immagine_testata2

Altre Meditazioni   Torna alla Home page
image_linea_verde

Meditazioni

 

 

“Dov’eri tu? - uomo, donna

 

 

Letture

Isaia 50,1-9

Così parla il Signore: «Dov’è la lettera di divorzio di vostra madre con cui io l’ho ripudiata? Oppure a quale dei miei creditori io vi ho venduti? Ecco, per le vostre colpe siete stati venduti, per i vostri misfatti vostra madre è stata ripudiata. Perché, quando io sono venuto, non si è trovato nessuno? Perché, quando ho chiamato, nessuno mi ha risposto? La mia mano è davvero troppo corta per liberare, oppure non ho la forza di poter salvare? Ecco, con la mia minaccia io prosciugo il mare, riduco i fiumi in deserto; il loro pesce diventa fetido per mancanza d’acqua e muore di sete.  Io rivesto i cieli di nero, dò loro un cilicio come coperta». Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli. Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi. Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino!  Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà”. 

 

Romani 8,28-39

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.  Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli;  e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati.  Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?  Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?  Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica.  Chi li condannerà? Cristo [Gesù] è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.  Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?  Com’è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello».  Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati.  Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future,  né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.

 

 

Nel brano di Isaia, che fa da sfondo al racconto della Passione di Gesù, il servo maltrattato e disprezzato è un intero popolo.

Un popolo colpito ferocemente dalla guerra e dall’esilio, e poi dal disprezzo e dalle umiliazioni subite nella nuova terra. Ci si domanda se davvero non si possa imparare dalla storia, e perché queste dinamiche di violenza, sradicamento e razzismo non siano in qualche modo cambiate in questi millenni. Il percorso del popolo, che si esprime nel secondo Isaia, ci mostra dinamiche simili a quelle che hanno fatto sorgere intolleranza e razzismo nel nostro paese.

Infatti, un popolo schiacciato dalla guerra, costretto all’esilio, è guardato con sospetto nella nuova società in cui si inserisce. Sono soprattutto le parti più deboli di quel popolo a essere umiliate, le donne, bottino di guerra o oggetto di tratta e prostituzione. E i figli misti, meticci, nati anche da violenze e comunque collocati in quel confine labile di identità che non li rende riconoscibili né da un popolo né dall’altro.

È questa popolazione fatta di figli illegittimi e di donne ripudiate, di schiavi senza futuro, che sente Dio vicino, un Dio che dà rifugio in un mondo senza misericordia.

Da questa voce nasce la voce del servo sofferente, del figlio di Dio, che attraversa dolore e umiliazione.

Gesù, identificandosi col servo sofferente di Isaia, prende su di sé la sofferenza di quelle donne e di quei figli, un popolo senza patria e senza riconoscimento, a cui è negata ogni dignità umana. Un popolo che grida a Dio e trova in Gesù il Dio vicino.

Quale Dio? Se torniamo al discorso di Isaia, troviamo, all’inizio, un Dio che accusa i forti del popolo in fuga. Come in un processo o in un’aula di tribunale, li mette di fronte ai fatti, ai documenti, con cui si sono impegnati. Parla di una lettera di ripudio o di un contratto di vendita. Certo, Dio era accusato dagli esiliati di aver ripudiato il suo stesso popolo, di averlo abbandonato agli Assiri oppressori.

Ma Dio ribatte (v. 2) “perché, quando sono venuto, non si è trovato nessuno? Perché, quando ho chiamato, nessuno mi ha risposto?”.

Dio si fa presente nella storia umana e ci chiama alla responsabilità e alla risposta. Non è Dio ad averci abbandonato, siamo noi ad esserci allontanati dalle sue vie di giustizia.

Ancora una volta pare di udire qui le voci delle donne e dei loro figli, abbandonati e trascurati, che accusano i potenti del loro popolo di aver posto le premesse per questo disastro, tollerando ingiustizie e corruzione, cercando solo il proprio interesse anche a costo di smarrire la via di Dio, quella segnata dalla Legge, dal decalogo, che contiene una benedizione e una promessa: la pace e la dignità sulla propria terra scaturisce dalla pratica della giustizia.

La voce degli ultimi e delle ultime diventa, qui, la voce di Dio. Un Dio che non accetta di essere incolpato per il male, che l’essere umano compie con crudeltà.

“Dov’eri tu? - uomo, donna. Dov’eri quando ancora potevi correggere ogni cosa? Perché non hai risposto alla mia voce?”

Dio chiama i soggetti, e anche noi, a non accettare passivamente la crudeltà e il razzismo. Ogni mattina egli chiama i suoi discepoli; ci invita a una disciplina costante di ascolto.

Come un/a discepolo/a apriamo le orecchie alla parola d’amore e di giustizia che viene da Dio. E consideriamo dove stiamo, la nostra collocazione.

Perché, dopo averci chiesto conto della nostra fuga, del nostro silenzio di fronte al dolore e alla violenza umana – per consolare e per denunciare -, Dio stesso ci chiede di non tirarci indietro.

L’apostolo Paolo riprende questi versi antichi e ci testimonia Gesù.

È Gesù colui che ci giustifica, che è morto e risorto, che ha attraversato umiliazioni e disprezzo come quelle donne umiliate sulla via dell’esilio, come i profughi senza pace di oggi, come i più deboli che vengono sopraffatti dalla violenza annidata nella nostra società.

Gesù che è capace di rispondere per noi a Dio e ridare dignità a ogni vita attraverso l’amore.

 

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 18 marzo 2018

 

 

 

Gesù ci richiama al significato più profondo del nostro essere comunità

 

La Presse - SABATO 03 MARZO 2018
“Firenze, ladri in chiesa valdese: danneggiati arredi e rubato sottocalice Firenze, 3 mar. (LaPresse) - Furto nella notte all'interno della chiesa evangelica valdese di via Micheli, a Firenze. I ladri, sfondando un rosone laterale, sono entrati nei locali della chiesa e della canonica e hanno danneggiato gli arredi, portando via, alla fine, solo un sottocalice in argento. Sul posto è intervenuta la polizia, anche con personale della scientifica per i rilievi”.


Così un’agenzia di stampa riferisce quanto avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in questo locale. Ci sono state rivolte molte espressioni di solidarietà da altre chiese evangeliche italiane, dalla CED, da amici e amiche del mondo ecumenico.
Molti e molte hanno ironizzato sul fatto di venire a rubare in un luogo dove non c’è nulla! Solo un sottocalice d’argento, dice la notizia di stampa. Ma i danni fatti al luogo sono stati tanti. Non ci sono qui, infatti, molti beni materiali da portar via, ma ci sono molti beni comuni che permettono la vita di una, e persino di più, comunità di fede.
Ci appare doppiamente assurda la devastazione di un luogo che si presenta e cerca di vivere come luogo aperto di socialità, come espressione di una comunione più alta di noi, che è la comunione in Gesù Cristo.
Questo elemento di uno spazio comune devastato per disprezzo o per disperazione deve farci sentire, nella piccolissima esperienza che abbiamo vissuto, vicini a tutti questi luoghi o quelle chiese che in questi mesi e anni vivono attentati, distruzioni e lutti.
Noi abbiamo raccolto solo dei vetri e abbiamo perso solo delle chiavi, eppure ci sentiamo violati perché in questo luogo sta un pezzo della nostra identità, del nostro cuore, perché non vogliamo che i nostri vicini siano spaventati da un ladro che si presenta nella notte passando dal nostro giardino. Pensiamo al dolore e alla paura di chi in questi anni ha dovuto raccogliere macerie e corpi tra le proprie mura devastate, e la nostra vicinanza e comunione si approfondisce.
Quello che possiamo dire oggi è che ancora di più vogliamo far sì che questo luogo rimanga un luogo aperto in cui è possibile ritessere le reti di questa società lacerata. Una società in cui la povertà aumenta e la marginalità porta a gesti estremi e, come in questo caso, ottusi.
Mi scrive un’amica del coordinamento delle teologhe italiane:
“Restiamo unite nel pensare che Dio apre nuove strade di conversione per tutti e tutte, anche per coloro che vivono nell’illegalità”.
Non per una falsa illusione che porta a un perdono a buon mercato, ma per la convinzione che la via della condivisione e della grazia creano spazi di luce per farci crescere e portare frutti, per ricostituire le reti sociali di supporto e per convertire chi per vivere compie rapine e furti, chi sta ai margini e non conosce il bene, ma agisce guidato dalla violenza e dall’arroganza.

Cosa ci dice il testo biblico di oggi?

 

 

MARCO 12, 41-44

“Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere»”.

 


Gesù sta nel tempio e quanto vede diventa oggetto di un suo insegnamento importante. Per il vangelo di Marco questa è l’ultima parola che Gesù pronuncia nel tempio prima di uscirne in modo definitivo e porsi in opposizione al potere del tempio ma anche al potere romano, fino a trovarsi arrestato e condannato a morte.

Gesù parte proprio dalla constatazione del dono di una donna povera. Una di quelle vedove, che il tempio avrebbe dovuto proteggere e aiutare, e che, invece, si trova a dare lei qualcosa per la vita del tempio. C’è qui la condanna più decisa di un potere che si basa sulla ricchezza, di una religiosità che si mostra con evidenza e con lussi. Da questo punto di vista, come protestanti e valdesi, sentiamo di essere dalla parte di Gesù e della vedova, in un certo senso “dalla parte giusta”, quella della sobrietà e della povertà, di quanto basta per vivere e per operare: siamo infatti una chiesa che impiega tutte le sue ricchezze nell’aiuto ai poveri e nella bellezza che arricchisce il mondo, attraverso la musica, e la crescita spirituale di ogni persona.

Al tempo stesso, Gesù ci rende attenti al fatto che per questa vedova far parte della sua comunità di fede è qualcosa che rende la sua vita più ricca. Il suo orgoglio è quello di contribuire a una comunità che sente sua, anche con il poco che ha, perché Dio abita al centro della sua vita, e questo non è un fatto individuale, non la rinchiude nella sua solitudine e nell’amarezza di essere senza mezzi, ma la fa aprire. Lei considera il tempio un po’ la sua casa, lo abita e vi contribuisce come può, come ieri sera un bel gruppo di persone è venuto qui per pulire e rimettere in ordine questa che è un po’ la nostra casa comune.
Ma c’è una cifra di radicalità in quanto Gesù dice di questa donna. Dice: “nella sua povertà, vi ha messo tutto quanto aveva per vivere”. È l’annuncio del dono di sé che pochi giorni dopo porterà Gesù sulla croce. Il dono della vita che la donna compie diventa annuncio e premessa del dono della vita da parte di Gesù, che acquista quindi ancora di più il significato di una condivisione che si allarga in una comunione di vita.


Gesù muore a causa della violenza della società, ma il suo dono di sé è dono di vita, riappropriazione di relazioni giuste improntate al perdono e alla grazia. Non sempre noi siamo all’altezza della grazia di Dio, neppure nei commenti su un piccolo furto in chiesa, ma Gesù ci richiama al significato più profondo del nostro essere comunità: il dono e la condivisione, e l’attenzione che non permette che il gesto o il contributo di nessuno vadano perduti.


Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica valdese di Firenze, 4 marzo 2018

 

Noè che cammina con Dio

 

Genesi 5,28-29 e 32

“Lamec visse centottantadue anni e generò un figlio, 29 che chiamò Noè, dicendo: «Questo ci consolerà della nostra opera e della fatica delle nostre mani a causa del suolo che il Signore ha maledetto». […]32 Noè, all’età di cinquecento anni, generò Sem, Cam e Iafet ”.

Genesi 6,5-9


“Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo. 6 Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo. 7 E il Signore disse: «Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perché mi pento di averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore. 9 Questa è la posterità di Noè. Noè fu uomo giusto, integro, ai suoi tempi; Noè camminò con Dio”.


Matteo 24,36-44

«Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo. 37 Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo. 38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e si andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così sarà {anche} alla venuta del Figlio dell’uomo. 40 Allora due saranno nel campo: l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata. 42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. 43 Ma sappiate questo: che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa. 44 Perciò anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà»”.


2 Corinzi 5,17-20

“Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. 18 E tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. 19 Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. 20 Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio”

 

La gente non si accorse di nulla”. Le parole di Gesù sembrano descrivere i nostri tempi, ma forse tutti i tempi, in cui regna soprattutto indifferenza di fronte alle violenze. Mentre però l’umanità, nelle città e nelle campagne, continua la sua corsa senza farsi carico di chi sta accanto e soffre e muore, Dio vede la sofferenza e vede la malvagità umana. La vede e ne è coinvolto.

La Bibbia oscilla tra un coinvolgimento di Dio che comporta ira e distruzione del mondo e il suo trovare la compagnia di alcuni esseri umani che camminano con lui. Il primo di questi amici di Dio è Noè. Noè appare dunque quasi come l’anticipazione della nuova creatura, amica di Dio, amica del mondo. Dio maledice il suolo a causa del peccato umano, e uomini e donne si ritrovano separati da Dio e dalla terra al tempo stesso. L’armonia con il mondo è perduta e il lavoro umano non solo è pesante e pericoloso, ma può condurre alla distruzione delle risorse, come ben sappiamo in questo tempo dominato da petrolio, carbone e uranio.

Con Noè si intravede un altro modo di vivere, e su di lui è pronunciata una parola che produce giustizia, grazia. Il cammino con Dio ci fa pensare all’attenzione alle piccole cose, alla disciplina quotidiana, al mettersi in ascolto di un Dio che è anch’esso in continuo movimento, con il mondo, con la vita. E, cosa sorprendente, la figura di Noè ci fa capire che, anche dopo la caduta di Adamo ed Eva, è possibile per gli esseri umani scegliere il bene e la giustizia. Una scelta che pone Noè letteralmente contro tutto il mondo. Si fida di Dio e va contro l’indifferenza di quanti lo circondano.

In un’altra occasione lo sguardo di Dio sulla malvagità presente tra gli umani è espressa così: “Dio vede il male, e si stupisce che nessuno si levi a contrastarlo”. L’indifferenza umana al male è denunciata da Dio come mancanza di amore, una mancanza nell’ascoltare la sua parola. Ma qui, all’inizio della storia umana narrata nella Genesi, prima della distruzione del diluvio, Dio trova un alleato, un uomo che cammina con lui. Basta questo a salvare il mondo, a fare la differenza tra la vita e la morte. Non per lui soltanto, ma per la nostra storia.

Ogni volta che ricordiamo l’opera di testimonianza e d’amore di chi ci ha preceduti, noi ricordiamo come basti POCO per fare la differenza. Un POCO che però implica coraggio e un po’ d’incoscienza, nell’andare contro la corrente, nel seguire il Dio nascosto, il Dio dell’amore che contrasta le regole delle nostre società spietate. Ma questo è importante: che anche in noi ci sia una parte di quel Noè che cammina con Dio, un Noè che accetta di attraversare il diluvio, la collera di Dio, benché non la comprenda. Un Noè che veglia, ma che non sta con le mani in mano, anzi, costruisce la prima grande opera artigiana, quell’arca descritta in molte opere d’arte come una città galleggiante e brulicante di vita. Una navicella che custodisce la vita nel mezzo della distruzione e si fa garante della possibilità di un nuovo inizio. E’ così che Noè interpreta il suo essere nuova creatura: non tenendo per sé la promessa di vita, ma condividendola. E’ così che anche noi siamo chiamati a essere nuove creature, portatori e portatrici della promessa di riconciliazione tra Dio e il mondo, tra il mondo e l’umanità, superando ogni indifferenza nei confronti del male.

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 28 gennaio 2018

 

 

Dare fiducia alle promesse di Dio

 

Matteo 4,1-11

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani».
4 Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”».
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio,
6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: “Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo” e “Essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti col piede contro una pietra” ».
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”».
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse:
9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori».
10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto” ».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano”.


Ebrei 4,14-16

“Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato.
16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno”.


2 Co. 6,1-10

“Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano;
2 poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel tempo favorevole e ti ho soccorso nel giorno della salvezza» Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza!
3 Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato;
4 ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, 5 nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni;
6 con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero;
7 con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra;
8 nella gloria e nell’umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri;
9 come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte;
10 come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!”.

 

Chi di noi non vorrebbe che tutto andasse sempre bene? Chi di noi non vorrebbe che la vita filasse liscia, senza preoccupazioni e senza distrazioni? E chi di noi non vorrebbe che la vita della chiesa, della comunità di fede, fosse regolare, senza intoppi, senza discussioni, senza problemi, senza grattacapi? Anche Paolo forse l’avrebbe voluto. Eppure così non è stato nella sua vita. Noi dopo più di 2000 anni siamo abituati a considerarlo un Apostolo che ha saputo portare a termine la missione che il Risorto gli aveva affidato e non facciamo più attenzione alla realtà concreta che egli ha vissuto nel corso del suo apostolato, che ci viene raccontata a volte in modo indiretto, ma altre volte con riferimenti diretti ed espliciti alle difficoltà e alle situazioni anche molto pericolose nelle quali ha esercitato il suo ministero. E questo vale, per la verità, per tutti gli Apostoli.

Guardiamo quasi all’età apostolica come ad una età dell’oro, in cui le difficoltà non ostacolavano l’opera del Signore portata avanti da questa specie di supereroi sicuri di quel che facevano ed imperturbabili. Nel fare questo però dimentichiamo che anche i protagonisti degli inizi della Chiesa cristiana erano esseri umani concreti, inseriti in contesti di comunità di fede non sempre limpidi e trasparenti, secondo dinamiche che potevano essere anche molto complicate, contraddittorie e potenzialmente autodistruttive. Ecco, in generale la seconda lettera ai Corinzi ci ricorda che i rapporti all’interno delle prime comunità cristiane e tra queste e gli Apostoli non si esprimevano sempre al meglio. In gran parte di questa lettera, Paolo è impegnato nella difesa del suo ministero di Apostolo contro accuse anche infamanti che gli venivano rivolte dai Corinzi, sobillati anche da certi altri missionari concorrenti di Paolo. La situazione che si determina è tale per cui ogni persona, ciascuno di noi, potrebbe perdersi d’animo: coloro che nella chiesa di Corinto volevano tenersi saldi alla predicazione dell’Evangelo di Cristo non riuscivano evidentemente a trovare forza sufficiente a resistere agli attacchi che l’Apostolo e loro stessi dovevano subire da parte del resto della comunità e in questa debolezza dovevano sentire il peso della sconfitta. Paolo comprende quel che accade, come queste persone dovevano sentirsi e nel passo che abbiamo letto le esorta, le incita a non rassegnarsi, a non lasciarsi abbattere dalle difficoltà e cita un bellissimo versetto del profeta Isaia, la cui versione estesa abbiamo ascoltato nell’annuncio della grazia: Nel momento favorevole, ti ho prestato ascolto e nel giorno della salvezza, ti ho aiutato.

Non vi preoccupate, dice Paolo ai Corinzi che volevano restare fedeli al messaggio di Cristo: per quanto noi possiamo soffrire, per quanto possiamo sentirci confusi, umiliati, impotenti, sconfitti, in minoranza, arriverà l’aiuto di Dio e arriverà senza ritardo. Arriverà senza che purtroppo noi possiamo fare niente per affrettarlo nella nostra ansia, ma arriverà senza che nulla possa farlo ritardare anche solo di un secondo. E c’è di più: la potenza di Dio si manifesterà tra le molte contraddizioni nelle quali viviamo la nostra condizione umana. Non solo nell’onore, nella buona fama, nella verità e nella notorietà, ma anche nel disonore, nella cattiva fama, nel raggiro, nell’anonimato.

Il Dio trinitario non è un dio astratto e perfetto e del quale si fa esperienza solo attraverso virtù morali astratte e perfette e i “buoni” sentimenti, in contrapposizione ad un mondo fatto di creature materiali e imperfette, ma è il Dio Padre e creatore del mondo vero e concreto che Egli vide essere buono e che decise di mettersi da subito in relazione con l’essere umano, pur nelle sue contraddizioni, pur nella sua fragilità, pur nella sua capacità di violenza, pur nella sua fuga costante verso altri idoli.

Il Dio trinitario non è un sovrano ricco, potente, terribile e assoluto come l’imperatore-dio romano, ma è il Dio Figlio che nasce in una notte qualsiasi, in una stalla qualsiasi, in una provincia periferica qualsiasi di un grande Impero, e i cui primi visitatori sono pastori, gente considerata meno che niente nella società. Ma quella notte, quella stalla, quella provincia periferica e quei pastori diventano in quel momento il centro dell’Universo.

Il Dio trinitario non è un dio della guerra che conduce i suoi seguaci in una lotta di liberazione politica e che fonda una dinastia, ma predica l’avvento del Regno dei cieli, il giorno della salvezza, la buona notizia ai poveri, il perdono ai prigionieri, la restituzione della vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, il momento favorevole del Signore. E a causa del suo Evangelo è tentato, osteggiato, disprezzato, verrà trascinato davanti ai potenti, giudicato colpevole e condannato alla morte della croce. Ma il Dio trinitario non si lascia fermare! Non permette che la morte, quella morte possa mettere la parola fine. Il Dio trinitario risorge dai morti!

Il Dio trinitario raduna i suoi discepoli che si erano dati alla fuga o erano tornati alle loro vite per confermare la missione che avevano iniziato a svolgere e per consegnare loro il testimone, assicurandogli il sostegno dello Spirito Santo, trasformando così per sempre quegli uomini e quelle donne che a loro volta saranno annunciatori della buona notizia, della nuova creazione già iniziata, ma non ancora completata, anticipata e incarnata nella nascita, nella vita, nella morte e nella resurrezione del Cristo Gesù e promessa a tutti i popoli.

Ecco il senso della predicazione di Paolo. Ecco quello che Paolo vuole ricordare ai Corinzi e a noi che oggi siamo come loro, desiderosi di dare fiducia alle promesse di Dio, ma scoraggiati dalle nostre debolezze e dalla violenza che governa il mondo, intimoriti anche dai risultati brillanti di tanti uomini e donne che ci sembrano più preparati, moralmente migliori, con più successo e con più ragioni di noi. Siate pienamente uomini e donne, mettendo tutti voi stessi al servizio della Parola! Siate pienamente uomini e donne e dunque riconoscetevi poveri per conto vostro, ma in grado, per mezzo della grazia sovrabbondante di Dio, di poter arricchire molti! Siate pienamente uomini e donne, per essere pienamente apostoli del Crocifisso Risorto, armati solo delle armi della giustizia nella destra e nella sinistra, senza possedere altro e per questo possedendo tutto.

Torniamo ancora una volta ai versetti di Isaia: Nel momento favorevole, ti ho prestato ascolto e nel giorno della salvezza, ti ho aiutato. Con questa promessa certa, siamo chiamati e chiamate ad andare nel mondo e predicare l’Evangelo.

 

Predicazione di Ermanno Martignetti, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 18 febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

 

image_linea_verde

Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2018
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze