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Domenica 9 Agosto 2026 - 11ma Domenica dopo Pentecoste Molte membra ma un solo corpo Letture12 Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. 13 Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo abbeverati di un solo Spirito. 14 Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: “Siccome io non sono mano, non sono del corpo”, non per questo non sarebbe del corpo. 16 Se l’orecchio dicesse: “Siccome io non sono occhio, non sono del corpo”, non per questo non sarebbe del corpo. 17 Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? 18 Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo come ha voluto. 19 Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? 20 Ci son dunque molte membra, ma c’è un unico corpo; 21 l’occhio non può dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né il capo può dire ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. 22 Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli, sono invece necessarie; 23 e quelle parti del corpo che stimiamo essere meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore; le nostre parti indecorose sono trattate con maggior decoro, 24 mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno; ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, 25 perché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. 26 Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. I Corinzi 12,12-27
E’ estate. Qualcuno di noi è in vacanza. Chi è in città è sotto una morsa di caldo asfissiante. Facciamo fatica a lavorare, a leggere, perfino a pensare. Abbiamo bisogno di un po’ di leggerezza. E allora permettetemi di iniziare la nostra meditazione con leggerezza, raccontandovi una storia tratta da un libro per bambini e che, come tutte le storie per bambini, ha tanto da insegnare anche ai grandi. E’ la storia di ‘Pezzettino’. Pezzettino è un semplice pezzo di puzzle, dimenticato dietro a un frigorifero, che a un certo punto si chiede chi è. Alla ricerca della propria identità inizia un percorso in cui incontra personaggi poco amichevoli o pronti a fare scherzi o a ferire. Nel suo lungo e tormentato viaggio incontra un sasso “musone” che vuole stare da solo perché sostiene di non aver bisogno di niente e di nessuno, una pozzanghera che cerca di “affogarlo”, un riccio di castagna pronto a “pungerlo”, dei pezzetti di vetro desiderosi di forare le ruote della prima bicicletta che passa. E qui il colpo di scena. Sulla bicicletta sta viaggiando un bambino. I dispettosi pezzetti di vetro forano la gomma e il bambino si trova costretto a fermarsi. Ed è proprio fermandosi che in mezzo ai pezzi di vetro vede anche quel piccolo pezzo di puzzle e, incredulo, lo riconosce come quel pezzettino di puzzle che aveva perso, dimenticato dietro il frigorifero. Pezzettino era proprio il pezzo mancante a quel puzzle che il bambino aveva assemblato e che raffigurava una bellissima tigre. Ecco che il bambino raccoglie Pezzettino, lo porta a casa e lo inserisce nel puzzle. Gli altri pezzi lo accolgono contenti, e Pezzettino così capisce che quelle linee strane e stranamente colorate che aveva su una delle due parti e che non riusciva a comprendere, erano parti di un disegno molto più grande. E’ un racconto che ho usato a volte con i più piccoli come possibile metafora della comunità. Come ogni metafora ha dei limiti: si sofferma su un aspetto ma ne trascura altri. Ma come metafora mi sembra possa ben funzionare anche con i più grandi. E alla luce di quanto ci dice l’apostolo, forse ancora di più. Ma cosa ci dice Paolo nel brano che abbiamo letto? Intanto Paolo non usa la metafora del corpo in maniera conservatrice ma lo fa per spingere quelle componenti che sembrano - e forse sono- più privilegiate a valorizzare e a prendersi cura di quelli che sembrano meno privilegiati per condizione sociale o anche per la loro condizione di fede o, in genere, spirituale. Vi ricordate l’apologo di Menenio Agrippa che la maggior parte di noi ha studiato a scuola? I plebei si erano ritirati sul Monte Sacro, intorno al 494 a.C, come tramanda Livio, per ribellarsi ai patrizi per ottenere qualche diritto in più. Agrippa li convince a tornare al proprio lavoro, di vera e propria sudditanza, convincendoli che il Senato è lo stomaco e i plebei le braccia: se le braccia si rifiutano di portare cibo allo stomaco, ben presto tutto il corpo, braccia comprese, morirà per mancanza di nutrimento. Quella del corpo per indicare un sistema era quindi una metafora in uso fin dall’antichità, ma Paolo la usa in una direzione nuova, direi quasi opposta a quella di Agrippa che aveva convinto la classe più povera e che lavorava a non rivendicare troppi diritti, a stare al “suo posto”, a non sconvolgere l’ordine pubblico ribellandosi ai superiori. Paolo infatti sostiene sì la diversità, e l’importanza della diversità, delle varie parti del corpo, sostiene sì la loro interdipendenza ma anche -e soprattutto- la pari dignità perché tutte le parti costituiscono un solo corpo: quello di Cristo. Una bella differenza rispetto al discorso di Agrippa! Paolo mostra infatti l’analogia corpo-chiesa in analogia a Cristo. Non dice “come il corpo ha molte membra […] così è anche della chiesa” ma “così è anche di Cristo”. Nella prima lettera ai Corinzi Paolo usa anche altre metafore per indicare la chiesa (il campo, il tempio…). Qui definisce la chiesa come il “corpo di Cristo” per sottolineare che la chiesa non è un’associazione umana, non è una pur rispettabilissima onlus impegnata nel sociale. No! La chiesa è chiesa perché mediante lo Spirito i credenti sono uniti, vincolati, a Cristo, al Signore crocifisso, morto, risorto e vivente in mezzo a noi. Uniti a un unico corpo, le differenze tra noi, che ci sono e che ci devono essere, non devono più dividerci ma devono essere valorizzate per arricchire e formare la comunità. Come i pezzi del puzzle. Pezzettino è solo un … pezzettino. Non è la “cornice” (quei pezzi che si usano subito e sono facilmente riconoscibili perché hanno una parte “dritta”), necessaria certo, ma non più di lui, di Pezzettino, se il bambino vuole finire il suo puzzle. Pezzettino ha i suoi colori, i suoi disegni, che lo identificano e lo caratterizzano. Ma da solo non sa bene chi è. Da solo non sa chi è. Interessante. Solo inserito nel contesto più ampio trova la sua dimensione e la sua identità. Paolo ci mostra questa cosa con un po’ di ironia. Immaginando un corpo mano costituito solo da alcune membra e non da altre. Vi immaginate un corpo con solo naso? Dove sarebbe l’udito? O solo orecchie? Dove sarebbe l’odorato? Non solo… ma così come nessuna delle membra del corpo può dire alle altre “non ho bisogno di voi” (come fa il sasso nella storia di Pezzettino), così, nella chiesa, siamo tutti e tutte chiamati e chiamate ad accettare i doni che Dio fa (e li fa a tutti, ma proprio a tutti e tutte) ed adoperarli per il benessere della comunità. Perché i vari membri della chiesa hanno sempre -ma proprio sempre- bisogno l’uno dell’altra. Chi sembra più debole è spesso più necessario. E nessuno deve sentirsi “imbarazzante” per gli altri… ha solo bisogno di maggiore attenzione, dovrà essere “rivestito” di dignità e onore. Nella liturgia, all’annuncio del perdono, ho usato 2Cor 5,17: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura […]”. Perché ho fatto questa scelta? Perché a me piace collegare la metafora del corpo usata da Paolo all’idea che essere in Cristo (e abbiamo visto che come chiesa siamo un solo corpo in Cristo) significa essere nuove creature. L’essere nuove creature non è merito nostro. Tutto viene da Dio che, in Cristo, ha riconciliato a sé il mondo. Ma se siamo costituiti chiesa, come membra di un unico corpo, se ci vengono dati doni diversi per l’edificazione della comunità, è chiaro che ci viene anche chiesto di rispondere, di agire, di utilizzare il dono che ci è stato dato. Qualche giorno fa sono andata a fare un’escursione nella mia amata montagna pistoiese e mentre camminavo pensavo al sermone che avrei preparato per stamani. Complice forse la stanchezza mi sono sdraiata su un bellissimo prato e partendo dai piedi e risalendo fino agli occhi, ho cominciato a fantasticare. Mi sono chiesta: cosa posso fare perché i miei piedi siano i piedi di una creatura “nuova”? E le mie gambe? Le mie braccia? Le mie mani? La mia bocca, le mie orecchie, i miei occhi? Ognuno qua darà le sue risposte. A volte la bocca diventa “nuova” se impara a tacere…In un’altra occasione invece dovrà parlare, gridare, magari denunciare un’ingiustizia. Le orecchie saranno “nuove” se impareranno ad ascoltare. Con le gambe e i piedi potrei andare a fare visita a quel membro di chiesa, a quel “pezzettino” che da un po’ di tempo sembra non voler più appartenere al nostro puzzle… o forse mi bastano le mani e il cellulare per mandare anche solo un messaggio. Quando si sta male e ci si sente soli a volte basta un “come stai oggi?” o, meglio, “ti penso”… Qui ciascuno e ciascuna darà le sue risposte. In base a ciò che ha ricevuto, a ciò a cui è stato chiamato o chiamata. Ma l’importante è sottolineare che niente viene dato per se stessi, per il proprio piacere e talvolta orgoglio personale. I doni non sono talenti, non sono mai meriti personali. Tutto viene dato, e gratuitamente, per il bene di tutti. E’ quando questi doni vengono trattati come proprietà privata, ( e purtroppo succede, nella nostra pochezza e miseria umana cadiamo in questo errore nelle nostre comunità, diciamocelo sinceramente, guardandoci negli occhi) , appena succede questo, ecco che nascono le divisioni. E su questo dobbiamo sempre vigilare e mai abbassare la guardia. Per ironizzare un po’ possiamo dire, con l’apostolo Paolo, che tenere per sé i doni ricevuti come proprietà privata è un po’ come se l’occhio dicesse alla mano “siccome la vista è mia e solo mia, me la tengo e io, cara mano, non ho bisogno di te…vattene! “ Poi magari vorrei mettermi a fare un disegno, perché ho gli occhi per veder ciò che faccio, ma la mano, offesa, si rifiuta di prendere la matita in mano… Paolo quando scrive la lettera ai Corinzi è spinto da esigenze pastorali molto particolari perché il comportamento dei Corinzi non era proprio edificante! Scandali e divisioni, perfino il modo di fare nella Santa Cena provoca il rimprovero di Paolo. A Corinto la barriera tra privilegiati e poveri era ben presente e si manifestava in tutto, anche in quel momento che tutto dovrebbe essere meno che divisivo, che è quello della Santa Cena. Ecco perché Paolo insiste su questa metafora, sottolineando come Dio abbia strutturato il corpo in un certo modo e nessuna parte, nemmeno quella da noi considerata non decorosa, è indecente e non necessaria. Va soltanto usato il dovuto rispetto. E non a caso il maggior rispetto viene dato proprio alla parte meno decorosa… E, fuori di metafora, l’attualità di questo messaggio credo sia più che evidente. E ancora. Tutte le parti concorrono all’unita. Ed è esperienza comune a tutti che, se una piccola parte soffre, tutto il corpo soffre. Avete presente quando si hanno quei mal di testa che ci offuscano la vista? Cosa c’entra la mia cervicale con gli occhi? Eppure è così. O quando una piccola bruciatura su un dito ci fa andare fuori di testa? Un piede, una caviglia, un polso doloranti… ci tolgono sonno, ci tolgono serenità. Perché tutte le altre membra soffrono con quella dolorante! Ed eccoci allora alla preghiera di intercessione. Perché così funziona nella chiesa. Il corpo intero soffre, viene svigorito, viene lacerato se anche solo una parte sta soffrendo. Così come, se una parte sta bene, tutte le altre stanno bene. Così è (o forse dovrebbe essere) nella chiesa: soffrire con chi soffre, gioire con chi è nella gioia. E questa è anche la nostra preghiera di intercessione, dicevo: portare a Dio tutti quei nomi, tutte quelle situazioni, non in astratto (“preghiamo per la pace…”) ma in concreto, quei nomi e quelle situazioni che conosciamo perché di esse siamo parte. E così allora, diversamente da quanto sostenuto da Agrippa, nella chiesa viene abbattuta qualunque barriera, tra poveri e privilegiati, tra schiavi e liberi. Molte membra, un solo corpo! Corpo di “creatura nuova” perché “in Cristo”. Ed è lo Spirito che ci forma come creature nuove. Ho voluto usare come lettura di accompagnamento la così detta “visione delle ossa vivificate” in Ez 37. Sappiamo bene che nel brano non c’è il concetto di risurrezione dei corpi in senso cristiano. Il brano simboleggia la rinascita spirituale e nazionale dell’antico popolo di Israele, popolo disperato ed esiliato a Babilonia. Rappresenta quindi la promessa di Dio di dare nuova vita e unità a chi è senza speranza.Lo Spirito ci forma come creature nuove. E questo vale anche per noi. Vale oggi. Vale qui, a Firenze, in questa torrida estate 2026. Essere chiesa, essere “nuovi”, significa buttare alle spalle il passato per seguire il Signore. E chi con noi condivide la convinzione che Gesù Cristo è il Signore, è nostro fratello e nostra sorella. Perché ad essi ed esse siamo legati e legate da un unico Spirito. Quello Spirito che spinge Gesù a portare la buona novella ai poveri e agli emarginati, è lo Spirito che forma il corpo di Cristo. Paolo con questo ammonimento esorta chi occupa posizioni di privilegio e di prestigio a Corinto, i più ricchi insomma, a prendersi cura dei membri più poveri perché ad essi legati perché tutti membri dell’unico corpo di Cristo. Questo è lo scopo della lettera di Paolo, e questo cambio di mentalità, questa continua conversione risuona oggi più che mai in un mondo così lacerato. Come cristiani e cristiane siamo chiamati e chiamate ad accogliere questa Parola e ad agire in base ai doni ricevuti. Accogliamo con responsabilità questo messaggio e rispondiamo con un difficile, impegnativo ma convinto Amen Predicazione di Mara Venturi – Domenica 9 Agosto 2026 Chiesa Evangelica Valdese di Firenze
Domenica 5 Luglio 2026 - 6ta Domenica dopo Pentecoste "Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini" Letture
1 Il SIGNORE disse ad Abramo: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; 2 io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. 3 Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».
4 Abramo partì, come il SIGNORE gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.
18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti».
20 Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.
22 I Giudei infatti chiedono segni miracolosi e i Greci cercano sapienza,
23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.
1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
4 Come ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». 5 Simone rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell'altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
Predicazione Care sorelle, cari fratelli, il passo del vangelo di Luca che oggi ci viene proposto dal lezionario Un giorno una parola è uno dei testi più noti che permezzo di una sola frase sintetizza il senso della chiamata di Gesù, quindi di Dio, al discepolato o, se vogliamo usare un’altra espressione, la chiamata alla vocazione. Questo è infatti il significato della frase che in chiusura Gesù rivolge a Simon Pietro: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». Su questo appello e sulla risposta di Simone/Pietro torneremo più avanti, ma prima procediamo con qualche precisazione per contestualizzare il nostro racconto. Anzitutto è bene ricordare che l’autore è anche colui a cui è attribuito il libro degli Atti degli Apostoli e che entrambe questi testi espongono una narrazione molto curata e con un vocabolaro ricco. Il Vangelo di Luca è il più lungo dei quattro vangeli e cerca di fornire un quadro molto dettagliato della biografia di Gesù dall’infanzia fino all’Ascensione. I primi due capitoli del vangelo di Luca sono dedicati all’annuncio e nascita di Giovanni Battista e alla nascita e infanzia di Gesù, il terzo tratta della vocazione, predicazione e morte del battista e poi del battesimo di Gesù e delle tentazioni, il quinto capitolo lo colloca in Galilea, dopo le prime predicazioni e i primi miracoli, all’inizio della sua predicazione. La datazione del Vangelo di Luca è posta dagli studiosi nei primi anni 80 d.C, dopo la distruzione di Gerusalemme (vedi Luca 21,20) e posteriore al Vangelo di Marco che secondo gli esegeti è una delle primaria fonti di riferimento cui ha attinto Luca. Proprio in Marco al Cap. 1 v. 17 Gesù si rivolge a Simone e Andrea dicendo loro «Seguitemi, e io farò di voi dei pescatori di uomini», in una scena molto più rapida e sintetica, come del resto è tipico di questo autore. Qui in Luca l’invito-designazione avviene invece all’interno di un racconto più articolato e ampio che svolge una funzione preparatoria. La scena ha inizio con Gesù che insegna alle folle attraverso la descrizione di un dettaglio preciso. Gesù è montato sulla barca di Simone, intento a lavare le reti, è si è fatto portare poco discosto dalla riva per poi sedersi e iniziare la sua lezione. L’autore nella sua cura dei dettagli non ci dice né quanto dura il discorso del Maestro, né quante fossero le persone (la folla), né cosa abbiano fatto dopo. Egli concentra la sua e la nostra attenzione sul gesto di “insegnare” attraverso il quale sottolinea il ruolo di Maestro che Gesù svolge. Lo stesso uso della barca di Simone la trasforma in un piccolo palco, un seggio, un pulpito improvvisato, per facilitare l’ascolto degli astanti che ci immmaginiamo disposti lungo la riva del lago a formare una specie di platea semicircolare il cui centro, il fulcro è proprio Gesù. Dunque, fin da queste prime righe è chiaro che è Gesù la guida che ammaestra, tutte e tutti gli altri ascoltano, Gesù è il Maestro che insegna, è il centro e l’unico protagonista della scena. Dal versetto 4 al versetto 8 questa scena cambia, Gesù resta il protagonista principale, colui che parla e indirizza le azioni degli altri ma la sua attenzione è rivolta esclusivamente a Simone e ai suoi compagni di lavoro. Potremmo dire che è il momento in cui Gesù li sceglie per quella che poco dopo diventerà un’esplicita chiamata, e prima di farlo in modo diretto adotta un modo semplice e convincente per attirare la loro attenzione. Non usa discorsi e argomentazioni più o meno articolate, razionali, ma si pone al livello di questi semplici pescatori, si immerge nella loro vita di tutti giorni, piena di insidie, spesso poco soddisfacente come gli spiega Simone: la fatica di una notte passata a pescare con le reti si è rivelata infruttuosa perché non ha fornito il risultato sperato. Gesù per farsi comprendere condivide questa fatica, questa insoddisfazione e attraverso i gesti e il linguaggio dell’attività quotidiana dei pescatori entra in sintonia con loro, si immedesima nel loro vissuto, accorda il proprio modo di comunicare al loro, compiendo un gesto miracoloso che rivela la sua natura divina, il suo essere trascendente, altro, non solo il Maestro che insegna alla folla. La pesca è abbondante, insperata, miracolosa, qualcosa di soprannaturale, un dono, un segno tangibile della grazia di Dio manifestata in modo concreto, mediante l’intervento di Gesù, con il doppio scopo di rivelare la sua natura di Figlio di Dio capace di gesti eclatanti e di avvincere, attirare a sé coloro che assitono dal vivo a tale manifestazione. Questa parte del racconto ci mostra un’esperienza molto simile a quella riportata in chiusura del Vangelo di Giovanni (cap. 21, 1-13) quando Gesù appare ai discepoli tornati a fare i pescatori dopo lo chock della sua morte. Siamo presso il mare di Tiberiade, i discepoli hanno pescato invano tutta la notte e il risorto, inizialmente non riconosciuto, li invita a gettare la rete sul lato destro e «non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci.» E il racconto prosegue con «il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare»» (v.7). Anche in questo caso la pesca è portentosa; «e, benché ce ne fossero tanti, la rete non si strappò.» (v.11). In Giovanni la reazione di Pietro è di rispetto per il Signore (si riveste), poi si dedica alle reti, infine resta indistinto tra gli altri discepoli che non osano chiedere a Gesù “Chi sei?” perché ormai hanno acquisito la consapevolezza che è il Signore risorto, segno di una fede riconquistata dopo gli sbandamenti della condanna e della morte di Gesù. Nel passo di Luca su cui stiamo riflettendo Simon Pietro è l’interlocutore principale di Gesù e, come si confà al suo carattere impulsivo, la sua reazione è molto forte: veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore» (Luca 5,8). Una confessione di peccato, l’ammissione della distanza e della differenza intercorrente tra lui e Gesù. L’evangelista ci riferisce dello “spavento” che coglie Simone e gli altri alla vista di questa gran quantità di pescato. Una rezione genuinamente umana per dei pescatori esperti che vivono un’esperienza straordinaria, un fatto imprevedibile che mette a confronto la loro limitatezza con l’azione miracolosa che Dio compie attraverso Gesù e che giustamente provoca in loro turbamento e sgomento. La reazione di Simon Pietro “Signore, allontànati da me” non è un rifiuto o una fuga. Prima di tutto segna un profondo cambiamento di come Simone si rivolge a Gesù infatti passa da “Maestro” usato poco sopra a “Signore”: la pesca straordinaria gli ha rivelato chi è veramente Gesù, ne ha percepito la divinità. Questo è accompagnato dall’ammissione spontanea e sincera della propria inadeguatezza e condizione di essere umano peccatore nei confronti della santità di Dio. Un atteggiamento che Simon Pietro non riuscirà ad avere all’apice della passione di Gesù quando, dopo avergli promesso fedeltà assoluta - «Signore, sono pronto ad andare con te in prigione e alla morte» (Luca 22,33) - finirà poi per rinnegarlo tre volte per metetrsi in salvo, come Gesù gli aveva predetto. Dunque ci viene descritta una reazione di Simon Pietro molto naturale, riconosce nel Maestro “il” Signore e, libero dai turbamenti e i dai condizionamenti che lo porteranno succesivamente a sopravvalutare la propria capacità e a non ter conto della sua fragilità umana, prende coscienza del proprio stato di peccatore e chiede a Gesù di allontanarsi da lui perché non si sente degno di stare alla sua presenza. A ben pensarci due comportamenti che si alternano continuamente anche in ciascuna/o di noi pronte/i a riconoscere la nostra pochezza confessando i nostri peccati e le nostre mancanze ma altrettanto spesso inclini a sopravvalutare la nostra capacità di scegliere e di agire senza riconoscere che tutto quanto riusciamo a fare e dire di buono e di sensato dipende esclusivamente da Dio alla cui guida dobbiamo affidarci con fiducia e perseveranza. Ed eccoci giunti la momento culminante del nostro racconto. Gesù si rivolge a Simone e gli dice: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini» (v.10). Non è un invito ma non è neppure un comando. Direi che si tratta di una rassicurazione - “Non temere” - seguita da un’affermazione che non lascia margini di scelta, una designazione, “da ora in poi sarai pescatore di uomini”, che assegna a Simone (e agli altri che sono con lui) un ruolo, un’dentità che non aveva/no. Gesù ha scelto proprio lui, così come Andrea, Giacomo e Giovanni; è una chiamata al servizio, l’inizio di una vocazione. E’ sempre così, in tutta la Bibbia, lo abbiamo ascoltato dalle letture iniziali quando in Genesi 12,2 il Signore si rivolge a Abramo e gli dice: «Va' via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti mostrerò; 2 io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione». Dio sceglie i suoi collaboratori, questi magari inizialmente, sentendosi inadeguati, si ritraggono o addirittura fuggono, poi la chiamata arriva forte, chiara, diretta, senza più margini di trattativa per chi la riceve. Il brano si conclude infatti con questa immagine: «Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono». Nessuna domanda, nessuna esitazione, come Abramo decise di partire per Caran, questi pescatori lasciano le loro barche, “ogni cosa” per seguire Gesù. La chiamata ha generato una profonda trasformazione in loro, al punto di indurli a abbandonare il loro lavoro e il loro modo di vivere per mettersi al seguito di Gesù, non esitano a lasciare il mondo e le certezze in cui hanno vissuto e operato fino a pochi istanti prima per iniziare un cammino nuovo e sconosciuto pur di seguire Gesù, affidando le proprie vite a lui perché in lui hanno riposto la loro fiducia. La chiamata genera cambiamento, alimenta la speranza, apre nuove prospettive. Ma, è bene ribadirlo, tutto ciò avviene solo per volontà di Dio, non per scelta di Pietro e degli altri pescatori, non per nostra decisione o nostra volontà. E’ Dio che ci sceglie e ci chiama, attraverso Gesù, l’ha fatto con ciascuna e ciascuno di noi sorella e fratello che siamo riuniti qui questa mattina. E tu che sei incerta/o o in ricerca, non temere, apri il tuo cuore, presta attenzione e ascolta la dolce voce che il Maestro ti rivolge, il Signore sta chiamando proprio te. La chiamata è una manifestazione della grazia liberatrice e redentrice di Dio e la sua forza è talmente potente e attrattiva che non possiamo sottrarci alla risposta così come hanno fatto Abramo, Simone, Andrea, Gacomo, Giovanni e tutte le altre e le altre di cui la Bibbia ci parla e che ci hanno preceduto nella Storia. C’è un ultimo punto su cui vorrei soffermarmi, cosa significa rispondere alla chiamata e diventare pescatori di uomini e donne? Prima di tutto significa abbandonarsi con fiducia alla volontà di Dio, lasciare che sia lui a guidare e dirigere i passi del nostro cammino. E’ una strada semplice e di successo? No. Luca precisa più avanti al Cap. 9 il contenuto della missione che affida ai discepoli: 1 Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. 2 Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire i malati. 3 E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. 4 In qualunque casa entrerete, rimanete lì e da lì ripartite. In questa descrizione del Vangelo di Luca di come Gesù invia i discepoli per il mondo c’è questa prevalente caratteristica della povertà estrema a cui si sono ispirati i Poveri di Lione, i primi valdesi, i nostri antenati, quelle donne e quegli uomini di cui oggi molto indegnamente portiamo il nome e che si sono spesi per l’annuncio del regno di Dio e della buona novella fino a dare la loro vita. Un atteggiamento che col tempo, per tanti ragioni, anche dovute alle trasformazioni che si sono verificate nella società, è andato completamente perso ma che un po’ dovremmo recuperare perché va bene essere il “popolo chiesa” e la “chiesa che studia” ma dobbiamo anche ricordare le nostre origini, non siamo una delle tante ONG, seppur gestita col massimo del rigore. Gesù ci chiama a essere pescatori di uomini e di donne e questo mi ricorda il monito rivolto ai valdesi dal ben noto colonnello John Charles Beckwith (1789-1862): «O sarete evangelizzatori o non sarete nulla». Essere pescatori di uomini e di donne significa acquisire l’identità di chi predica l’Evangelo, quel fatto unico e irripetibile che cambia la vita perché più di duemila anni fa la Parola si è fatta carne e ha vissuto un tempo tra noi, Dio si è fatto uomo nel suo Figlio Gesù Cristo che è morto sulla croce per noi e poi è risorto inaugurando un tempo nuovo. L’Apostolo Paolo nella I lettera ai Corinzi afferna che: «è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione». Predicare Cristo crocifisso, pazzia per gli stranieri/i Greci e scandalo per i Giudei, e predicare risorto significa predicare la «potenza di Dio e sapienza di Dio», predicare Dio che si è abbassato per vivere la nostra condizione umana fino alla morte in croce e che risorgendo ha vinto la morte e ci ha aperto alla speranza di nuova terra e nuovi cieli. Rispondere alla vocazione che Dio ci rivolge tramite Gesù significa assumere il compito di far conoscere a tutte e tutti questo fatto incredibile e sconvolgente che ci consente di fronteggiare il male, la sofferenza e la malvagità, che ci rende liberi e ci permette di vivere una vita piena, una buona vita, nella speranza che Gesù risorto ritornerà per stabilire un mondo nuovo in cui non vi saranno più ne morte né guerre ma la giustizia e la pace trionferanno. Amen Predicazione di Valdo Pasqui (soprintendente X Circuito) – Domenica 5 Luglio 2026 Chiesa Evangelica Valdese di Firenze |
![]() Ultimo aggiornamento: 12 Agosto 2026 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze |