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Meditazioni

 

Dio non ha mai smesso di accompagnare l’umanità

 

Esodo 12,37-39 e 13,17-22

“37 I figli d’Israele partirono da Ramses per Succot, in numero di circa seicentomila uomini a piedi, senza contare i bambini.
38 Una folla di gente di ogni specie salì anch’essa con loro. Avevano pure greggi, armenti, bestiame in grandissima quantità.
39 Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall’Egitto, e ne fecero delle focacce azzime, perché la pasta non era lievitata. Cacciati dall’Egitto, non avevano potuto indugiare né prendere provviste”.

“17Quando il faraone ebbe lasciato andare il popolo, Dio non lo condusse per la via del paese dei Filistei, benché fosse vicina, poiché Dio disse: «Bisogna evitare che il popolo, di fronte a una guerra, si penta e torni in Egitto».
18 Dio fece fare al popolo un giro per la via del deserto, verso il mar Rosso. I figli d’Israele partirono armati dal paese d’Egitto.
19 Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe; perché questi aveva espressamente fatto giurare i figli d’Israele, dicendo: «Dio certamente vi visiterà; allora, porterete con voi le mie ossa da qui».
20 Gli Israeliti, partiti da Succot, si accamparono a Etam, all’estremità del deserto.
21 Il Signore andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli lungo il cammino; di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero camminare giorno e notte.
22 Egli non allontanava la colonna di nuvola durante il giorno, né la colonna di fuoco durante la notte, dal cospetto del popolo”.

 

Ebrei 11,8-16

“Per fede Abraamo, quando fu chiamato, ubbidì, per andarsene in un luogo che egli doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava.
9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende, come Isacco e Giacobbe, eredi con lui della stessa promessa,
10 perché aspettava la città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio.
11 Per fede anche Sara, benché sterile e fuori di età, ricevette forza di concepire, perché ritenne fedele colui che aveva fatto la promessa.
12 Perciò da una sola persona, e già svigorita, è nata una discendenza numerosa come le stelle del cielo, come la sabbia lungo la riva del mare che non si può contare.
13 Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. 14 Infatti, chi dice così dimostra di cercare una patria;
15 e se avessero avuto a cuore quella da cui erano usciti, certo avrebbero avuto tempo di ritornarvi!
16 Ma ora ne desiderano una migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, poiché ha preparato loro una città”.

 

Il racconto da Esodo, che abbiamo letto, con le sue strategie e i modi simbolici di tracciare una via tra ciò che è stato e ciò che sarà, è collocato prima del passaggio del Mar Rosso. Prima, cioè, di quel momento culminante che segna la liberazione vera e propria e quindi la riorganizzazione del popolo di fuggitivi attraverso regole e rituali collettivi. Qui siamo all’indomani di quella notte di tragedia, in cui i primogeniti egiziani furono uccisi e quelli ebrei scamparono la morte. Nella memoria del popolo è incisa a fuoco quella notte violenta, e la fuga precipitosa senza altre provviste che la pasta non lievitata. Agli ebrei fuggitivi, ancora non un popolo, si era unita gente di ogni origine, e tutti si erano portati dietro greggi e armenti – l’unica ricchezza di questi servi e l’unica garanzia di sussistenza. Un popolo in fuga, disparato e disperato, inseguito dall’esercito egiziano. Degli archeologi ci parlano anche della possibilità che a Est dell’Egitto ci fosse una muraglia presidiata che difendeva i confini, e poi deserti difficili da attraversare, in cui i pozzi distavano più giorni di viaggio l’uno dall’altro, e – sulla costa – torri presidiate dai militari che avrebbero fermato e fatto prigionieri tutti quegli schiavi in fuga.

Lo scenario non si discosta molto da quello presente, in cui gente in fuga incontra muraglie, presídi e campi di prigionia, in cui essere rinchiusa. Ma Dio vuole aprire per gli schiavi di allora e per i profughi di oggi una via di scampo in mezzo al mare. Da cosa fuggivano allora gli schiavi? Da uno sfruttamento pesante del loro lavoro, da un inasprimento del razzismo, da imposizioni che impedivano la vita personale. Essi portavano con sé una promessa che in questo racconto è rappresentata dalle ossa di Giuseppe. La promessa era che Dio si sarebbe ricordato di loro. La promessa riguardava una terra che non conoscevano, ma in cui si poteva vivere in pace. Era l’idea di ricominciare tutto da capo da qualche altra parte. Forse per questa idea il racconto dell’Esodo ha affascinato tanti nel corso dei secoli. Perché questo popolo di fuggitivi è riuscito nel suo intento di ricominciare e di inventare una società basata su regole di condivisione e di giustizia. A questo scopo era necessaria la tenacia dei fuggitivi e buone strategie delle loro guide – Mosè -, ma soprattutto la guida di Dio.

Al di là di tutto quello che Israele è chiamato a fare, è l’azione redentrice di Dio a riempire la scena. Due sono le mosse strategiche che Dio condivide con Mosè: la prima, di non prendere la via più breve per non essere confrontati con la violenza della guerra, ed essere, quindi, tentati di tornare indietro. Nel decidere come muoversi verso un futuro ancora incerto (ripeto, questi sono i giorni della fuga ancora convulsa, che precedono il passaggio del mar Rosso), bisogna avere abbastanza lucidità da sapere come e dove avanzare. La promessa di Dio fa muovere dei passi e suscita speranza, ma questo si colloca nella complessità della storia. La città di Dio si fa strada attraverso le oscurità delle civiltà umane. La seconda strategia è la colonna di fumo e di fuoco che segna e indica la presenza di Dio come guida verso il futuro. Un segno forte e materiale: alcuni studiosi hanno visto qui l’uso di bracieri per fare fumo alla testa della colonna. Non c’è dubbio, tuttavia, che si tratti di un elemento leggendario e narrativo che indica la premura di Dio per il popolo in fuga, la sua provvidenza: Dio si mette in cammino col suo popolo e, come rischiarerà il loro cammino, allo stesso modo getterà nell’oscurità e nella confusione l’esercito che lo insegue, che verrà poi sbaragliato. Questa colonna di nuvola e di luce indica anche ai più lontani la direzione giusta. Ci parla anche di un cammino da fare di giorno e di notte, senza perdere l’attenzione e la concentrazione sulla Parola del Dio che cerca per loro libertà e pace. Non li conduce per la via più breve per evitare la guerra, sta vicino a loro per evitare il disorientamento e il ritorno alla schiavitù di prima. E’ un Dio che non è presente solo nei momenti esaltanti del successo, ma sta con loro, al loro passo, volgendo il loro sguardo al futuro, alla nuova terra, un luogo pieno di doni e carico di responsabilità.

Questo Dio vicino e attento non ha mai smesso di accompagnare l’umanità. Stretti tra ingiustizie e schiavitù, materiali o spirituali, anche noi ci muoviamo sempre alla ricerca di un futuro migliore. Portiamo con noi le tracce di una promessa, con cui cerchiamo di orientarci! Rifuggiamo la guerra e analizziamo i nostri passi in modo da fare il cammino migliore! Oggi, vogliamo accogliere la promessa di una città che ha le sue fondamenta in Dio e nella sua giustizia. Se ci fu un futuro per quel popolo di schiavi spaventati e inseguiti nel deserto, c’è anche davanti a noi il futuro che Dio ci ha preparato.
Con speranza e fiducia camminiamo con esso.

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 31 dicembre 2017

 

Natale 2017

 

Luca 10,30-34
Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté nei briganti, che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 
Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto.
 Così pure un Levita, quando giunse in quel luogo e lo vide, passò oltre dal lato opposto. 
Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà;
avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui”.

Osea 14
O Israele, torna al Signore, al tuo Dio, poiché tu sei caduto per la tua iniquità. 
 Preparatevi delle parole e tornate al Signore! Ditegli: «Perdona tutta l’iniquità e accetta questo bene; noi ti offriremo, invece di tori, l’offerta di lode delle nostre labbra. 
 L’Assiria non ci salverà, noi non saliremo più sui cavalli e non diremo più: “Dio nostro!” all’opera delle nostre mani; poiché presso di te l’orfano trova misericordia». 
«Io guarirò la loro infedeltà, io li amerò di cuore, poiché la mia ira si è distolta da loro. 
Io sarò per Israele come la rugiada; egli fiorirà come il giglio e spanderà le sue radici come il Libano. 
I suoi rami si estenderanno; la sua bellezza sarà come quella dell’ulivo, la sua fragranza come quella del Libano. 
Quelli che abiteranno alla sua ombra faranno di nuovo crescere il grano e fioriranno come la vite; saranno famosi come il vino del Libano. 
Efraim potrà dire: “Che cosa ho io più da fare con gli idoli?” Io lo esaudirò e veglierò su di lui, io, che sono come un verdeggiante cipresso; da me verrà il tuo frutto». 
Chi è saggio ponga mente a queste cose! Chi è intelligente le riconosca! Poiché le vie del Signore sono rette; i giusti cammineranno per esse, ma i trasgressori vi cadranno”.

 

L’invito alla conversione percorre tutta la Bibbia e torna con forza nel messaggio di Gesù.
Cosa c’entra la conversione con la Notte di Natale? In quella notte risuona piuttosto un invito alla lode e a quello stupore pieno di gioia che ci avvolge di fronte alla bellezza, all’opera di Dio nel mondo. Ma è possibile lodare solo quando lo sguardo è aiutato a vedere: gli angeli della notte di Betlemme mostrano la direzione in cui guardare. Senza guida si cade, le vie si rivelano pericolose e si resta privi di aiuto.


In Osea, il popolo caduto nel fosso a fianco della strada assomiglia all’uomo aggredito e ferito della parabola di Gesù.
E’ in quel momento di estremo bisogno che l’uomo caduto capisce di chi può fidarsi e di chi no. E’ Dio stesso che si avvicina per rialzare e guarire il caduto con il suo amore.
La somiglianza dei due racconti, però, si ferma qui; Osea si concentra sul peccato del popolo che è caduto lontano da Dio.
Il profeta aiuta a diventare consapevoli della propria posizione (“preparatevi delle parole”).
Prima della conversione il popolo, personificato qui in un attore individuale, si affidava all’Assiria e alle sue armi, ossia all’uso della forza. Inoltre si affidava all’opera delle sue mani, era quindi orgoglioso di sé e del proprio operato. Inoltre, aveva con Dio un rapporto rituale che intravvediamo attraverso l’offerta dei tori.
Questi tre elementi – ritualità esteriore, arroganza e uso della forza – hanno fatto di lui un vincente agli occhi della storia, eppure è caduto.


La logica di Dio rovescia i potenti dai loro troni considerati sicuri e innalza i poveri. Quasi con incredulità il caduto dice: “presso di te l’orfano trova misericordia”.

Il “Magnificat”, l’annuncio di Natale e tutto il ministero di Gesù puntano su questo capovolgimento dei valori umani di forza e arroganza, e mostrano - con gioia – la via di Dio come la via dei poveri.
La gioia è quella di un Dio che si paragona a un albero con i suoi frutti, o all’ombra che ripara dal sole cocente e permette ai fiori di fiorire.
Risollevato, guarito e circondato da tutta questa allegria, l’uomo, che all’inizio era in un fosso accanto alla strada, si chiede: “che cosa ho io più da fare con gli idoli?”. E’ la domanda più bella - che rivela la consapevolezza che segue la conversione.
L’uomo, o meglio, il popolo nel racconto di Osea, seguiva testardo il suo cammino di vittoria e di successo, autoreferenziale e crudele, indifferente alla sorte altrui.


Dio lo ha fermato e fatto cadere. La sua crisi è nata dall’ordine cambiato che Dio ha portato nel mondo. La sua consapevolezza sorge quando la sua strada si chiude e lui si trova senza aiuto a lato di una strada.
Così Dio ci ferma e ferma l’umanità che agisce seguendo l’istinto predatorio della violenza. E ci invita: “preparate delle parole e tornate. Dote a Dio: perdona […]”.
Invece di una fede ridotta a una abitudine rituale ci sarà una fede vera e profonda, la preghiera che scaturisce dal cuore.
Invece della violenza prepotente degli eserciti ci sarà la presenza sottile e gentile della rugiada che disseta le piante.
E Dio veglia sulla nostra conversione. In Gesù ci ha raggiunti e non ci vuol lasciare andare. Dio stesso produce per noi i frutti della conversione.


Ecco l’annuncio del Natale: un Dio vicino, amorevole e giusto, che stravolge il nostro ordine violento per mostrarci il regno che viene.

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Lunedì 25 dicembre (Natale) 2017

 

 

 

Dio si rivela in modo inatteso come il liberatore

 

Isaia, 11,1-11

“Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai, un rampollo spunterà dalle sue radici.
2 Lo Spirito del Signore riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d’intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore.
3 Respirerà come profumo il timore del Signore, non giudicherà dall’apparenza, non darà sentenze stando al sentito dire,
4 ma giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua bocca, e con il soffio delle sue labbra farà morire l’empio.
5 La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi.
6 Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà.
7 La vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme e il leone mangerà il foraggio come il bue.
8 Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente.
9 Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza del Signore riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare.
10 In quel giorno verso la radice d’Isai, issata come vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni, e la sua residenza sarà gloriosa.
11 In quel giorno il Signore stenderà una seconda volta la mano per riscattare il residuo del suo popolo rimasto in Assiria e in Egitto, a Patros e in Etiopia, a Elam, a Scinear e a Camat, e nelle isole del mare”.


Amos 9,7 e 13-15

“Non siete forse per me come i figli degli Etiopi, o figli d’Israele?», dice il Signore. «Non ho forse condotto Israele fuori dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e i Siri da Chir? […]«Ecco, vengono i giorni», dice il Signore, «in cui l’aratore s’incontrerà con il mietitore, e chi pigia l’uva con chi getta il seme; quando i monti stilleranno mosto e tutti i colli si scioglieranno.

Io libererò dall’esilio il mio popolo, Israele; essi ricostruiranno le città desolate e le abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino; coltiveranno giardini e ne mangeranno i frutti.
15 Io li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dalla terra che io ho dato loro», dice il Signore, il tuo Dio”.

Giovanni 1,14

“E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre”.

 

Gli antichi avevano un’idea molto precisa di cosa significasse la presenza di Dio fra loro. Era una promessa di pace, di non essere sradicati dalla propria terra, di non essere minacciati, di ricevere benedizioni legate al raccolto e al bestiame, al lavoro, insomma.
Perciò, il modo in cui la promessa è stata trasmessa ha riguardato e toccato da vicino la vita della gente.
A volte sono state usate iperboli ed esagerazioni come quelle del lupo e dell’agnello – immagini che ci sono però care perché le collochiamo in un tempo utopico e probabilmente irreale. Così, abbiamo svuotato le promesse di Dio, mentre per dei pastori di greggi era invece un desiderio comprensibile, forte.
Dovremmo mantenere il senso forte della tensione, del desiderio umano per le benedizioni di Dio, invece di renderle simili a favole.


Ai temi della pace e della guerra rimandano le immagini che parlano di città desolate e vuote, di ricostruzione e stabilità.
E’ Dio stesso che pianta il suo popolo nella sua terra, così come un contadino pianta le vigne e le coltiva.
Ma il messaggio non è esclusivo. Dio non si occupa di un popolo soltanto, ma cerca di creare situazioni di benessere e stabilità per tutti i popoli.
Questo messaggio sorprendente, di un Dio che si occupa anche dei popoli nemici o estranei, è donato all’Israele di allora e a noi perché non ci inorgogliamo di un rapporto privilegiato ed esclusivo che caccia gli altri di fronte a Dio.
E’ invece Dio che si rivela in modo inatteso come il liberatore dei diversi popoli. Come riporta Israele nella sua terra, così fa con i Filistei e con i Siri, a indicare una visione di pace che coinvolge tutti i popoli.


E questo è il terzo elemento della presenza di Dio, quello della liberazione. Ora, tutti questi elementi di benedizione, pace e liberazione sono raccolti in Gesù che rende presente Dio nella storia dei popoli, dell’umanità intera.
Nelle diverse culture umane le storie, le leggende e le utopie sono servite a trasmettere le speranze di trasformazione e a radicarle nell’immaginazione del presente.
Di quali immagini e narrazioni abbiamo bisogno, oggi, per trasmettere a chi ci sta intorno tutto il valore che come cristiani diamo alla presenza di Dio in Gesù?


Possiamo usare il linguaggio della guarigione: in Gesù Dio viene come una nuova scoperta medica che porta salute e benessere, attraverso una collaborazione importante di tutti coloro che sono coinvolti, paziente compreso. Così sentiamo che la presenza di Dio  è una dinamica collettiva che ci fa partecipare alla guarigione del mondo.
Possiamo usare il linguaggio scientifico che tiene insieme i calcoli precisi e quei salti quantici che sono per ora insondabili e quelle scoperte che determinano spesso il capovolgimento di paradigmi fino a quel momento considerati sicuri. Così trasmettiamo l’idea dell’imprendibilità di Dio che non sta dentro le nostre categorie, e non è fisso, ma sempre in movimento, travalicando queste categorie e obbligandoci ad andare oltre.
Possiamo anche usare un linguaggio artistico, quello della musica o della pittura, che sono capaci di emozionare e trascinare i corpi nella danza, o l’anima a scoprire emozioni forti e inesplorate


L’altra sera [23 dicembre], al concerto di Nehemiah  Brown, in via dei Benci, siamo stati trascinati dai musicisti a cantare con loro le lodi di Dio che si fa bambino, a battere le mani, a muovere corpo e spirito a ritmo di Gospel.
Così trasmettiamo la bellezza di un Dio che si fa vicino e vuole toccare corpo e anima di ciò che siamo, per metterli a disposizione della giustizia di Dio: “fa’ di noi strumenti della tua giustizia”.
Con quanti linguaggi possiamo ancora rendere conto della gioia che riempie il Natale! Della speranza che ci muove!
Gli antichi profeti ci danno queste indicazioni:

  • Che tali linguaggi siano concreti e tocchino il lavoro umano e la vita quotidiana, perché è lì che il Dio vicino porta la sua benedizione.
  • Che tali linguaggi facciano volare la fantasia e liberino i sogni, perché in questo modo le migliori energie creative delle persone si mettono all’opera e agiscono per dare vita a questo mondo atteso.
  • Che tali linguaggi tengano conto della complessità del mondo, perché annunciano il Dio di tutti i popoli, non di un gruppo soltanto.


E allora, la fine delle guerre non porta sopraffazione e umiliazione dei vinti, ma riconciliazione. E la pace di uno è anche la pace dell’altro e di tutti. Solo quando la pace sarà anche pace per il ruscello, per l’albero e gli animali, si potrà parlare di pace profonda e autentica, e allora vi sarà pace anche per gli esseri umani (Anna Maria Ortese).
Ecco, “la Parola è diventata carne e ha abitato un tempo tra di noi, piena di grazia e di verità”.
Che il tempo della presenza di Dio fra noi si allarghi fino a portare la sua benedzione su tutta l’umanità in attesa e sul cosmo intero.

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 24 dicembre 2017

 

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Ultimo aggiornamento: 6 Gennaio
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze