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Ambiente

 

 

22 Aprile 2018 - Giornate della Terra, incontro presso il Centro comunitario valdese di Firenze

 

- Resoconto intervento introduttivo Pastora Letizia Tomassone

- Presentazione dell documentario “DOMANI” e dell'Agenda 2030 di Lucilla Spini che

 

Acqua dono di Dio e diritto umano. Ratificata la dichiarazione ecumenica

Agenzia NEV 30 marzo 2018

 

 

COP23. Le religioni invitano a stili di vita sostenibili

 

Il Creato non è in vendita

 

ECEN - European Christian Environmental Network

Appello delle chiese al G7 per affrontare la carestia Il G7 deve affrontare la fame nel mondo

 

 

Conferenza dell’Onu sul clima- Cop21 Parigi 30 novembre – 11 dicembre 2015

 

 

Appello delle comunità religiose ai partecipa nti alla Conferenza delle Parti – Parigi 2015

Dignità umana e sostenibilità ambientale

Noi, in rappresentanza delle comunità religiose presenti in Itali , ci sentiamo chiamati a pronunciare una parola comune in occasione della Conferenza delle Parti (COP 21), che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 di cembre del 2015, per far fronte al mutamento climatico in atto.

Condividiamo una visione della terra come preziosa casa della vita, ma anche come spazio di incontro con quella Realtà Assoluta che, in modi diversi, veneriamo e riconosciamo.

Vediamo quindi con preoccupazione che la terra è minacciata da un clima che cambia velocemente, alterando gli ambienti vitali, provocando alle popolazion i coinvolte gravi sofferenze: sono molti coloro che si vedono costre tti ad abbandonare le loro terre, ormai pressoché inabitabili, e divengono quindi migranti, generando nuove povertà. Queste gravi degenerazioni dell'ambiente rendono inoltre impossibile l'esistenza ad alcune specie, impoverendo così la biodiversità, ricchezza del mondo che ci è donato.

Ascoltiamo con attenzione le analisi degli scienziati che comprendono tale fenomeno come determinato in misura significativa dalla crescita de lle emissioni di gas, qua li l'anidride carbonica ed il metano, realizzatasi negli ultimi due secoli - come conseguenza cioè dell'agire umano. A nostro giudizio questa situazione è un segno este riore di una più profonda crisi di senso della funzione dell’uomo e della donna su lla terra; noi riconosciamo in queste contingenze esteriori le conseguenze di alcune disarmonie interiori dell’ umanità rispetto alla sua armonia primordiale.

In tale situazione, così preoccupante, richiamiamo alcuni principi condivisi dalle comunità cui apparteniamo:

  • il valore della vita e l'am ore per ogni creatura, a pa rtire dagli esseri umani;
  • la cura nei confronti della tera e la responsabilità verso le ge nerazioni future e verso i poveri;
  • la prudenza e la precauzione, specie quando ci si trova ad agire in condizioni di grave rischio.

Su tale basi uniamo quindi le nostre voci a tante al tre, che in tutto il mondo chiedono di salvaguardare la vivibilità climatica del pianeta. Invitiamo quindi i responsabili politici delle nazioni, che si riuniranno alla COP 21, ed in particolare, i rappresentanti dell'Italia ad assumere ogni possibile iniziativa per il raggiungimento di un accordo concreto, finalizzato alla sostanziale riduzione delle fonti di inquinament o che, tra l’altro, mettono a rischi o la preservazione delle foreste con gravi conseguenze per l'equilibrio ambientale; li invitiamo altresì ad attivare iniziative per contrastare gli effetti del mutamento già in atto , evitandone le conseguenze più gravi per gli esseri umani e per le altr e specie che abitano il pianeta. Esortiamo ad ogni attenzione per il raggiungimento di tali obiettivi, essenziali per mantenere viva la speranza in un futuro vivibile per la famiglia umana e per ogni essere vivente.

Martin Kopp : "À la veille de la COP21, nous oscillons entre espoir et inquiétude"


Studio delle Nazioni Unite: crescita esponenziale di disastri ambientali legati all'aumento dell'inquinamento


Giustizia climatica. I pellegrinaggi non entreranno a Parigi

Un contributo europeo per la giustizia e la pace

 

'Laudato si' di papa Francesco: «un'enciclica che avrà un forte peso sulla cultura del nostro tempo»

della pastora Letizia Tomassone

 

La responsabilità protestante di fronte all'ambiente

 

 

Ginevra. Incontro su cambiamento climatico e diritti umani presso le Nazioni Unite

 

Cambiamento climatico e diritti umani

Il contributo del Consiglio Ecumenico delle Chiese alla Conferenza delle Nazioni Unite conclusasi il 12 Dicembre 2014 a Lima

 

Sviluppo Sostenibile Rio+20

«Il futuro che vogliamo»

Il movimento ecumenico: Si poteva fare di più

"Gli aspetti positivi ci sono": presa di posizione della Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI)

 

 

Le «Sette settimane per l’acqua» promosse dalla Rere Ecumenica dell'acqua in occasione della Quaresima

 

Una riflessione biblica sulla nozione di sete di vita e sete di acqua a cura del past. Konrad Raiser, ex segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec)

Gli scritti biblici rispecchiano le condizioni di vita in un paese in cui l’acqua, l’elemento più importante per la sopravvivenza, era rara e quindi preziosa. La gente dipendeva dall’acqua attinta alla sorgente o dal pozzo, oppure raccolta dalla pioggia in serbatoi scavati con cura nella terra stessa. La disponibilità dei pozzi e dei serbatoi rivestiva un’importanza particolare per le popolazioni semi nomade. Come dimostra il conflitto che oppose Abramo e suo figlio ad Abimelek, il possesso di un pozzo poteva facilmente diventare oggetto di litigi tra grandi gruppi di popolazione (Genesi 21, 22ss; 26, 15ss).

Nella Bibbia l’acqua è uno dei simboli della generosità e della benedizione di Dio, perché Dio dà ciò di cui la gente ha bisogno nella propria vita. Dio è venerato come il pastore che «guida lungo le acque calme» (salmo 23, 2). Non c’è gran che da fare per assicurare i propri bisogni vitali in acqua se non raccogliere le acque piovane o scavare serbatoi. Dio fa cadere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti, così come «fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Matteo 5, 45). Quando Hagar, accompagnata da suo figlio, si ritrovò senza acqua nel deserto, Dio le aprì gli occhi perché lei vedesse il pozzo salvatore (Genesi 21, 19). Quando il popolo protestò contro Mosè perché non aveva acqua da bere, questi ricevette da Dio l’ordine di colpire la roccia, e l’acqua ne scaturì (Esodo 17, 1ss).

La generosità di Dio si rispecchia nei rapporti all’interno della comunità umana. Offrire dell’acqua a una persona che ha sete, anche a un nemico, è un criterio fondamentale dei rapporti giusti (Genesi 24, 15ss; Proverbi 25, 21; Matteo 25, 42; Romani 12, 20). Solo il furbo o l’imbecille negherebbe acqua all’assetato (Esodo 32, 6; Giobbe 22, 7). Si ritiene che dover pagare per l’acqua sia un segno di oppressione e di trattamento ingiusto (Numeri 20, 19; Lamentazioni di Geremia 5, 4). L’acqua è un dono gratuito di Dio che deve essere condiviso con la comunità senza restrizioni. La promessa della salvezza si esprime dunque nell’invito fatto a ogni persona assetata di venire verso le acque e di bere senza dovere pagare (Isaia 55, 1). E Dio «spanderà le acque sul suolo assetato e i ruscelli sull’arida terra». Così l’acqua diventa il simbolo dell’effusione dello spirito e della benedizione di Dio (Isaia 44, 3).

La sete di acqua fa parte della condizione umana. Essa è l’espressione fisica di un desiderio di pienezza di vita, ma può anche trasformarsi in un atteggiamento cupido di massimizzazione del soddisfacimento. Come dimostrano i racconti della manna nel deserto (Esodo 16) o dell’uomo ricco che tentò di mettere da parte il suo abbondante raccolto (Luca 12, 16ss), è insensato credere che la sete scomparirà se si accumulano risorse. Nel dialogo con la Samaritana, Gesù designa la sorgente che sazierà la sete per la vita: «Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna» (Giovanni 4, 13ss). Infine l’Apocalisse si conclude con questo invito: «Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda in dono dell’acqua della vita» (Apocalisse 22, 17). La sorgente di questa acqua rimane inaccessibile alla cupidigia umana. (cec media)

Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel tratta da Riforma numero 9 2 marzo 2012

 

 

Golfo del Messico: una tragedia che coinvolge tutti

 

Teologia e cambiamenti climatici


Rappresentanti di chiese di tutto il mondo in difesa dell'ambiente

Celebrazione ecumenica per la salvaguardia del Creato

 

SALVAGURDIA DEL CREATO


Dalle parole ai fatti. Raccomandazioni della Commissione globalizzazione e ambiente della FCEI alle chiese

 

Cambiamento climatico Appello interreligioso alle Nazioni Unite

"I cambiamenti climatici sono una questione di giustizia, perché a esserne più colpite sono le comunità povere e vulnerabili che hanno contribuito di meno al riscaldamento globale e non hanno mezzi per adattarsi ai mutamenti". E' quanto ha affermato il pastore Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), in un video-messaggio inviato al summit delle Nazioni Unite in corso a New York. [Leggi]


IV Giornata per la salvaguardia del Creato 16 Settembre

“Natura vivente: comprendere i cambiamenti e le loro cause per una conversione ecologica. Le chiese cristiane si interrogano”.

Questo il titolo della giornata di studio svoltasi ieri ad Assisi, in occasione della IV Giornata per la salvaguardia del Creato, e conclusasi con una preghiera ecumenica per i "profughi climatici" nella Basilica inferiore di San Francesco. Al centro dell'attenzione di scienziati e teologi quest'anno è stato il tema dell'aria come bene comune. All’incontro, promosso dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) e dall'Accademia Nazionale delle Scienze, è intervenuta la pastora Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) centrando la sua riflessione sul rapporto tra ecologia e giustizia.

Tomassone ha parlato di una “chiara situazione di squilibrio nell’accesso alle risorse”, denunciando la “realtà contraddittoria” di un consumo, simbolo di benessere, che porta a un impoverimento di vaste aree del pianeta: "un debito - ha ammonito -, che non si può pagare con il denaro, ma solo con una conversione ecologica”. Tra i relatori anche mons.

Vincenzo Paglia, presidente della commissione CEI per l’ecumenismo e il dialogo; mons. Arrigo Miglio, presidente della commissione CEI per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace; l’igumeno p. Andrei Boitsov della Chiesa ortodossa russa in Italia; Simone Morandini, coordinatore del Progetto etica, filosofia e teologia della Fondazione Lanza di Padova.

Tra gli scienziati invece sono intervenuti Franco Prodi, direttore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR di Bologna, e Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL. Ha concluso i lavori il vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, mons. Domenico Sorrentino, spiegando che per “conversione ecologica” sono da intendersi almeno quattro conversioni: una "culturale”, una “estetica”, una “etica” ed una “spirituale”.

Il 17 Settembre si apre il convegno organizzato dalla Commissione Globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI sul tema “Cosa fare per una spiritualità energetica”, che fino al 20 settembre avrà luogo a Casa Cares (Reggello, FI).

"Affronteremo il rapporto con il creato intrecciando la dimensione spirituale con quella pratica, mettendo in discussione gli stili di vita di ognuno di noi e delle nostre chiese - spiega Antonella Visintin, coordinatrice della GLAM -. Tutto questo nella consapevolezza che possiamo trarre la forza spirituale per affrontare simili conversioni dagli stessi insegnamenti biblici".

Il Tempo liturgico del Creato (1 settembre - 4 ottobre) fu lanciato 20 anni fa dall'allora Patriarca ecumenico di Costantinopoli Dimitrios, e successivamente adottato da tutte le chiese cristiane del mondo che si impegnano a celebrarlo ecumenicamente.

Roma (NEV), 16 settembre 2009

VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN)


Si svolgerà dal 24 al 28 settembre a Triuggio (Milano) la VII Assemblea della Rete cristiana europea per l’ambiente (ECEN), organizzata dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).

Leggi l'articolo di presentazione dell'evento a cura dell' Agenzia Stampa NEV

Chi sta rubando il diritto al cibo?

Jean Ziegler sulle cause che hanno scatenato l’attuale crisi della produzione alimentare mondiale [leggi]

Acqua prepagata, una minaccia per i poveri

La Rete ecumenica dell’acqua lancia l’allarme sui nuovi sistemi adottati in Africa. Nel Lesotho, in Africa del Sud e in molti altri paesi africani sono stati adottati nuovi sistemi di fornitura dell’acqua con contatori a prepagamento. I più poveri rischiano di restare senz’acqua

Leggi l'articolo su Riforma

 

La crisi alimentare è dovuta alla cupidigia

Secondo il pastore Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) occorre rimettere in discussione il «paradigma attuale dello sviluppo» che spinge il mercato a essere il principale meccanismo che si fa carico della produzione e della distribuzione del cibo. È questo stesso meccanismo che incita «imprese cupide a speculare sul corso delle derrate alimentari e del petrolio»

Leggi l'articolo su Riforma

 

E' scoppiata la guerra del pane
di Paolo Ricca, teologo valdese

"Siamo stanchi. Abbiamo fame, Tutto è diventato caro. Chiedo a tutte le donne di rovesciare le pentole e di fare, tutte le sere, un concerto con le pentole" - con le pentole vuote - propone una madre di famiglia senegalese. È il 31 marzo 2008, è in corso una marcia contro l’alto costo delle derrate di prima necessità. Proibita dal prefetto di Dakar, la manifestazione è stata duramente repressa dalla polizia, alla quale sono comunque occorse diverse ore per disperdere i manifestanti. Le "sommosse della fame" sono ormai ricorrenti in Africa. In Egitto, il governo sovvenziona il pane e lo fa distribuire dall’esercito.
Ma l’Africa non è il solo continente a essere penalizzato dall’aumento del prezzo dei cereali, che rischia di affamare cento milioni di persone. Ad Haiti, la base dell’alimentazione dei più poveri è il riso, e il sacco di riso di 50 chili è passato, in una settimana, da 35 a 70 dollari: le manifestazioni di protesta hanno già provocato cinque morti. Altre manifestazioni si sono avute recentemente in Indonesia e nelle Filippine. Trentatré paesi (secondo altre fonti 37) sono in preda a disordini sociali a causa del forte aumento dei prezzi alimentari e del petrolio. Sul mercato il prezzo del grano è aumentato del 130% in un anno.

Perché il prezzo dei cereali ha avuto un’impennata così impressionante? Le ragioni principali addotte dagli esperti del settore sono tre. La prima è l’incremento della domanda di cereali legato al boom degli agrocarburanti, cioè dei cereali utilizzati per produrre carburante. Le grandi compagnie che fabbricano questo prodotto (il bioetanolo) negano che esso sia "il principale responsabile" dell’aumento dei prezzi degli alimentari. Ma anche se non è il principale responsabile, è certamente corresponsabile dell’aumento. È un fatto che una quantità cospicua di mais e germogli di soia venga sottratta all’alimentazione e destinata alla produzione di biocombustibili.
La seconda ragione sono i cattivi raccolti dovuti a problemi climatici collegabili, almeno in parte, dal crescente inquinamento dell’atmosfera. La terza ragione è la crescita economica dei paesi emergenti che ha sensibilmente modificato le loro abitudini alimentari. L’umanità mangia di più, e soprattutto mangia più carne. I cinesi, ad esempio, ne hanno consumato nel 2005 cinque volte di più che nel 1980. Ma per produrre un chilo di pollame servono tre chili di cereali, e più del doppio per ottenere un chilo di carne bovina. (1)

Che dire di tutto questo? La terza ragione indicata induce a un’amara riflessione, che è questa: il miglioramento del livello di vita e di alimentazione di un popolo provoca (insieme ad altri fattori) un forte aumento della domanda e quindi dei prezzi dei cereali, che le popolazioni più povere non possono sostenere e quindi vengono affamate. È il noto processo per il quale il maggior benessere degli uni determina il maggior malessere degli altri. La mia ricchezza è la tua povertà. La mia opulenza è la tua miseria. La mia fortuna è la tua sventura. Non è dunque vero quello che spesso si ripete, e cioè che là dove uno si arricchisce, si arricchiscono anche molti altri. È vero invece che molti altri si impoveriscono.

Ma il problema maggiore sembra essere un altro, e cioè che in tutta la questione sono gli interessi economici a farla, come al solito, da padroni: la domanda crescente di cereali fa lievitare il loro prezzo, e li si utilizza per qualunque uso, anche per produrre carburante anziché pane, che diventa in certi paesi merce rara e troppo cara per i poveri. Così certi paesi (i nostri) avranno pane e carburante, altri non avranno né carburante né pane. Ma nel Padre Nostro diciamo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" - cioè chiediamo pane, non carburante, perché senza carburante si può vivere, ma senza pane no. Al primo posto ci dev’essere il pane: non è un caso che la prima richiesta del Padre Nostro che riguarda noi creature umane sia quella del pane, che precede persino quella del perdono.

E a questo proposito, possiamo fare due osservazioni. La prima riguarda il fatto che nella preghiera che Gesù ci ha insegnato il pane è detto "nostro", non "mio". Non posso chiedere a Dio solo il mio pane, senza chiedere il tuo, proprio perché il mio pane non può essere quello che ti è stato sottratto, il pane che tu non hai più perché i cereali che dovevano servire per farlo sono invece stati utilizzati per fabbricare il mio carburante. Non posso permettere che il mio bisogno di carburante venga pagato privandoti del pane che Dio ti ha dato. Non posso permettere che io mangi da solo il pane che abbiamo chiesto come "nostro", cioè mio e tuo.

La seconda osservazione è che il pane, nella nostra cultura, rappresenta la vita. Privare qualcuno del pane o renderglielo inaccessibile significa attentare alla sua vita e, al limite, togliergliela. Le decisioni degli organismi che governano il commercio dei cereali, il cui prezzo è aumentato in maniera vertiginosa, anche se possono sembrare ragionevoli perché corrispondono alle implacabili "leggi del mercato", costituiscono in realtà un attentato alla vita di milioni di essere umani, e sono quindi, a ben guardare, operazioni omicide.

_______________________
(1) Tutte le informazioni e i dati statistici che precedono sono tratti da un dossier di "Le Monde diplomatique/Il Manifesto" nr. 5, di maggio 2008.

Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 28 maggio 2008


«Fin qui e non oltre: agire in fretta, agire adesso!»

Lettera del Consiglio ecumenico delle chiese ai partecipanti alla Conferenza di Bali

 

È necessario un cambiamento di paradigma

Siamo convinti, come membri delle comunità di fede, che è necessario un cambiamento di paradigma da un modo di pensare all’altro, se vogliamo rispondere adeguatamente alla sfida del cambiamento climatico. Si tratta di una trasformazione, di una «metamorfosi». Questo tipo di movimento non avviene semplicemente da solo, ma deve essere catalizzato da agenti del cambiamento. Le fedi del mondo potrebbero essere uno di questi catalizzatori.
Un cambiamento di paradigma appare obbligatorio nella prevalente strategia economica che promuove una crescita economica e una produzione di beni infinite e un livello apparentemente insaziabile dei consumi tra i settori più consumisti delle nostre società. Tali modelli di economia e consumo stanno portando alla riduzione di delicate risorse naturali e a conseguenze estremamente pericolose per il cambiamento climatico e lo sviluppo.
Le società devono passare a un nuovo paradigma in cui i principi operativi siano l’etica, la giustizia, la solidarietà, lo sviluppo umano e la conservazione dell’ambiente.
Nelle nostre tradizioni crediamo che la terra ci sia stata affidata, ma noi non possiamo farne semplicemente ciò che vogliamo. Non possiamo usare la natura solo come una merce. Dobbiamo tenere a mente che la nostra libertà non ci consente di distruggere ciò che sostiene la vita sul nostro pianeta.

Dobbiamo agire qui e ora

Molto è stato detto e scritto su come affrontare il cambiamento climatico. Tuttavia, un risultato tangibile non è ancora all’orizzonte. Il primo periodo di impegno previsto dal Protocollo di Kyoto termina nel 2012. Sta scadendo il tempo per raggiungere obiettivi equi e sostenibili per il post-2012.
Come esseri umani, come membri della società globale, come membri delle nostre comunità di fede e organizzazioni, come Stati sovrani, siamo pronti a fare ciò che ci si aspetta da noi? Oppure rimanderemo ancora e metteremo in atto nuove strategie per venire meno ai nostri doveri etici e morali? Così facendo, sarebbe un vero e proprio suicidio mettere a rischio la diversità della vita sulla terra di cui godiamo, che abitiamo e condividiamo.
È tempo di adottare meccanismi legali che rispondano adeguatamente alla gravità della situazione documentata dal Comitato intergovernativo sul mutamento climatico (Ipcc) e che abbiano delle clausole applicative abbastanza forti da costringere a una piena ottemperanza.
La Dichiarazione adottata dal Comitato esecutivo del Consiglio ecumenico delle chiese in occasione del X anniversario del Protocollo di Kyoto, tra le altre cose, ci ricorda chiaramente le nostre responsabilità e indica il futuro:
Il Protocollo di Kyoto pone degli obiettivi e una tabella di marcia per i paesi industrializzati, affinché riducano le proprie emissioni di gas serra. È un primo passo importante verso una politica climatica globale giusta e sostenibile. Tuttavia, negli ultimi dieci anni, è divenuto chiaro che le emissioni di carbonio sono ancora in crescita e ben al di sopra dei livelli sostenibili. Sono necessarie e urgenti riduzioni molto più drastiche.
Il Protocollo di Kyoto è entrato in vigore solo nel 2005. Adesso 175 paesi lo hanno ratificato. (...) C’è anche una tendenza a trasformare il Protocollo in uno strumento di mercato per minimizzare il danno economico alle economie nazionali e alle occasioni di guadagno, invece di sottolineare l’obiettivo di limitare le emissioni di gas serra.
Dopo il 2012, quando terminano i primi impegni, un approccio basato maggiormente sui principi è essenziale per attuare una politica globale efficace e giusta sul controllo climatico. I principi da prendere in considerazione includono: il principio di equo accesso all’uso dell’atmosfera e pari diritti allo sviluppo; il principio di responsabilità storica; il principio di precauzione (responsabilità prospettiva); il principio di priorità per i più poveri e i più deboli; e il principio di massima riduzione del rischio.
(...) La necessità di un piano d’azione più ampio e più radicale contro il cambiamento climatico sarà uno dei primi punti all’ordine del giorno. La Conferenza di Bali deve fare progressi concreti su questo aspetto.
Adesso sono necessarie politiche più generali che sostengano e promuovano programmi di adeguamento e mitigazione nei paesi gravemente colpiti dal cambiamento climatico, in particolare nelle regioni africana, caraibica e pacifica.
Siamo giunti al punto di conoscere la causa del cambiamento climatico. Abbiamo espresso tutta la nostra preoccupazione, abbiamo chiarito i nostri dubbi e dichiarato che cosa ci ha condotto alla situazione ingiusta in cui i più poveri pagano le conseguenze dell’irresponsabile spreco di risorse ed energia e del consumismo estremo dei più ricchi. Adesso è tempo di intraprendere azioni costruttive che ci facciano trovare soluzioni pratiche ai problemi della grande maggioranza della popolazione mondiale di oggi.
Gli occhi del mondo sono su di noi. Centinaia di milioni di persone, donne e uomini, giovani e anziani, hanno riposto le proprie speranze su di noi. Dobbiamo renderci conto che queste persone ci ricordano nelle loro preghiere, ciascuno nella propria tradizione religiosa. E questo non possiamo dimenticarlo. Abbiamo la missione di non tradirli né deluderli.
La nostra disponibilità a partecipare a questi grandi cambiamenti è richiesta oggi, non domani. Non c’è più tempo per interminabili discorsi. Non si deve più rimandare. Ancora una volta gridiamo:

Tratto da Riforma


La battaglia per l’ambiente


Bali: alla Conferenza sul cambiamento climatico la gente non è stata a guardare.

Grazie a una forte pressione di cittadini globali a Bali si è evitato il peggio. Occorre entro il 2009 firmare
un nuovo trattato per far fronte al riscaldamento globale

Come la barca che nella regata affronta il giro di boa riduce la velocità per la virata, così la XIII Conferenza sul Cambiamento climatico a Bali si è quasi fermata prima della sua conclusione il 14 dicembre. Se essa dovrà essere ricordata domani come un giro di boa, lo dirà il futuro. Ma se la barca avrà un futuro è perché a Bali ha evitato di rovesciarsi.

Si trattava di iniziare la trattativa per un nuovo patto di riduzione globale di emissioni di anidride carbonica – uno dei peggiori fattori del riscaldamento climatico – dopo la faticosa esperienza del primo trattato, Kyoto, che si concluderà nel 2012 con scarsi risultati. A Bali, dopo giorni di un lento bordeggiare, la barca stava avviandosi al consenso, quando Giappone, Canada e Stati Uniti si sono messi di traverso rifiutando qualsiasi indicazione numerica per le riduzioni percentuali da raggiungere e qualsiasi indicazione di un termine temporale entro cui attuarle.

Per evitare il naufragio, con la proroga di 24 ore, frenetiche trattative portano prima al cedimento del Giappone, e poi a una sorprendente inversione di marcia del Canada che permette al gruppo dei paesi aderenti al trattato di Kyoto, tra cui il Canada stesso, di fissare al 25-40% le riduzioni di CO2 da raggiungere tra il 2012 e il 2020. Ma gli Stati Uniti, ostinati oppositori di ogni discorso di riduzione e non aderenti al protocollo di Kyoto, continuano a essere contro. Nell’ultima sessione appare il compromesso finale, le percentuali portate a una barcollante forbice tra 10 e 40 e cacciate dal testo per finire in una nota, la data del 2020 appena accennata. La rappresentante Usa prende la parola e rifiuta l’ultima possibilità di accordo.

Abbiamo letto sui giornali qualcosa di quello che difficilmente si poteva immaginare: 25 minuti di sollevazione generale, fatta di interventi vibranti, applauditi, insistiti. Dopo meno di mezzora la delegazione Usa realizza il proprio completo isolamento e cede.

Il documento votato all’unanimità è come sempre un compromesso. Non si inizia a negoziare il dopo-Kyoto, si dovrà attendere il 2009 (e cioè il nuovo presidente Usa) per cominciare a mettere nero su bianco impegni precisi.
Ma non è un compromesso da poco: al blocco dei paesi firmatari di Kyoto si aggiungono tutti gli altri, per lo meno con un orientamento comune, per cui non c’è chi tra i paesi ricchi dice «noi non intendiamo diminuire», né tra i paesi emergenti chi avverte «non sognatevi di limitarci». E questo è già un passo avanti.

Sott’acqua
Questi i tratti sommari della vicenda di Bali che molti hanno letto con maggiori dettagli sui giornali. Ma quale è stata la parte sommersa di questa pericolosa navigazione? In altra parte del giornale si parla dell’azione di un gruppo di pressione che sentiamo particolarmente vicino, il Consiglio ecumenico delle chiese.

Ma qui vorrei dare qualche notizia su una gigantesca mobilitazione che nello spazio di 72 ore ha contribuito a evitare il naufragio. È difficile quantificare l’impatto dell’opinione pubblica, ma sulla sorprendente virata del Canada avrà pure influito la richiesta di 110.000 cittadini che chiedevano al proprio paese di smettere di bloccare la trattativa, la pubblicità a piena pagina sui giornali canadesi di una caricatura della bandiera canadese, l’ira montante di un intero paese. Così non saranno state del tutto irrilevanti le migliaia di e-mail inviate in una notte al premier Fukuda per chiedere una condotta politica responsabile da parte del Giappone. Né le decine di migliaia di messaggi con cui cittadini statunitensi hanno bombardato non la loro delegazione, ma tutte le altre invitandole a non piegarsi, dicendo: «Per favore, non tenete conto della squadra del presidente Bush: non rappresenta il popolo americano».
Infine, nelle ultime ore viene coordinata la più vasta petizione mai vista: 2.600.000 voci per «fermare a Bali il naufragio del clima».
Ma chi è riuscito a portare questa pressione all’interno del bunker dei negoziati e ha coordinato gli appelli di una dozzina di organizzazioni internazionali? Un giovane movimento che ha radici antiche.

Avaaz

Avaaz.org – un’organizzazione il cui nome in diverse lingue orientali significa «voce» o «canto» – è una comunità di cittadini globali che assumono una responsabilità attiva per un mondo più giusto e pacifico e per la prospettiva di una globalizzazione dal volto umano.

Avaaz è stata fondata tra gli altri da MoveOn, uno dei primi movimenti politici a usare Internet per le campagne di pressione. Tra i fondatori di Avaaz figura infatti Eli Pariser, che forse alcuni ricorderanno come un infaticabile promotore e organizzatore della campagna pacifista di MoveOn che nel 2002 e 2003 contribuì a far scendere in piazza milioni di persone nelle più grandi manifestazioni pacifiste mai viste.

Quelle azioni non hanno impedito la guerra in Iraq, ma intanto gli Stati Uniti stanno risvegliandosi dal sonno ipnotico che il presidente Bush era riuscito a stendere sul paese dopo l’11 settembre. Così le pressioni globali esercitate durante tutto l’anno e culminate a Bali non sono riuscite a far salpare un nuovo negoziato per il dopo-Kyoto, ma intanto hanno contribuito a salvare la Conferenza da un disastroso naufragio.

Bali però è solo una tappa e non è che l’inizio, avverte il combattivo comunicato di Avaaz: «Ora ogni nazione di questo mondo ha concordato di accelerare i negoziati per arrivare, con il 2009, a firmare un nuovo trattato per far fronte al riscaldamento globale. Abbiamo bisogno di questo trattato per fissare mete globali vincolanti per le emissioni di CO2 e un meccanismo che consenta di rispettarle impedendo alla temperatura del pianeta di aumentare di più di 2 gradi – il livello oltre il quale gli scienziati ritengono che l’aumento sarebbe catastrofico. Quel trattato cambierà l’economia mondiale per sempre, svezzandoci dalla dipendenza dal petrolio e dai combustibili fossili a favore di fonti energetiche più pulite. Alcuni leader, legati a filo doppio all’industria petrolifera, lotteranno con le unghie e con i denti fino in fondo. Così faremo anche noi. La più grande battaglia per salvare l’ambiente è iniziata e negli ultimi giorni della Conferenza di Bali abbiamo dimostrato che la gente non intende star seduta a guardare».

Non so se tra due anni riusciremo ad avere un trattato che cambi per sempre l’economia mondiale. Ma so per certo che non possiamo stare seduti a guardare.

Franco Giampiccoli Tratto da Riforma del 4 gennaio 2008

 

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8 Giugno 2018 © Chiesa Evangelica Valdese di Firenze