni e quaranta notti" sembra che fosse una frase per dire "per un lungo periodo". Comunque, di solito, nella Bibbia aveva una relazione con i periodi di preparazione: 40 giorni di pioggia del diluvio universale, 40 anni nel deserto per fare maturare gli Israeliti per l'ingresso nella Terra Promessa, ma anche 40 giorni delle tentazioni di Gesù nel deserto prima dell'inizio del suo ministero che era nella lettura di oggi, 40 giorni di presenza e insegnamento di Gesù prima dell'Ascensione.
Possiamo trovare un approccio valdese o metodista in questo nostro viaggio verso Pasqua? Oggigiorno, comunque, in questo mondo complesso, frenetico, senza sosta, con un bombardamento di stimoli e di sfide, tanti di noi sentono il bisogno di fermarsi, di fare una pausa, di rivedere dove sono stati, dove sono, dove vogliono andare. Durante la Quaresima, una volta in sosta, forse potremmo prepararci bene per godere quello che vantiamo di essere, il Popolo della Parola. Probabilmente la preparazione più ovvia e semplice per festeggiare la Pasqua è la lettura regolare e sistematica della Bibbia.
Secoli fa, tanti secoli fa, perché la tradizione di un periodo preparatorio
per la Pasqua viene da lontano, Sant'Agostino ha proposto di usare questo periodo dell'anno per concentrarci sull'elemosina, sulla preghiera, sul digiuno. Pratiche non nostre? Perché no? Anche Agostino è patrimonio nostro. Non è un caso che Lutero fosse un Agostiniano. Ma non voglio soffermarmi su queste azioni che possono certamente essere risorse anche per noi - l'elemosina, la preghiera, il digiuno possono esserci utili, e non soltanto in questo momento dell'anno.
Preparazione per la Pasqua. Alla fine, a che serve la Pasqua? Tramite la confessione dei peccati ci rendiamo conto dell'importanza e della ricchezza dell'assoluzione. Ci fermiamo, ci guardiamo intorno e dentro e arriviamo a dire "Vieni, Signore, abbiamo bisogno di te." La stessa dinamica vale per la Quaresima. Possiamo fare un bell'elenco, spesso lungo, dei nostri peccati, ma propongo di tornare alla base.
Forse una dimensione nostra per la preparazione possiamo trovarla nell'identità minoritaria, una dimensione che ci mette costantemente in questione. Chi siamo noi? Dov'è il nostro posto? Siamo talmente piccoli e insignificanti che non possiamo illuderci di avere tutte le risposte, tutta la verità. Né che gli altri non contino nulla. Potrebbe essere un modo di pensare per tutti i Cristiani, ma siamo stati benedetti di vivere fortemente questa situazione di dubbi e di ricerca.

Il mese scorso, all'incontro sui valdesi al Gould, il moderatore Bernardini ha notato che, per una ragione o un'altra, come minoranza non siamo caduti nella trappola di isolarci, di chiuderci, di distanziarci dal mondo, dal prossimo. Invece possiamo sentirci spinti dalla voglia di uscire, di andare verso gli altri. Da questi contatti possiamo capire, e forse abbiamo capito, quanto gli altri, proprio nella loro diversità, ci arricchiscano, ci completino.
Qual è il peccato di Adamo ed Eva? La voglia di diventare come Dio, perfetti, completi. Non ci arriveremo mai, ed è bene riconoscerlo. Come la nostra esperienza di chiesa ci ha aperto a quello che gli altri hanno da darci, il passo più importante, credo, e forse molto utile nel questo periodo di attesa della Pasqua, è fermarci, guardarci intorno, e dire semplicemente "Signore, riconosco di non essere completo, aiutami, vienimi incontro per proseguire il percorso verso la Tua perfezione." Come San Paolo ha scritto, "vanto della mia imperfezione conoscendo che il Signore mi viene incontro."
Recentemente il Parroco della Pieve di Sant'Agata, a due passi da Casa Cares, mi ha chiesto di accogliere una richiesta che mi stava per arrivare da una loro catechista, cioè di presentare i valdesi, i protestanti ai suoi ragazzi della quinta elementare. Un bel compito. Ovviamente è inutile tuffarsi nei dettagli storici, ma abbiamo goduto il momento insieme, almeno io, parlando di un'Italia praticamente monocolore nel 1861. Era un mondo dove il diverso non era conosciuto, certamente non integrato, non apprezzato. Nell'Italia di oggi, invece, possiamo dire di poter godere una diversità di tutti i colori.
Per i ragazzi avevo disegnato un grande punto interrogativo. Dopo aver parlato dell'importanza della diversità ho suggerito che possiamo godere il momento in cui viviamo: tante opportunità di conoscere e godere quello che è diverso. Ho chiesto ai ragazzi di colorare il punto interrogativo e di andare verso quello che non conosciamo. Li ho ringraziato di essere venuti a conoscere, per quanto era possibile, i valdesi.
Godiamo anche noi i bei punti interrogativi che abbiamo in preparazione per la Pasqua.

Predicazione di Paul Krieg, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 10 marzo 2019

 

Signore, insegnaci a pregare

 

Letture

Romani 12,9-18

9 “L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. 
10 Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. 
11 Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; 12 siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, 13 provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. 
14 Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. 
15 Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. 
16 Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi. 
17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. 
18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini

Care sorelle e cari fratelli, la lettura di stamani è estratta dalla Lettera di Paolo ai Romani dal Capitolo 12. In questo capitolo c’è una svolta importante dell’epistola;  infatti, se nei primi undici capitoli  Paolo disquisisce sul tema della salvezza concessa da Dio per grazia,  in questo capitolo  smette  di  disquisire sul  tema della grazia, e  inizia a spiegare in modo concreto  la prassi della vita cristiana.
Non potendo per motivi di tempo approfondire, questa mattina, versetto  per versetto il  testo letto,  ho pensato di soffermarmi solo  sul versetto 12, in particolare dove si dice:  “[siate] perseveranti nella preghiera”.
Tale scelta nasce da questo fatto: mentre l’amore, seppur nella sua forma più elevata della carità, non è una prerogativa del credente (infatti  nel mondo ci sono  donne e uomini di ‘buona volontà’, sia  atei sia agnostici, e comunque  persone dal comportamento altamente virtuoso sia verso se stessi che verso il prossimo), invece la preghiera  è prerogativa  di ogni credente (cristiano  o di altra religione a cui appartenga).
Negli evangeli si racconta che Gesù raccomanda più volte ai suoi discepoli di pregare e contemporaneamente chiede la perseveranza. Lui stesso si ritira in luoghi solitari a pregare, soprattutto la notte e la mattina presto o nei momenti più importanti della sua vita .
Paolo riprende il  di Gesù: bisogna pregare sempre.
Prima di riflettere che cosa significa perseverare nella preghiera dobbiamo domandarci: perché pregare? e come pregare?
Venendo ai giorni nostri,  soprattutto nel mondo occidentale, dobbiamo fare un’amara constatazione,  e cioè che abbiamo poco  - o diamo poco - tempo alla preghiera, perché viviamo una vita piena d’impegni, e  il tempo fugge velocemente e quindi lo rincorriamo e, così facendo,  facciamo una professione di fede: dichiariamo che il nostro idolo è  il TEMPO facendoci sfuggire  il presente (nel quale c’è l’Epifania di Dio) perché il nostro incontro con Lui  non sta in un passato, di cui fare memoria, e nemmeno nel futuro, verso cui tendiamo, ma sta nel presente.
Pertanto, dobbiamo prendere consapevolezza che il vero primato del tempo  spetta a Dio. Dire “non ho tempo per pregare” è una professione idolatrica: il tempo ci è dato da Dio che nonostante tutto sta fuori dal tempo cioè dal “kronos”. Pregare non è facile è un’azione faticosa anche per coloro che sono credenti della prima ora, e oggi  viene più di prima  da domandarsi:perché pregare?
La cultura, la scienza e la tecnica ci fanno ‘credere’ che Dio siamo noi che siamo capaci di tutto o quasi,  e perciò siamo  autonomi da Dio nel vivere nel mondo, e questo  ci esime dal rivolgerci a lui. Questa mentalità è una grande tentazione, un grande inciampo che ci porta a non pregare.
Nella preghiera ci appelliamo a Dio, perciò ci ricordiamo che siamo creature finite, e che però, sopra di noi, in noi e con noi, c’è Dio; ci ricordiamo che lui è Signore della Storia e che noi siamo solo dei servi inutili ma, al contempo, in virtù di Cristo siamo sacerdoti, re e profeti. E’ nella preghiera,  ascoltando lo  Spirito, che  impariamo a essere come il Maestro.   Egli ci insegnerà, nell’ascolto, ad avere uno sguardo orizzontale  per amarci non a parole ma a fatti come fratelli e sorelle  liberi da ogni forma di Egoismo e di Egotismo (cioè fare il bene per il solo autocompiacimento). E ad avere uno sguardo in verticale per sapere che dove umanamente non c’è più speranza li c’è Dio e quindi c’è ancora speranza.
Ma cos’è la preghiera? Si sono scritti tantissimi libri su questo argomento; certamente non vi sono definizioni preconfezionate.
Pregare non è solo dare fiato alla voce, ma è aprire  l’ascolto alla voce dell’Alto e altro (Dio), pregare è mettersi a disposizione per essere sorpresi dall’INCONTRO .
Pregare è ascoltare, ma è anche chiedere, implorare: purtroppo, oggi come ieri, le nostre preghiere corrono un grande rischio: cioè di essere solo di  richiesta, quindi  di chiedere e di voler vedere realizzarsi in tutti i modi quello che domandiamo (come se Dio fosse a nostro servizio);  oppure corriamo il rischio opposto, quello della sfiducia, ovvero che la richiesta non possa essere ascoltata e pertanto meglio non chiedere niente perché Dio non me lo darà e io non voglio rimanere deluso. Gesù nel Padre Nostro c’insegna invece a chiedere sempre, ma a chiedere che sia fatta la Sua volontà ovvero: “Signore mi rendo disponibile” “ti faccio spazio nella mia vita perché la tua volontà si compia nella mia vita”.
Concludo, facendo notare che Paolo non dissocia le azioni (cioè l’agire) dalla preghiera ma anzi le congiunge. Se rileggiamo il brano di stamattina vediamo che tra i versetti 9 e 18, nei quali Paolo richiama a vivere secondo dettami della carità, proprio nel mezzo, inserisce la richiesta della preghiera, quasi come se stesse a dire che la preghiera è il collante per vivere fraternamente il messaggio di Dio: l’amore.
Voglia lo Spirito Santo insegnarci a pregare perché pregare è lasciare spazio a Dio affinché compia in noi e per mezzo di noi la venuta del Regno in pienezza.

Predicazione di Massimiliano Bianchi, Chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 20 gennaio 2019

 

 

Essere riconoscenti e condividere la benedizione di Dio

Testi:
Ebrei 12,12-29
Perciò, rinfrancate le mani cadenti le le ginocchia vacillanti; 13 fate sentieri diritti per i vostri passi, affinché quel che è zoppo non esca fuori di strada, ma piuttosto guarisca. 14 Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore; 15 vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio, che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati, 16 e che nessuno sia fornicatore o profano, come Esaù, che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura. 
17 Infatti sapete che anche più tardi, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, sebbene la richiedesse con lacrime, perché non ci fu ravvedimento. 
18 Voi non vi siete avvicinati al monte che si poteva toccare con mano, e che era avvolto nel fuoco, né all’oscurità, né alle tenebre, né alla tempesta, 
19 né allo squillo di tromba, né al suono di parole, tale che quanti l’udirono supplicarono che più non fosse loro rivolta altra parola; 
20 perché non potevano sopportare quest’ordine: «Se anche una bestia tocca il monte sia lapidata». 21 Tanto spaventevole era lo spettacolo, che Mosè disse: «Sono spaventato e tremo». 
22 Voi vi siete invece avvicinati al monte Sion, alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, alla festante riunione delle miriadi angeliche, 
23 all’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli, a Dio, il giudice di tutti, agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24 a Gesù, il mediatore del nuovo patto e al sangue dell’aspersione, che parla meglio del sangue di Abele. 
25 Badate di non rifiutarvi di ascoltare colui che parla; perché se non scamparono quelli, quando rifiutarono di ascoltare colui che promulgava oracoli sulla terra, molto meno scamperemo noi, se voltiamo le spalle a colui che parla dal cielo; 26 la cui voce scosse allora la terra e che adesso ha fatto questa promessa: «Ancora una volta farò tremare non solo la terra, ma anche il cielo».
27 Or questo «ancora una volta» sta a indicare la rimozione delle cose scosse come di cose fatte perché sussistano quelle che non sono scosse. 
28 Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore! 
29 Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante”.

Deuteronomio 6,10-12 e 18
Quando il Signore, il tuo Dio, ti avrà fatto entrare nel paese che giurò ai tuoi padri, Abraamo, Isacco e Giacobbe, di darti; quando ti avrà condotto alle grandi e belle città che non hai edificate, 11 alle case piene di ogni bene che non hai accumulato, alle cisterne che non hai scavate, alle vigne e agli uliveti che non hai piantati; quando mangerai e sarai sazio, 12 guàrdati dal dimenticare il Signore che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù”. 
“ […] Farai ciò che è giusto e buono agli occhi del Signore, affinché venga a te del bene ed entri in possesso del buon paese che il Signore giurò ai tuoi padri di darti”.

Atti 3,25
Voi siete i figli dei profeti e del patto che Dio fece con i vostri padri, dicendo ad Abramo: «Nella tua discendenza tutte le nazioni della terra saranno benedette»”.

Oggi, prima domenica dell’anno, e giorno dell’arrivo dei Magi d’Oriente alla luce del bambino, ascoltiamo due predicazioni contenute nel Nuovo Testamento. Quella di Pietro a Gerusalemme e quella dell’autore della lettera agli  Ebrei.
Essi si riferiscono  alla tradizione di appello alla giustizia dell’Antico Testamento del Dio conosciuto per avere liberato un popolo di schiavi e aver dato origine a una società regolata in base alla convivenza tra pari e alla  giustizia.
La lettera agli Ebrei mette in guardia da radici velenose che contagiano con il senso di esclusione.
Si può indicare la via della giustizia e allo stesso tempo rendersi conto che i mezzi a nostra disposizione sono proprio pochi, che per camminare servono gambe allenate e noi siamo zoppi, che le nostre forze sono poche.
Il predicatore presenta tuttavia questa strada su cui i deboli sono sostenuti dai forti, gli zoppi dagli abili, e ci si aspetta fino a che il cammino sia compiuto da tutti. E’ un invito all’inclusione che vede la guarigione come opera di Dio, ma la sollecitudine come opera umana. Come fa chi accompagna un disabile o un anziano che cammina a fatica, il credente rallenta il passo per andare con i più fragili.
La radice velenosa è quella che spinge ad andare da soli, è quella della supremazia razzista che disprezza chi è ai margini, escluso, ferito, magari su una nave, a cui viene impedito di attraccare. Qui si capisce bene che la giustizia di Dio da perseguire non è soltanto questione di pietà da mettere in atto, ma una questione di diritti di ogni creatura umana.
Infatti, sebbene il linguaggio dei diritti non abbia riscontro nella Bibbia, qui si invita la comunità dei credenti a far partecipare tutti alla grazia di Dio – grazia che è vita e inclusione, sostegno e solidarietà, la parte che non sarà scossa né rimossa dal giudizio di Dio.
Oggi, vediamo spandersi intorno a noi la radice velenosa del razzismo e dell’esclusione. Una cultura del disprezzo dei più deboli, che si traduce in atti politici, ma anche in discorsi di odio e in gesti violenti verso i senza tetto, come pure verso anziani e disabili.
Già era successo nella cultura europea che la debolezza umana scatenasse la ferocia, e che la prepotenza dei forti portasse alla sopraffazione e al disprezzo. E’ stato un tempo di cui vergognarci e da cui ci ha salvati la lotta per la democrazia e la pari dignità di ogni essere umano.
La lettera agli Ebrei ci pone di fronte un Dio giudicante che non lascia spazio a gesti di disprezzo o esclusione. Tutti sono chiamati a entrare nel patto di vita, e se c’è una ragione per la benedizione ricevuta è che questa si espanda a tutte le nazioni della terra.
Al centro della predicazione di Ebrei stanno il concetto di nuovo patto e la croce di Gesù.
Il patto si fonda sulla croce, sul donarsi definitivo di Gesù per l’umanità intera. La croce è il sangue dell’innocente che porta perdono e riconciliazione.
Al contrario del sangue di Abele, che chiedeva vendetta, in Gesù conosciamo il volto della grazia di Dio.
Non perché il giudizio sulla crudeltà umana sia meno severo, ma perché in Dio la misericordia prevale sull’ira e questo è reso manifesto nella croce.
Non abbiamo, perciò, bisogno di altri capri espiatori, di altri innocenti torturati e uccisi. La croce è sufficiente a mostrare la profondità della violenza umana indifferente a chi soffre, e la grandezza del giudizio di Dio che scuote via questa superficialità umana. Un Dio che scuote cielo e terra e li passa come in un setaccio, per eliminare il male e trattenere il bene.
Ora siamo riconoscenti, esorta la lettera agli Ebrei; allarghiamo dunque gli spazi della grazia di Dio fino a includere tutti quanti.
Attenzione, però! La benedizione, che abbiamo ricevuto, non è il benessere, di cui godiamo o la possibilità di riscaldare le nostre case; spesso facciamo confusione, perché questi e molti altri fattori materiali positivi li vediamo come segni di una buona vita in Dio (le cure mediche, la possibilità di viaggiare, l’istruzione – e come potremmo fare a meno di queste conquiste e dei diritti civili, e come possiamo ritenerle solo nostre e negarle agli altri?).
Essere riconoscenti e cercare di condividere la benedizione di Dio con tutte le nazioni della terra significa mettere al centro la croce di Cristo, che è riconciliazione e dono; significa un culto che si riflette nella vita e nei gesti; significa riconoscere che siamo zoppi e abbiamo bisogno della solidarietà reciproca per fare un cammino diritto. Significa, infine, lasciarsi guidare dalla grazia di Dio, che include, per contrastare la radice velenosa dell’odio suprematista.
Che Dio ci guidi nell’anno che si apre, in cui vogliamo dedicare tempo e spazio alla sua presenza di grazia.

 

Predicazione di letizia Tomassone, chiesa evangelica valdese, domenica 6 gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 18 Maggio 2019
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze