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Meditazioni

 

Fedeli fino alla morte

 

 

Matteo 25, 31-46

31 «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso.
32 E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; 33 e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
 34 Allora il re dirà a quelli della sua destra: "Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v'è stato preparato fin dalla fondazione del mondo.
35 Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; 36 fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi".
37 Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere?
38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito?
39 Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?"
40 E il re risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me".
41 Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!
42 Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere;
43 fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste".
44 Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?"
45 Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto a uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me".
46 Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».

 

Romani 8,18-25

18 Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo.
19 Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio;
20 perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta,
21 nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio.
22 Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio;
23 non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo.
24 Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora?
 25 Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.


 

Care sorelle e cari fratelli,
questa domenica è la penultima dell’anno liturgico poiché dopo la prossima, con la prima domenica di dicembre, inizierà il periodo dell’Avvento e il lezionario Un giorno, una parola insieme alle letture che abbiamo ascoltato propone come testo della predicazione un brano dell’Apocalisse, capitolo 2, vers. 8-11, ascoltiamolo:

8 «All'angelo della chiesa di Smirne scrivi:
Queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
9 "Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (tuttavia sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. 
10 Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
11 Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda".

Non è mai facile parlare sull’Apocalisse che è uno dei testi più complessi della Bibbia perché è pieno di simboli e perché ci proietta in quel tempo indefinito che intercorre tra la morte in croce di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, la Parola fattasi carne, e il suo ritorno – gli ultimi tempi – quando Gesù verrà a giudicare il mondo e gli uomini.
Il significato della parola Apocalisse è “rivelazione” e l’inizio del libro ci ricorda come questa rivelazione di Gesù è stata affidata a Giovanni che ha il compito di trasmettere e rappresentare quello che ha visto. La prima parte del racconto comprende sette messaggi diversi affidati alle sette chiese dell’Asia Minore, la zona dove ora si trova la Turchia, cominciando da Efeso, la capitale, fino alla chiesa di Laodicea. Il secondo di questi messaggi è rivolto alla chiesa di Smirne, una città posta a 50km a nord di Efeso con la quale rivaleggiava per importanza. Al tempo in cui si presume sia stato scritto il testo dell’Apocalisse, tra il 68 e il 96 d.C cioè tra il regno di Nerone e quello di Domiziano, la città di Smirne era fedele all’imperatore romano, dedita al culto della dea Cibele (dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici), comprendeva una consolidata comunità giudaica e la piccola comunità cristiana era una minoranza povera e perseguitata.
Questo è il contesto storico e geografico da cui partire per comprendere cosa dice Gesù a questa chiesa attraverso la visione trascritta da Giovanni.
Ma c’è ancora un punto da sottolineare: delle sette chiese a cui sono rivolte le sette lettere questa è l’unica che non contiene reprimende per opere fallaci, accuse di menzogne e giudizi di infedeltà. Dunque cosa contiene il messaggio rivolto alla chiesa di Smirne che abbiamo letto?  Vi possiamo sostanzialmente riconoscere tre componenti.

La prima è che Gesù conosce pienamente la situazione in cui questi credenti vivono e cercano di resistere attraverso al loro fede: tribolati, calunniati, poveri sebbene ricchi nella fede, vittime delle persecuzioni da parte di coloro che dicono di essere Giudei, cioè figli di Abramo, ma che si sono posti fuori dal patto stretto da Dio con i loro antenati e per questo definiti come Sinagoga del diavolo.
La seconda è che presto alcuni componenti di questa comunità saranno sottoposti ad una ulteriore prova, saranno imprigionati per un tempo imprecisato. Nel simbolismo del libro i dieci giorni sono un periodo indefinito ma comunque limitato utilizzato per affermare che ciò nonostante non devono temere e mantenere salda la loro fiducia: Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.  Il messaggio contiene dunque  la promessa che la fedeltà al Signore fino alla morte, al martirio, avrà come ricompensa, proprio come la corona che il premio dato al vincitore di una gara, la vita eterna.
La terza è introdotta dalla formula che ricorre in ciascuno delle chiusure dei messaggi a ciascuna delle sette chiese: Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Una espressione che estende l’affermazione che segue a tutti i credenti disposti ad ascoltare e dunque indirizzata anche a noi. In questo caso si tratta della rassicurazione che Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda. La “morte seconda” più avanti, nel Cap. 20 vers. 14 viene paragonata ad uno “stagno di fuoco” in cui verranno gettati tutti coloro che non sono scritti nel “libro della vita”, cioè che non hanno ricevuto il perdono e la salvezza di Gesù Cristo, e con loro anche la morte e il regno dei morti (l’Ades), ecco perché viene chiamata la morte seconda. Ma qui il messaggio afferma che chi crede e vive in Cristo non sarà colpito dal giudizio finale di Dio sul peccato degli esseri umani.
Ai credenti della chiesa di Smirne è rivolto un messaggio:

  • di conforto attraverso l’assicurazione della vicinanza e della comunione di Gesù che è accanto a loro nella tribolazione e nella precarietà della loro condizione;

  • di rafforzamento della fiducia nel Signore perché, per quanto sottoposti ad un’ulteriore prova, continuando a confidare in Cristo questa fede avrà come premio la vita eterna;

  • di speranza che proietta l’esistenza finita del credente in una prospettiva di salvezza e di fiduciosa attesa; la fedeltà fino alla morte ci dona la certezza che il futuro, per quanto indefinito secondo i criteri temporali umani e incerto nella nostra capacità limitata di comprendere la storia e gli eventi che accadono intorno a noi, è un tempo di salvezza, quindi di pace e di riconciliazione, che si manifesterà quando il giudizio finale e la condanna si abbatteranno su coloro che non hanno creduto nella misericordia di Dio e in Gesù come salvatore.

Vicinanza, compassione, soccorso e misericordia sono i doni dati da Dio per mezzo del Figlio Gesù che è morto sulla croce affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna e profusi attraverso lo Spirito Santo. In cambio viene chiesta soltanto la perseveranza nella fede. Ma aggiungerei anche che affinché questa fede sia continuamente ravvivata e rinnovata e non diventi una pura espressione formale fatta di riti e liturgie la perseveranza nella fede implica che questi doni che abbiamo ricevuto diventino a loro volta parte di noi, manifestazione viva e reale del nostro essere credenti, di essere una vera comunità di fede.  Pensiamo a questa messaggio come ad un insieme di fari che si accendono all’improvviso per illuminare la scena buia di un teatro il cui fondale nero e inquietante è costituito dalla condanna e dal giudizio finale di coloro che non hanno creduto in Gesù, coloro che non si sono impegnati a seguire i suoi insegnamenti e non si sono sforzati di fare la volontà del Padre suo, affidandosi con fiducia al suo aiuto.

Non è facile confrontarci con il tema del giudizio e ancor peggio con quello della condanna, eppure la Bibbia, ci pone continuamente di fronte a questa realtà alternando sempre il confronto tra giudizio e misericordia, sofferenza e compassione, come abbiamo ascoltato anche nelle altre due letture. 
Il tema del giudizio è inequivocabilmente presente e il passo di Matteo. Le parole di Gesù ci mettono forzatamente e direi brutalmente di fronte alle nostre responsabilità e alle nostre mancanze e omissioni. Ricordandoci che Gesù Cristo, il Figlio dell’uomo, tornerà a giudicare e che solo coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, accolto lo straniero, vestito chi era nudo, vistato gli ammalati e i prigionieri, tutti “questi minimi” cioè gli ultimi, gli abbandonati e i reietti saranno riconosciuti “giusti” ed erediteranno il regno di Dio.
Il tema della sofferenza, esteso fino a comprendere tutta la creazione che  geme ed è in travaglio, è il cuore del passo della Lettera ai Romani.
In entrambe i testi è presente la contrapposizione tra i doni elargiti da Dio a tutti noi e il nostro comportamento rispetto a quanto ci è chiesto di fare per restargli fedele, in Paolo è sottolineata la tensione tra la sofferenza che coinvolge tutta la creazione e l’anelito alla trasformazione, quando il male, il dolore e la morte saranno definitivamente ed avverrà al ricomposizione tra il creatore e la sue creature.

Questo linguaggio e questi contrasti ben rappresentano quello che il pastore Paolo Ricca definisce la «Parola che separa e che divide» rifacendosi a quanto Gesù stesso afferma in Matteo 10, 34: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”. E anche l’apostolo Paolo in Ebrei 4,12 scrive : “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore
Paolo Ricca ci spiega che questa spada di Gesù è la spada della Parola di Dio e che questa Parola, che è affilata come una spada, penetra in profondità e ferisce, separa e divide. Prima di tutto divide chi l’ascolta da chi non l’ascolta, chi l’ascolta e la mette in pratica da chi l’ascolta e non la mette in pratica. Ecco quindi riaffiorare il tema del giudizio a cui siamo sottoposti e della opzione che ci è proposta di scegliere tra ascoltare e mettere in pratica la parola di Dio oppure di restare passivi, eventualmente di limitarci ad ascoltarla ma senza farsi scuotere da quello che ci dice. Ma Paolo Ricca esamina più in profondità l’animo umano, osservando che se lasciamo che la Parola di Dio agisca liberamente in noi, se esponendoci alla sua azione, accettiamo che la Parola compia la sua opera in noi, allora la Parola provoca una divisione più profonda dentro a ciascuna/o di noi tra:

  • fede ed incredulità; certezza e dubbio; amore e indifferenza; speranza e disperazione;

  • il vecchio uomo concentrato su sé stesso e le sue cose e l’uomo nuovo che invece ruota attorno a Dio e al prossimo.

E questo è proprio quello che accade meditando sulle parole di Gesù riportate da Matteo che ci mettono di fronte alle nostre responsabilità e ad una continua scelta tra comportamenti e pensieri tra loro contrastanti per la nostra naturale predisposizione.
Solo cercando di restare fedeli fino alla morte nel compiere la Sua volontà potremo ottenere la “corona della vita”, sapendo che in questa gara non siamo soli, perché la grazia di Dio è con noi, ci sostiene e ogni giorno rinnova la nostra energia se siamo disposti ad accoglierla con fedeltà e umiltà. Infatti la Parola è anche in grado di riunire le nostre divisioni (ancora Ricca sottolinea questo aspetto) e questa ricomposizione si compie è in Gesù, la Parola fatta carne.
Nella Preghiera sacerdotale Giovanni 17, 20-21 Gesù dice: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
Si tratta dello stesso messaggio rassicurante che ci viene dalla lettera ai Romani quando l’apostolo ci ricorda che la creazione che ora geme ed è in travaglio sarà liberata dalla schiavitù della corruzione e ci insegna che siamo stati salvati in speranza, speranza di ciò che ora non siamo in grado di vedere e neanche di immaginare con piena consapevolezza ma che dobbiamo aspettare con pazienza.
Pur nelle incertezze e nelle debolezze che accompagnano la nostra vita di credenti in continua ricerca di fare la volontà del Padre, se non cessiamo di restare in ascolto della Parola e ci affidiamo alla guida dello Spirito Santo, aspettando con pazienza e speranza, come scrive l’apostolo Paolo, se accogliamo l’invito ad essere fedeli fino alla morte che il testo dell’Apocalisse rivolgeva duemila anni fa alla comunità di Smirne siamo certi che non saremo colpiti dalla morte seconda e che otterremo il  premio della pienezza della la vita.

E per concludere immaginiamo ora quale messaggio potrebbe essere rivolto oggi alla nostra chiesa valdese di Firenze. Grazie a Dio non siamo in una situazione di persecuzione e tribolazione come purtroppo sono tante chiese cristiane sparse nel mondo, soprattutto in quei paesi dove i fondamentalismi religiosi (Pakistan, India, Sudan, centro Africa) o i regimi politici (Cina) non permettono la libera espressione della propria fede alle cristiane e ai cristiani, vietando ogni forma di testimonianza e di pratiche cultuali o anche dei semplici incontri comunitari. Ma in tempi recenti abbiamo attraversato dei momenti di difficoltà, delle prove perché non siamo stati capaci di gestire alcuni contrasti interni secondo un confronto aperto e positivo evitando di lasciarli trasformare in conflitti. Di questo come comunità portiamo ancora i segni, le cicatrici, e di questo dobbiamo chiedere perdono a Dio perché in quei momenti non siamo stati sufficientemente umili per rivolgerci al Signore chiedendo aiuto, guida e ispirazione.
Ora stiamo affrontando un futuro che si propone pieno di nuove sfide e di tante incertezze. Ci rendiamo conto che l’età media della nostra comunità si è molto elevata, temiamo che non ci sia sufficiente ricambio generazionale, sappiamo che l’impegno per coinvolgere pienamente i nostri giovani è arduo sia a causa delle chimere che la società propone loro sia perché il mutato contesto economico spesso li costringe ad allontanarsi dai luoghi nativi e dunque dalla comunità di origine per studio e per lavoro..
Molti si domandano anche, è stato un tema affrontato nell’ultimo Sinodo, se la nostra visibilità pubblica e la nostra capacità di attrazione non siano ormai schiacciate e condizionate dalle attività diaconali a discapito della testimonianza della Parola e della predicazione che come valdesi ci hanno contraddistinto per oltre otto secoli di storia e fatto sopravvivere a tante persecuzioni.
Altri si interrogano sulle liturgie dei nostri cuti e sulle nostre musiche mettendone in discussione l’attualità difronte a stili e formule che attualmente sembrano più accattivanti e capaci di attirare un gran numero di persone, soprattutto giovani, come quelle delle chiese avventiste, pentecostali e in genere delle chiese evangelicali. 
Altri ancora vorrebbero una condivisione più viva e costante con i fratelli e le sorelle provenienti da altri continenti (Africa, America Latina, Asia), il famoso “Essere chiesa insieme” declinato più concretamente di quanto non accada.
Mi sono limitato a ricordare solo alcuni motivi prova a cui come comunità di fede siamo sottoposti. Motivi di cui dobbiamo ringraziare il Signore perché ci spronano a ritornare sempre all’ascolto della sua Parola per trovare in essa la fonte di guida e di ispirazione e perché ci ammoniscono a invocare la presenza dello Spirito Santo ogni volta che stiamo per prendere una decisione o fare una scelta. Motivi che ci devono rendere una comunità accogliente, ravvivare la fiamma della nostra fede, dare vigore alla speranza che riponiamo nell’azione di Dio, indurci sempre di più a metterci al suo servizio e a ricordarci che dobbiamo camminare alla sequela del nostro Salvatore Gesù Cristo per essere a nostra volta sorgente di speranza, di luce e calore per gli altri.
Consapevoli dei doni di vicinanza, compassione, soccorso e misericordia che soltanto in Gesù Cristo e per mezzo di Lui ci sono stati dati e che ci impegnano a fare altrettanto, possiamo proseguire il nostro cammino con la certezza che le divisioni interiori che affliggono ciascuna/o di noi saranno ricomposte, che le naturali divergenze di opinioni che si verificheranno si risolveranno senza trasformarsi in conflitti e che riusciremo ad essere una comunità fedele e viva nella testimonianza della Parola di Dio.  Come quello indirizzato alla chiesa di Smirne il messaggio rivolto a noi oggi ci invita a guardare con fiducia al tempo che sarà a dato a ciascuna e ciascuno di noi e alla nostra chiesa, confidando che, nonostante le difficoltà da superare, il tempo che ci aspetta sarà un tempo propizio se lo spenderemo al servizio della Parola e dunque degli altri e che alla fine la nostra speranza troverà il suo compimento nel dono della via eterna.  Amen

 

Predicazione di Valdo Pasqui, Chiesa evangelica valdese di Firenze,  domenica 18 novembre 2018

 

 

 

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni
Matteo 10,8

 

Lettura:

Mt 10: 8

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni

E’ un mandato impegnativo quello che Gesù affida ai suoi discepoli. A questo punto non si tratta più di girare per la Galilea alle spalle del Maestro, per accompagnarlo e imparare dalle sue parole.
Ora cambia tutto e i discepoli – coloro che sin qui hanno imparato – diventano apostoli, inviati, mandati da Dio ad evangelizzare per loro conto. Senza  l’ombra rassicurante del Maestro, senza la sua tunica alla quale aggrapparsi, senza il suo sguardo nel quale cercare forza e sicurezza.
E già questa è una condizione nuova e inquietante. Ma in questo passaggio dal discepolato all’apostolato c’è molto di più: c’è una vera agenda della missione che in nuovi apostoli devono fare propria e interiorizzare.

GUARITE GLI INFERMI.
Gesù affida ai discepoli  un dono che sin qui sembrava avere Lui  in esclusiva. Meglio, più che affidare, condivide il dono della guarigione.
Non sono poche quelle operate dal Maestro:
nei sinottici si racconta della suocera di Simon Pietro, guarita dalla febbre a Cafarnao; e del lebbroso al quale intima di non dire di essere stato guarito; nel Vangelo di Luca si racconta che, nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù manda dieci lebbrosi, che avevano ricercato il suo aiuto, dai sacerdoti e che i dieci vengono guariti mentre si recano da loro.
E, ancora, i sinottici raccontano che mentre Gesù si reca alla casa di Giairo è avvicinato da un'emorroissa, una donna affetta da emorragia da 12 anni, ed essa viene guarita appena tocca il mantello di Gesù. E poi Luca racconta che, durante un sabato, Gesù va a mangiare a casa di un capo dei farisei e gli viene presentato una persona che soffre di edema. Gesù allora domanda ai farisei presenti se è lecito guarire di sabato e, non avendone ottenuto risposta, guarisce l'uomo. Solamente Marco, invece,  racconta che Gesù va nel territorio della Decapoli e cura un uomo sordo e muto. Nel dettaglio, dapprima Gesù tocca gli orecchi dell'uomo e tocca con la saliva la sua lingua e poi dice la parola "Effatà", che in aramaico significa "apriti"
 Marco racconta di un cieco incontrato a Betsaida, che Gesù guarisce mettendogli la saliva sugli occhi, e di Bartimeo, un mendicante cieco di Gerico; Giovanni invece ricorda un cieco dalla nascita che Gesù guarisce mettendogli sugli occhi dell'argilla formata con la terra su cui ha sputato
… potremmo andare avanti. Gesù guarisce e ora sta agli apostoli continuare in questo ministero.

RISUSCITATE I MORTI.
Gli evangelisti riportano anche le resurrezioni operate da Gesù: La figlia di Giairo -  capo di una sinagoga che chiede a Gesù di curare la sua figlia gravemente malata. Ma, mentre Gesù vi si sta recando, alcuni uomini vengono a dire che la figlia è morta. Gesù afferma che sta solamente dormendo e quando arriva alla casa la risuscita con la parola «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!» .
E poi il figlio della vedova a Nain , e, ancora,  Lazzaro,  amico intimo di Gesù,  morto ormai da quattro giorni quando il Maestro  gli ordina di alzarsi (cfr. Vangelo secondo Giovanni, 11,1-44)

SANATE I LEBBROSI
Singolare che si distingua dalle guarigioni. Perché la lebbra nell’antico medio e vicino oriente non era solo una malattia fisica, era uno stigma fisico e morale che si risolveva nell’esclusione  e nel disprezzo. E Gesù sana i lebbrosi, li avvicina, li ama.

CACCIATE I DEMÒNI.
Chi sono i demòni? Diavoli che si impossessano di noi? Forze negative che ci condizionano? Il male diffuso che genera sofferenze, depressione, malessere?
Sappiamo che nella storia della cristianità tutte queste ipotesi sono state accolte e adottate. Un dibattito appassionato, lacerante … che certo non risolveremo oggi.
Resta il fatto che gli apostoli e le apostole hanno anche questo compito.
Quelli e quelle di  ieri e quelli ed quelle di oggi. Vale a dire noi stessi. Noi, qui, oggi.
Questa è una domenica particolare in cui ricordiamo la Riforma protestante. Un processo teologico, storico e spirituale che è stato tante cose e – tra queste – anche un grande movimento apostolico e missionario.
Insieme a noi oggi celebrano i 501 anni della Riforma in Kenya e in Sudafrica, nelle Filippine e in Equador. In Corea e in Cina.
Chiese nate dalla missione di apostoli del XIX e del XX secolo che sono partiti dall’Europa e dagli Stati Uniti con lo stesso mandato che Gesù affidò ai 12: Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni.
E qualcosa è accaduto. Il baricentro numerico del protestantesimo è stato a lungo in Europa, poi si è spostato verso le Americhe, oggi viaggia verso l’Africa. Se all’inizio del secolo scorso il protestante tipo era un tedesco o un americano di ceto medio, oggi è una donna del Ghana o della Nigeria. La nostra generazione è testimone di un cambiamento epocale nella composizione sia della comunità protestante che dell’ecumene cristiana. Quello che stiamo vivendo nell’incontro con fratelli e sorelle arrivati dagli estremi confini del mondo non  è solo il frutto dell’immigrazione. Prima che dell’immigrazione è il frutto dell’evangelizzazione, della missione apostolica degli anni e dei secoli scorsi.

Il culto di oggi è particolarmente gioioso perché raccoglie sorelle e fratelli di diverse chiese italiane – italiani da sempre, nuovi italiani, quasi italiani… usate la definizione che preferite – impegnate in quel percorso che solitamente definiamo ESSERE CHIESA INSIEME.
Vuol dire che con queste sorelle e questi fratelli stiamo lavorando da anni per costruire una chiesa una, una chiesa nella quale non c’è giudeo né greco, né italiano né immigrato, né cittadino né irregolare, né clandestino né dublinato perché TUTTI SIAMO UNO IN CRISTO.
Sappiamo che non è un percorso facile ma ci stiamo provando. E la ragione per cui siamo qui oggi è che stiamo cercando di darci gli strumenti per costruire chiese autenticamente e gioiosamente interculturali. Per questo discutiamo di inni, di liturgie, di teologie, nel tentativo di ESSERE CHIESA INSIEME.
E’ una grande avventura della fede.
Ma il brano di oggi si spinge in avanti. Ci dice che i nostri sforzi per essere chiese accoglienti, comunità cristiane nelle quali italiani ed immigrati possano edificare la loro casa spirituale, non è sufficiente.
Il mandato di Gesù agli apostoli non è “siate interculturali”. Quello era in qualche modo un presupposto perché in questa strana dozzina di discepoli prima ed apostoli dopo c’era di tutto quanto a provenienza culturale, sociale e religiosa ….
L’insegnamento di Gesù che trasforma questi discepoli in apostoli non è finalizzato alla convivenza ma alla MISSIONE.
E così, il nostro ESSERE CHIESA INSIEME deve essere una proposta di missione. E la missione  che Gesù ci affida resta la stessa. “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni”.
“Mission impossible,” ci viene da dire. “Non sta a noi. Per i miracoli non ci siamo ancora attrezzati”. Onestamente credo che non ci stiamo neanche preparando.
E allora? Come interpretare un mandato così al di sopra delle nostre capacità e delle nostre possibilità? Non sappiamo se neanche gli apostoli riuscirono ad adempiere a quel mandato, figuriamoci noi.
“Passiamo ad altro”,  questa è la tentazione. Ma appunto è una tentazione alla quale possiamo reagire cercando una interpretazione. Che cosa ci vuole dire Gesù indicando la malattia, la morte la lebbra, il Male, quello con la M maiuscola? Ci vuole dire che la missione cristiana non si compie in isole di felicità,  serenità e prosperità.
La missione cristiana non è un servizio in un resort di spiritualità, in una spa biblica ma un impegno che ci chiama dove c’è dolore, sofferenza morte. E’ lì che il Signore si aspetta di trovarci.
Ed è lì che dovremo farci trovare insieme, italiani, stranieri, immigrati… al lavoro, operosi nel servizio.
Se lo sapremo fare saremo davvero CHIESA INSIEME. Se lo sapremo fare, 501 anni dopo la Riforma,  saremo davvero una CHIESA RIFORMATA dall’azione dello Spirito che ci rinnova ogni giorno.
AMEN

Predicazione di Paolo Naso nella Chiesa evangelica battista di Firenze, domenica 28 ottobre 2018, festa della Riforma

 

Domenica delle distese celesti

 

Letture:
Osea 10:12
Seminate secondo giustizia e farete una raccolta di misericordia;
dissodatevi un campo nuovo,
poiché è tempo di cercare il SIGNORE,
finché egli non venga, e non spanda su di voi la pioggia della giustizia
”.

Ezechiele 18:30-32

Perciò, io vi giudicherò ciascuno secondo le sue vie, casa d'Israele», dice il Signore, DIO. «Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni e non avrete più occasione di caduta nell'iniquità! 31 Gettate via da voi tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d'Israele? 32 Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore», dice il Signore, DIO. «Convertitevi dunque, e vivete!»

Galati 6:7-9

Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà. 8 Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna. 9 Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo”.

C’è un momento nella storia biblica in cui il destino del popolo non è più solo collettivo ma diventa individuale. È quando il giudizio di Dio comincia a considerare in modo attento l’operato e la responsabilità di ognuno e ognuna, e a indicare la responsabilità individuale come un percorso fondamentale.
Certo, sin dall’inizio, Dio si era rivolto a dei singoli, dalla domanda posta a Caino perché resista alla tentazione del male, alla vocazione di Abramo, chiamato e prezioso nel mezzo di un popolo pagano. Ma proprio Abramo era poi diventato un popolo, e il suo discendente Giacobbe era stato chiamato Israele. Un nome collettivo che indicava il cammino di tutto il popolo davanti a Dio, con le sue cadute e i suoi risultati positivi.
A volte persino nel NT, nelle parabole di Gesù tramandate tradizionalmente,  le persone sono semplicemente indicatori di un cammino collettivo, membri di un gruppo di cui diventano il simbolo: i samaritani, la vedova, l’orfano, i farisei, ecc … Solo nell’incontro reale di Gesù con le persone c’è attenzione profonda alla persona che sta di fronte, a quella donna o quell’uomo che ha il suo percorso particolare di vita.
Ma questa svolta, che restituisce a ognuno e ognuna la sua soggettività morale, era già avvenuta al tempo dei profeti, quando l’esigenza più importante era quella della conversione dei cuori. E per la conversione non può bastare un movimento collettivo; è essenziale che le singole persone siano disponibili a mettersi in gioco.
Ne parliamo in questa giornata dedicata alle distese celesti nel “tempo del creato” perché quasi sembra che il cielo sia materia, su cui il nostro agire individuale non può lasciare tracce. È invece importante ricordare che sono proprio i modi in cui ognuno e ognuna si comporta che trasformano la realtà e incidono su di essa.
La narrazione usata dal profeta Osea e dall’apostolo Paolo riguarda la semina e il raccolto. Ciò che noi facciamo qui e ora incide sul futuro dei nostri discendenti, e poco conta che siano nostri nipoti o nipoti di qualche sconosciuto che abita altre nazioni. La conseguenza delle nostre azione restituisce vita, aria pulita e acqua potabile a chi viene dopo di noi, o può essere tremendamente portatrice di morte.
Al tempo stesso, la grazia di Dio è più grande dei nostri cuori, è anche più grande della logica causa-effetto che a noi sembra essere l’unica possibile in questo mondo. Invece ce lo insegna anche la scienza moderna che nulla è così in bianco e nero che persino la matematica passa per linee curve, fluttuazioni ed errori, e che c’è un mistero più grande di ogni nostro algoritmo nel funzionamento del mondo. Quanto questo è vero delle immense distese dei cieli!
Ce lo insegna, in modo speciale, Dietrich Bonhoeffer quando parla del Dio tappabuchi, quello che usiamo per spiegare l’inspiegabile dell’universo, cosicché ogni mistero che viene spiegato dalla scienza erode un pochino lo spazio di Dio e lo spinge sempre più in là, fuori dalla nostra comprensione del mondo. Usiamo Dio in questo modo anche per giustificare le nostre prese di posizione morali, la nostra ricerca di stare dalla parte giusta. Solo che Dio, ci dice Dietrich Bonhoeffer, come la Bibbia, non si lascia usare da noi, né per spiegare il mondo né per legittimare il nostro avere ragione.
Bonhoeffer ci invita ad andare nel mondo senza rete di protezione, “come se Dio non ci fosse”, dice lui. L’umano, solo l’umano – o a dire meglio “il vivente” - è la misura del nostro agire e della nostra responsabilità morale. E questo non fa che aumentare il peso e la lungimiranza della nostra azione morale.
Ogni azione inconsapevole o distratta ci porta verso la distruzione del mondo, dato che viviamo in una parte di mondo in cui viene spontaneo usufruire di tutte le comodità che ci sono messe a disposizione dallo sfruttamento di energie fossili.
Ogni uso insensato o superficiale dell’acqua abbondante che scorre nelle nostre case o della luce elettrica prodotta da centrali nucleari d’Oltr’Alpe, contribuisce a erodere il futuro di figli e figlie, di nipoti che mai conosceremo, di animali e piante delle future generazioni su questo pianeta che è la terra.
Quando il salmista vuole parlare della grandiosità dell’azione di Dio si riferisce ai cieli immensi, casa di un divino di cui non si può immaginare una collocazione, per questo come diffuso nelle distese celesti e anche oltre, perché queste pure sono al suo servizio.
Ma quando i profeti vogliono parlare della grandiosità di Dio, da cui noi dipendiamo per la nostra stessa esistenza, parlano di quella cosa misteriosa e stupefacente che è la sua grazia, la sua volontà di perdonare e ricominciare ancora una volta da capo.
E non è questo il messaggio principale del vangelo di Gesù Cristo?
Così, insieme all’invito alla conversione e alla consapevolezza individuale, al richiamo che il mondo è uno, interdipendente e limitato: questo ci è dato e su questo dobbiamo agire come se non ci fosse trascendenza o salvezza fuori dal pianeta. Insieme a questo invito fondamentale alla responsabilità ci viene annunciato che Dio non ci abbandona, ricomincia da capo ancora una volta con noi, e ci invita a fare lo stesso, per noi e per gli altri e le altre, sentendoci parte di un popolo intero di credenti che cammina danzando e a volte cadendo, perché è fatto di tante singole persone chiamate alla fede.
Dio benedice la semina e la mietitura, e ci accompagna con il suo Spirito per trasformare il nostro mal fare in bene.
“Non ci scoraggiamo di fare il bene”; Dio stesso ci accompagna con la sua grazia infinita e sconvolgente.

Predicazione di Letizia Tomassone, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 16 settembre 2018

 

 

Domenica delle creature umane

 

Letture
Esodo 23,1-13
«Non spargere voci calunniose e non favorire l’empio attestando il falso. 
Non andare dietro alla folla per fare il male e non deporre in giudizio schierandoti dalla parte della maggioranza per pervertire la giustizia. 
Così pure non favorire il povero nel suo processo. 
Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, non mancare di ricondurglielo. 

Se vedi l’asino di colui che ti odia caduto a terra sotto il carico, guardati bene dall’abbandonarlo, ma aiuta il suo padrone a scaricarlo. 
Non violare il diritto del povero nel suo processo. 
Rifuggi da ogni parola bugiarda; e non far morire l’innocente e il giusto; perché io non assolverò il malvagio. 
Non accettare nessun regalo; perché il regalo acceca quelli che ci vedono, e corrompe le parole dei giusti. 
Non opprimere lo straniero; voi conoscete lo stato d’animo dello straniero, poiché siete stati stranieri nel paese d’Egitto.
«Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai i frutti; ma il settimo anno la lascerai riposare, incolta; i poveri del tuo popolo ne godranno, e le bestie della campagna mangeranno quel che rimarrà. Lo stesso farai della tua vigna e dei tuoi ulivi. 
Per sei giorni farai il tuo lavoro; ma il settimo giorno ti riposerai, perché il tuo bue e il tuo asino possano riposarsi e il figlio della tua serva e lo straniero possano riprendere fiato. 
Farete attenzione a tutte le cose che io vi ho dette, e non pronuncerete il nome di dei stranieri: non lo si oda uscire dalla vostra bocca»”. 

Genesi 2,7-8, 15,19
Dio il Signore formò l’uomo2 dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. 
Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. […]
Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 
Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 
ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai»
Poi Dio il Signore disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 
Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato”. 

Marco 10,42-45
Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse.  Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore;  e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti»”.
Lasciamo risuonare fra di noi la radicalità della parola di Dio, che spinge verso il diritto e l’attenzione all’altro.
Gesù in persona definisce se stesso come servo, ponendosi dal lato di chi si prende cura. Questo è lo spazio dell’essere umano nel mondo, sin dall’inizio.
Dio pone questa sua creatura terrestre nel giardino perché lo lavori e lo custodisca. Lavorarlo implica già la creatività e la curiosità umana, l’inizio della scienza che studia come le piante si riproducono e separa quelle commestibili da quelle velenose.
Ponendo l’essere umano nel giardino, che è il mondo, il Creatore insinua nell’animo umano quell’immaginazione che lo porterà a esplorare lo spazio, a costruire macchine, a concepire la giustizia, a formulare leggi.
Anche gli animali sono portati all’essere umano perché li nomini e li conosca. Non c’è una scienza infusa dall’alto nell’umanità, ma una conoscenza che si fa scienza attraverso le relazioni.
Per questo, il rapporto tra umanità e animali non è secondario e non può essere solo utilitaristico.
Nel tempo della crisi climatica gli animali soffrono, per la siccità e la scomparsa degli ambienti naturali, più degli esseri umani. Soprattutto per il fatto di esserne inconsapevoli.
Che gli animali possano fare le spese delle guerre tra gli uomini è ben chiaro anche al legislatore ebreo – tradizionalmente Mosè – che indica al popolo i criteri di comportamento e le linee guida per la nuova società, che sono chiamati a formare. Sono parole ancora esplicite e importanti anche per noi.
L’animale va soccorso anche se è proprietà del tuo nemico, anche se è sabato – dirà Gesù.
La misericordia va esercitata verso ogni essere vivente in stato di sofferenza. E ben prima che in Occidente i filosofi si chiedessero se gli animali soffrano, la Bibbia li riconosceva già come soggetti degni di attenzione e di amore.
Anche il bue e l’asino, animali da lavoro, hanno diritto al giorno di riposo, che ridà fiato anche allo schiavo e allo straniero sfruttato.
Tutte queste categorie messe insieme ci mostrano come la pedagogia di Dio ha agito sull’essere umano.
Il Dio che ha portato gli animali davanti all’Adam, all’alba della creazione, ha affinato il di lui sguardo, e ora quell’Adam è capace di riconoscere il bisogno e il diritto dello straniero, della schiera degli animali.
Non farsi dominare dagli idoli che ci fanno concentrare solo su noi stessi, significa saper vedere l’altro e il suo diritto.
Durante il Sinodo, più volte il moderatore ha fatto riferimento alla campagna delle chiese evangeliche sorelle dell’Essen Nassau: “quando muore il diritto, poi muore l’uomo”. E la base del diritto è per noi certamente in questa attenzione all’altro, che parte dalla cura del giardino, dalla conoscenza del mondo animale, e dalla elaborazione della giustizia.
L’Esodo rende attenti alla corruzione nel tribunale, condanna ogni forma di privilegio e apre le maglie sociali a chi sta ai margini, al povero, a chi vive delle briciole e della spigolatura dei campi.
In questo mese, che dedichiamo tutto alla riflessione sul creato, possiamo dunque riprendere ad affinare il nostro sguardo, la nostra attenzione verso il mondo.
Perché Cristo è venuto per servire, e la dinamica messianica sta nell’ordine del dono che genera amore. L’attenzione genera giustizia, e noi ci impegniamo come comunità con questa attenzione.

Predicazione di Letizia Tomassone, chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 9 settembre 2018

 

Domenica del pianeta Terra

 

Letture:
Colossesi 1,13-23
Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. 
In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. 
Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; 
poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 
Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. 
Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 
Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza 
e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; {per mezzo di lui, dico,} tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli. 
Anche voi, che un tempo eravate estranei2 e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, 
 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 
se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore”.

Proverbi 8,22-31
«Fino a quando, ingenui, amerete l’ingenuità? Fino a quando gli schernitori prenderanno gusto a schernire e gli stolti avranno in odio la scienza? 
Volgetevi ad ascoltare la mia correzione; ecco, io farò sgorgare su di voi il mio Spirito, vi farò conoscere le mie parole. 
Poiché quando ho chiamato avete rifiutato di ascoltare, quando ho steso la mano nessuno vi ha badato,anzi, avete respinto ogni mio consiglio e della mia correzione non ne avete voluto sapere, anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando lo spavento vi piomberà addosso;  quando lo spavento vi piomberà addosso come una tempesta, quando la sventura v’investirà come un uragano e vi cadranno addosso l’afflizione e l’angoscia. 
Allora mi chiameranno, ma io non risponderò; mi cercheranno con premura ma non mi troveranno. 
Poiché hanno odiato la scienza, non hanno scelto il timore del Signore, 
non hanno voluto saperne dei miei consigli e hanno disprezzato ogni mia correzione, si pasceranno del frutto della loro condotta e saranno saziati dei loro propri consigli»”. 
 
Il pianeta è un’immagine di unità, che tiene insieme la bellezza di quanto ci circonda e la fragilità di questo corpo celeste nel vuoto del cosmo. L’emozione dei primi astronauti, che videro la Terra dall’esterno dell’atmosfera, si trasmette a noi ancora oggi quando vediamo le foto di questo pianeta blu che splende di luce ed è circondato da un alone atmosferico che, nella sua leggerezza e fragilità, permette la vita.
E’ solo quando ci avviciniamo che vediamo la vita che la abita, questa Terra: le città, con le loro luci, i corsi d’acqua e i deserti,le montagne e i ghiacciai. Ancora più da vicino scorgiamo le devastazioni umane: le isole di plastica degli oceani, le guerre che distruggono coltivazioni e luoghi abitati, i muri che dividono i popoli. Sembra che l’azione umana continui a ripetere la dinamica della Torre di Babele: unirsi per creare grandi opere, disperdersi in popoli separati.
La dinamica che l’apostolo ci propone parla di una riconciliazione, che non è uniformità, che passa, invece, attraverso la croce di Cristo e il perdono.
Paolo parla del creato e della terra come luogo della grande azione storica di Dio che riconcilia e guarisce. In questo modo tiene insieme creazione e redenzione, il Dio che offre stabilità e fondamenta al mondo e la guarigione delle sofferenze del mondo.
Gli scienziati, oggi, userebbero altre immagini, quelle macro dell’universo che si espande e quelle micro degli equilibri cellulari, delle variazioni genetiche necessarie alla vita.
Paolo ha in mente la croce di Gesù Cristo, che sta, per lui, al centro di ogni dinamica della storia e della creazione. E’ il farsi incontro di Dio, il perdono che poi diventa la base delle relazioni degli esseri umani tra di loro.
Perché, se esiste questo corpo di Cristo nel mondo, che è la Chiesa – quella universale, in cui siamo ricompresi anche noi, non “questa” o “quella” chiesa – è perché Cristo rappresenta il divino che prende corpo nel mondo. In Cristo, Dio non è solo più compreso come un creatore esterno, ma ne fa parte profondamente, è coinvolto nella bellezza e nella fragilità del pianeta e del cosmo: è parte della storia umana. Ancora di più, per mezzo di lui e della sua croce, la riconciliazione e la guarigione raggiungono le cose che sono sulla terra e quelle nei cieli, animali e rocce e ogni creatura.
Per questo, siamo invitati a celebrare oggi il pianeta e parti di esso (foreste, acque, esseri viventi) nelle domeniche che verranno. Per questo, anche la Santa Cena, che oggi vivremo insieme, assume questo carattere di ricapitolazione attorno alla croce, al corpo di Gesù donato, e all’annuncio della sua venuta in pienezza nel Regno di Dio.
Quando, infine, ogni essere sarà ricapitolato e riconciliato in Cristo, e sofferenza e morte non saranno più.
Un annuncio, che siamo chiamati a vivere nelle nostre relazioni riconciliate fin da ora, abitando il pianeta.

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica valdese di Firenze, domenica 2 settembre 2018.

 

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Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre 2018
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze