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Meditazioni

 

 

La festa del Regno

 

 

 

 

Lettura:


Giovanni 2,1-12  
“1 Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. 2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all'orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
12 Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni
”.

Abbiamo compiuto il gesto della benedizione con il battesimo di Daniel, un gesto che rende evidente la grazia di Dio che lo ha fatto nascere e accompagna e sostiene la sua esistenza.
L’acqua occupa uno spazio importante nel racconto di Giovanni, è un simbolo forte della nuova nascita in Cristo e della presenza dello Spirito Santo in noi.
L’acqua scaturisce dal credente come una fonte di vita nell’incontro con Gesù e fa da fulcro a diversi incontri, come quello tra Gesù e Nicodemo e quello con la donna samaritana. Nel nostro racconto l’acqua diventa vino a dare un segno forte di festa, di gratuità, di abbondanza. L’acqua del battesimo, che si spande attraverso lo Spirito, scaturisce senza limiti e porta gioia nella vita del credente, lo spinge a vivere la festa del regno di Dio in comunione con gli altri.
Il battesimo infatti inserisce nella comunità e, come nella festa di nozze di Cana, Gesù agisce in noi e fra noi per creare e ricostruire quei legami comunitari basati sulla fiducia e la relazione costruttiva.
Basta pensare al commento furbesco del maestro di tavola, abituato a diffidare del vino servito alle feste, vino scadente ed economico. Ecco che invece Gesù alza la qualità dell’offerta e porta doni che vanno apprezzati vivendo con fiducia le relazioni e la comunità. Proprio questo commento ci mostra la distanza abissale tra la logica umana usuale, che cerca ogni mezzo per approfittare dell’altro, e la logica dell’amore di Dio che invece investe per primo, e rischia per primo nella relazione con i suoi doni.
A differenza di quanto accade nelle parabole, dove chi convoca la festa o prepara il banchetto è Dio, qui Gesù è invitato a una festa, in cui neppure si conosce il nome degli sposi, forse amici, vicini o famigliari alla lontana. Gesù accetta un invito normale, che arriva nel corso della vita, ma, avendo appena iniziato il suo cammino profetico, viene alla festa con i dodici apostoli. Da un lato quindi Gesù si mescola alla vita di tutti i giorni, e non ha alcuna riserva a partecipare a un banchetto in cui si celebra l’amore tra due persone, in cui si balla e si beve e si fa festa.
Gesù propone un Dio gioioso e che ama la gioia, il quale si esprime tra gli uomini e le donne, e anche l’innamoramento e la sessualità.
D’altro lato Gesù porta, con i dodici e con questo segno che richiama alla fede in lui, in mezzo alla vita di tutti i giorni la presenza di Dio. Maria, la madre, se ne accorge e invita gli inservienti a fare ciò che lui chiederà.
Il dialogo tra Gesù e sua madre è difficile e controverso, ma qui ci basterà dire che in qualche modo, come quando, da bambino, si era allontanato dalla famiglia per fermarsi nel tempio a discutere della Parola di Dio, Gesù non si fa dettare i tempi d’azione da nessuno, neppure da sua madre. Il tempo  giusto, il kairos, si trova all’incrocio delle esigenze umane e della volontà di Dio di rivelarsi. Il bisogno umano si leva verso Dio e la risposta divina viene a trasformare il mondo, ma nessun essere umano può costringere Dio a intervenire.
La libertà di Dio dalla manipolazione religiosa, è importante in tutta la Scrittura e Gesù la propone ai suoi discepoli come garanzia anche della libertà umana: è perché Dio è libero dai condizionamenti umani che non può essere corrotto o usato in favore degli uni contro gli altri. Di un tale Dio, imparziale e libero nel suo agire, vincolato solo dal suo amore profondo per l’umanità dolente, ci si può fidare.
E ci si può fidare anche in un contesto di festa come sono le nozze di Cana, dove l’assenza di vino non sarebbe stata una drammatica crisi, solo un fastidio per i numerosi ospiti. Allora, ci chiediamo, perché Gesù compie questo segno?
Fermiamoci un attimo a vedere la dinamica del segno: Gesù trasforma dell’acqua in vino. Parte da un elemento essenziale ma semplice e lo trasforma in un elemento prezioso e raro. Parte dall’acqua usata per le purificazioni rituali e la trasforma nel vino della festa del regno di Dio.
C’è qui un superamento simbolico della religione, intesa come rispetto di riti e di forme ripetute, per andare verso una comunione con Dio, che si fa piena nel partecipare alla festa del Regno. Questo primo segno che Gesù compie secondo il vangelo di Giovanni è programmatico: Gesù indica ai suoi una direzione precisa, il superamento di una religiosità esteriore e la fiducia nel Dio della gioia.
Anche noi, nel giorno del battesimo di Daniel, siamo chiamati a vivere la gioia del Regno, la comunione che prefigura ciò che saremo in comunione con il Signore e che trasforma il nostro modo di guardare al mondo: un mondo che Dio ama e chiama alla festa e alla condivisione, attraverso i suoi doni gratuiti e abbondanti, attraverso la sua presenza amorevole e attenta.
Il segno delle nozze di Cana sarà il primo di molti segni compiuti da Gesù, per trasformare i nostri cuori e far scorrere le fonti della grazia dentro e fra di noi, per creare una comunità nuova capace di accogliere tutti e tutte.
Dopo questo Gesù inizia il suo ministero e insegna la fede e la comunione ai suoi discepoli. Che anche noi possiamo essere discepoli e seguirlo ed essere edificati al suo seguito.

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica battista di Carrara, domenica 24 giugno 2018

 

 

Il Signore dice: io non ho mandato questi profeti

 

Lettura:

Geremia 23,16-29
“16> Così parla il Signore degli eserciti: «Non ascoltate le parole dei profeti che vi profetizzano; essi vi nutrono di cose vane, vi espongono le visioni del proprio cuore, e non ciò che proviene dalla bocca del Signore. 17 Dicono a quelli che mi disprezzano: “Il Signore ha detto: ‘Avrete pace’; e a tutti quelli che camminano seguendo la caparbietà del proprio cuore: ‘Nessun male vi colpirà’”.18 Infatti chi ha assistito al consiglio del Signore, chi ha visto, chi ha udito la sua parola? Chi ha prestato orecchio alla sua parola e l’ha udita? 19 Ecco, la tempesta del Signore! Il furore scoppia, la tempesta imperversa, scroscia sul capo degli empi. 20 L’ira del Signore non si placherà, finché non abbia eseguito, compiuto i disegni del suo cuore; negli ultimi giorni lo capirete appieno. 21 Io non ho mandato quei profeti, ed essi corrono; io non ho parlato a loro, ed essi profetizzano. 22 Se avessero assistito al mio consiglio, avrebbero fatto udire le mie parole al mio popolo; li avrebbero distolti dalla loro cattiva via e dalla malvagità delle loro azioni. 23 Sono io soltanto un Dio da vicino», dice il Signore, «e non un Dio da lontano? 24 Potrebbe uno nascondersi in luogo occulto in modo che io non lo veda?», dice il Signore. «Io non riempio forse il cielo e la terra?», dice il Signore. 25 «Io ho udito ciò che dicono i profeti che profetizzano menzogne nel mio nome, dicendo: “Ho avuto un sogno! ho avuto un sogno!” 26 Fino a quando durerà questo? Hanno essi in mente, questi profeti che profetizzano menzogne, questi profeti dell’inganno del loro cuore, 27< pensano forse di far dimenticare il mio nome al mio popolo con i loro sogni che si raccontano l’un l’altro, come i loro padri dimenticarono il mio nome per Baal? 28 Il profeta che ha avuto un sogno racconti il sogno; colui che ha udito la mia parola riferisca la mia parola fedelmente. Che ha da fare la paglia con il frumento?», dice il Signore. 29 «La mia parola non è forse come un fuoco», dice il Signore, «e come un martello che spezza il sasso? […]»” 

Sono tempi duri, sorelle e fratelli, dice il profeta Geremia. Il popolo è frastornato, insegue chi fa facili promesse  e chi profetizza pace quando essa non è all’orizzonte. Nessun male vi colpirà, dicono i falsi profeti.
Ma il Signore non ha detto questo e i profeti, per loro tornaconto, lo hanno inventato. L’ira del Signore è sopra di loro, li colpirà, dice il profeta Geremia.
Sì, il popolo è frastornato e non sa a chi rivolgersi, la gente ha perso i punti di riferimento ed è confusa, e questi falsi profeti, invece di distogliere il popolo dalla sua cattiveria e dalla sua malvagità, dalla miopia e dall’egoismo, e seguire la parola del Signore, lo rassicurano con false promesse.
Tutti sono circondati da falsi profeti e dimenticano il nome di Dio per inseguire Baal.
Per quanto tempo durerà tutto questo?
Dice il Signore: io solo sono un Dio vicino, non ci si può nascondere da me, io solo posso riempire la terra e il cielo.
La mia parola non è paglia, è frumento. Profeti e popolo, nutritevi della mia parola.
Dall’epoca del primo profeta, il messaggio è sempre lo stesso: “popolo cambiate, buttate via i vostri egoismi e le vostre malvagità e ascoltatemi, io vi sarò sempre vicino. Nella tempesta, nell’angoscia, nel dolore, nella stanchezza, io vi sarò sempre vicino, seguitemi”.
Geremia ha detto questo da più di duemila anni, ma quelle parole sembrano tanto attuali, troppo attuali.
Ci farebbe piacere che non lo fossero, ma ciclicamente la tempesta arriva, e le onde del mare portano sulla spiaggia il peggio del peggio, detriti di una umanità corrotta, macerie di un passato di dolore, di un presente di angoscia e di rancore. Pezzi di vele strappate dal vento come brandelli di bandiere che ci sono state care. Galleggiano putrefatti oggetti di un passato che sembrava sotterrato per sempre. Simboli di morte, ossa slavate dal mare. Simboli di odio per il prossimo, odio razziale.
Il peggio dell’umanità riaffiora, crudele.
Su questa spiaggia, sotto un cielo plumbeo, dove non si scorge un raggio di sole, stiamo camminando. La morchia sta sporcando tutto, anche i nostri buoni sentimenti, mentre l’unica nostra preoccupazione è quella di pensare solo a noi stessi, cosa ci importa degli altri?  In questo mare di tempesta c’è solo un grido: “si salvi chi può”, gli altri affoghino, armati siamo disponibili a tutto pur di mettere a riparo la nostra vita.
Ma, direte, non è solo colpa nostra, non ci sono più ormeggi tranquilli per la nostra coscienza.
I profeti adesso non sono quelli di un tempo, ci hanno raccontato che tutto andava bene, siamo stati illusi che tutto andava bene.
Dare la colpa agli altri è facile, ma non ci è stata data la responsabilità e la coscienza per distinguere il bene dal male? Non ci è stata insegnata fin da piccoli che intorno a noi vi è sempre la presenza di un Dio amorevole che ci può sostenere e aiutare? Non ci è stato insegnato che riconoscere negli altri i propri fratelli e sorelle ci rende più forti nella tempesta? Non ci è stato insegnato che l’amore, la giustizia, la comprensione sono le uniche vele che resistono ai venti della morte?
Recuperiamo gli insegnamenti del Signore, rispolveriamo quello che tendiamo a sotterrare, raccontiamo che una speranza per noi e per l’intera umanità c’è ed è a portata di mano, condividiamo con gli altri questa speranza, è il nostro compito, il nostro Signore ce lo ha affidato.
In questa barca, anzi, in questo barcone dell’umanità che cerca di salvarsi dal mare in tempesta c’è posto per tutti; donne, bambini e vecchi non verranno buttati a mare, c’è posto per tutti, ricordiamoci che la poca vela che ci è rimasta viene spinta da un vento particolare fuori dalla tempesta; questo vento, che in ebraico si chiama ruah, in italiano Spirito Santo, ci è stato dato dal nostro Signore Gesù.
Amen, che vuol dire: Così è e così sarà.

Predicazione di David Buttitta, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 3 giugno 2018

 

 

Praticate l’ospitalità


Letture:
Genesi 18,1-14


“Il Signore apparve ad Abraamo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della sua tenda nell’ora più calda del giorno. 
 Abraamo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano davanti a lui. Come li ebbe visti, corse loro incontro dall’ingresso della tenda, si prostrò fino a terra e disse: 
«Ti prego, mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo!
Lasciate che si porti un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e riposatevi sotto quest’albero. 
Io andrò a prendere del pane e vi ristorerete; poi continuerete il vostro cammino; poiché è per questo che siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 
Allora Abraamo andò in fretta nella tenda da Sara e le disse: «Prendi subito tre misure di fior di farina, impastala e fa’ delle focacce». 
Poi Abraamo corse alla mandria, prese un vitello tenero e buono e lo diede a un suo servo, il quale si affrettò a prepararlo. 
Prese del burro, del latte e il vitello che era stato preparato, e li pose davanti a loro. Egli se ne stette in piedi presso di loro, sotto l’albero, e quelli mangiarono. 
Poi essi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?» Ed egli rispose: «È là nella tenda». 
E l’altro: «Tornerò certamente da te fra un anno; allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Sara intanto stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, che era dietro di lui. 
Abraamo e Sara erano vecchi, ben avanti negli anni, e Sara non aveva più i corsi ordinari delle donne. 
Sara rise dentro di sé, dicendo: «Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio!» 
Il Signore disse ad Abraamo: «Perché mai ha riso Sara, dicendo: “Partorirei io per davvero, vecchia come sono?” 
Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio»”.

 

Ebrei 13,2
Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato angeli”. 

 

Dal forte desiderio di incontro e di accoglienza fino alla paura che tutto il mondo a cui si è abituati ci crolli addosso: questo antico racconto descrive una gamma di sentimenti diversi di chi sta di fronte a Dio.
Una descrizione del credente, in cui possiamo forse sentir riecheggiare qualcosa di noi, e del vostro cammino di fede, Lorenzo e Valentina.
Prima di tutto l’incontro: non solo Abramo era pronto ad accogliere, ma era curioso di farlo, aveva già fatto spazio nella sua vita per questo incontro. Non che lui sapesse che avrebbe incontrato Dio in questi tre stranieri, ma la sua generosità e apertura all’altro lo mettono in condizione di vivere un incontro rivelazione.
La prima parte del racconto è veloce e dinamica; Abramo si mette in movimento per accogliere e coinvolgere Sara e quanti lavorano con lui. Qui Abramo è un attivo soggetto centrale che fa muovere anche altri. La sua curiosità e le sue capacità sono fondamentali per aprire la via alla promessa che lo raggiunge. Una promessa, che né lui né Sara si aspettano, e che rivoluziona il loro mondo.
Quando devono ricevere la parola, i due fanno resistenza e dubitano. Sara e Abramo non sono proposti qui come modelli di fede, ma come modelli di incredulità. La promessa potente di Dio trascende di gran lunga la loro capacità di accoglierla.
Infatti, la fede non è un atto ragionevole, e Abramo e Sara, che si erano ormai abituati alla loro sterilità, rassegnati quietamente al presente,trovano assurda la promessa di Dio.
Se pensiamo che proprio Abramo e Sara sono i primi chiamati, i primi credenti, che partono senza sapere dove vanno, fidando nel Dio della volta celeste, questo momento di incredulità ci mostra quanto siano umani.
Come noi si adattano a una cosiddetta normalità, come noi rinunciano a qualche sogno per guadagnare tranquillità.
Ma Dio domanda: “C’è forse qualcosa che sia troppo difficile per Dio?”.
Questa è la domanda, sulla quale si impernia tutto l’incontro.
Una domanda che chiede una risposta, il mettere al centro della propria vita Dio e affidarsi all’opera grande della sua promessa.
Una promessa che segna una discontinuità col passato, che travolge ogni buon senso, che sovverte i valori dati. Molto dipende dal modo in cui Abramo e Sara, noi, e voi due, Valentina e Lorenzo, sappiamo rispondere. Ma va anche al di là della nostra risposta.
Perché Sara ride – e secondo i midrash anche Abramo aveva nascosto il suo riso di fronte alla rinnovata promessa di Dio –, ma la promessa si realizza ugualmente.
Sara ride, perché è una donna pratica, perché ci si abitua allo scomodo e ingiusto ordine del mondo, perché la promessa di Dio di una vita di pienezza sembra impossibile.
Di questo riso ha poi paura, ma Dio non è un giudice vendicatore, e vuole spingere sul tasto della speranza.
La promessa va al di là delle nostre aspettative, e trasforma il mondo in cui viviamo. Non significa che Abramo e Sara non avranno più da confrontarsi con la lotta e il dolore. Proprio il figlio della promessa, Isacco, sarà passato al vaglio della prova. Ma la promessa porta i suoi frutti nella loro vita e compie un lungo percorso arrivando fino a noi.
Abramo e Sara, dunque, ci offrono due motivi di riflessione: da un lato sono aperti all’incontro, attivi nell’accogliere, generosi e curiosi.
La prima virtù della fede è cercare senza stancarsi e fare spazio al Dio che viene nella nostra vita.
Dall’altro lato, sono autentici, di fonte a se stessi, prima che di fronte ai visitatori, ridono, dubitano, hanno pensieri autonomi, non si comportano come marionette etero-dirette.
Il confronto con la voce di Dio li rende consapevoli di ciò che vivono e della loro mancanza di fede e del loro entusiasmo, del loro scetticismo o della loro grande generosità.
La parola di Dio non è, in primo luogo, una promessa rassicurante, è uno specchio dei nostri sentimenti e atteggiamenti, Per questo è un potente agente di trasformazione e di conversione.
Conservate, Valentina e Lorenzo, la freschezza e genuinità della vostra fede. Dio non è un giudice severo, ma un compagno di strada che ci rimanda a noi stessi e ci aiuta a maturare nella promessa.
In ogni caso, la sua promessa è gratuita, non dipende neppure dalla nostra prontezza nell’accettarla. E ci sorprende gioiosamente con la sua presenza quando meno ce lo aspettiamo: “Praticate l’ospitalità. Alcuni, senza saperlo, hanno ospitato angeli”.

 

Predicazione di Letizia Tomassone, Domenica 20 maggio 2018 Pentecoste, Chiesa evangelica valdese,

 

 

L'eredità di Martin Luther King

 

Lettura:

Matteo 21,1-17

 

“Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, 

 dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; subito troverete un’asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. 

Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». 

Questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: 

«Dite alla figlia di Sion: “Ecco, il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina, sopra un asinello, puledro d’asina”». 

I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato;

condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere.  La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via.  Le folle che lo precedevano e quelle che seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!» Quando fu entrato in Gerusalemme, tutta la città fu scossa, e si diceva: «Chi è costui?» 

E le folle dicevano: «Questi è Gesù, il profeta che viene da Nazaret di Galilea».

Gesù entrò nel tempio e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi.

E disse loro: «È scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”, ma voi ne fate un covo di ladri». 

Allora vennero a lui, nel tempio, dei ciechi e degli zoppi, ed egli li guarì. 

Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedute le meraviglie che aveva fatte e i bambini che gridavano nel tempio: «Osanna al Figlio di Davide!», ne furono indignati e gli dissero: «Odi tu quello che dicono costoro?» Gesù disse loro: «Sì. Non avete mai letto: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode”?» 
E, lasciatili, se ne andò fuori dalla città, a Betania, dove passò la notte”.

 

 

A 50 anni dall’assassinio di Martin Luther King le chiese sono spinte a rivisitare la sua eredità e a capire se i frutti del suo impegno di pastore e predicatore si vedano dentro le chiese e dentro la società.

E’ lui stesso che scrive dal carcere di Birmingham alle chiese bianche per interrogarle sulla loro coerenza con il vangelo, con la scelta radicale dell’amore.
Lasciamo che quelle parole interroghino anche noi, come se fossimo di fronte a Gesù nel Tempio, che rovescia i tavoli e non lascia che le cose scorrano come si è abituati a vederle.

Egli scrive:

La superficiale comprensione da parte della gente di buona volontà è più frustrante dell’assoluta incomprensione della gente di cattiva volontà. La tiepida approvazione è ben più ingombrante del netto rifiuto.// Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l’ordine esistono allo scopo di stabilire la giustizia, e che quando non riescono a farlo diventano delle dighe pericolose che arrestano il flusso del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che l’attuale tensione nel sud è semplicemente una fase necessaria della transizione da una disgustosa pace negativa, dove il nero accettava passivamente la sua ingiusta situazione, a una sostanziosa pace positiva, dove tutti gli uomini avrebbero rispettato la dignità e il valore della persona umana. In realtà, noi che ci impegniamo nell’azione diretta nonviolenta non siamo gli artefici della tensione. Noi non facciamo che portare in supericie la tensione nascosta già esistente; la portiamo all’aperto dove può essere osservata e affrontata. Come una piaga non può essere curata finché resta coperta, ma deve essere esposta con il suo pus alle medicine naturali e all’aria e della luce, così l’ingiustizia deve essere esposta, con tutta la tensione che questo crea, alla luce della coscienza umana e all’aria dell’opinione pubblica per essere curata”.

E poi ancora:

Questa generazione dovrà pentirsi non soltanto delle parole e delle azioni velenose dei cattivi, ma anche dello spaventoso silenzio dei buoni. Bisogna arrivare a vedere che il progresso umano non avanza sulle ruote dell’inevitabile, ma che arriva grazie all’impegno instancabile e al lavoro incessante degli uomini che si fanno collaboratori di Dio: senza questo duro lavoro il tempo diviene un alleato delle forze del ristagno sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, tenendo presente che è sempre il momento per fare ciò che è giusto. Ora il tempo è venuto per realizzare la promessa della democrazia e trasformare la nostra elegia nazionale in un salmo creatore di fratellanza. Ora è il momento di elevare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della dignità umana”.

 

Mi domando oggi se la nostra predicazione sappia portare in luce le tensioni razziste nascoste dietro al nostro ben pensare. Grandi cambiamenti si sono verificati nella nostra società grazie alla presenza di nuovi cittadini dalla pelle scura. Ma abbiamo gli anticorpi e le risorse per cambiare i nostri sguardi, le nostre vite, le nostre chiese, aprendoci a questa umanità più grande?

Nel momento in cui tutta la campagna elettorale permanente gira intorno allo slogan “prima gli italiani”, e anche il sindaco di Firenze lo fa in riferimento alle case popolari, dove sono le chiese – e soprattutto, cosa pensano?

Sono ritratte in difesa di se stesse, delegando alla diaconia il compito di portare il testimone di un presidio contro il razzismo, oppure riescono a essere per le strade e nelle piazze, come Gesù, che a Gerusalemme non teme di opporsi ai capi sacerdoti, e si schiera. Gesù si schiera dalla parte dei ciechi, degli zoppi, e persino i bambini vedono in questo l’azione del Dio della pace.

Ascoltiamo ancora Martin Luther King:

Ho sentito molti leader religiosi del sud richiamare i loro fedeli ad aderire alle decisioni anti-segregazioniste in quanto sancite dalla legge, ma avrei preferito di gran lunga sentir dire ai ministri bianchi di seguire questo decreto, perché l’integrazione è moralmente giusta e perché ogni nero è un fratello. In mezzo a flagranti ingiustizie inflitte ai neri, ho visto le chiese bianche restarsene in disparte declamando soltanto pii luoghi comuni e ipocrite futilità. Nel mezzo di una lotta poderosa per liberare la nostra nazione dall’ingiustizia razziale ed economica, ho sentito tanti pastori affermare: «Quelli sono problemi sociali, con i quali il vangelo non ha nulla a che fare», e ho visto tante chiese dedicarsi a una religione interamente dell’altro mondo che faceva una curiosa distinzione fra corpo e anima, tra sacro e profano”.

E poi racconta che, guardando le belle chiese del Sud, la grandiosità degli edifici, si chiede:

Chi prega qui? Chi è il loro Dio? Dove erano le loro voci quando le labbra del Governatore Barnett sputavano parole di intervento e annientamento? Dove erano quando il Governatore Wallace suonava la tromba della provocazione e dell’odio? Dove erano le loro voci quando uomini e donne neri, sfiniti, oppressi e avviliti, decisero di levarsi dalle oscure prigioni sotterranee dell’accondiscendenza alle luminose altezze della protesta creativa?”.

Il nostro Signore è mansueto ed entra nella città come un messia. La sua presenza porta guarigione e speranza a chi sta ai margini, inquietudine e sconcerto a chi si nutre del potere che separa e discrimina. Il messia è un profeta che deve incontrare molte opposizioni nel suo stesso popolo. Ma anche il profeta è un messia che porta con sé il compimento delle promesse di Dio.

Che siano i bambini e i giovani a riconoscere ed acclamare Gesù ci rimanda all’importanza dello sguardo giovane, più libero, che è capace di mettere al centro Gesù e non il tempio, Gesù e non la chiesa, Gesù che rovescia i tavoli e non l’ordine che addormenta le coscienze.

Così conclude Martin Luther King, e noi con lui:

Spero che questa lettera vi trovi forti nella fede. Spero anche che le circostanze mi renderanno presto possibile incontrare ciascuno di voi, non come integrazionista o leader per i diritti civili, ma come compagno nel sacerdozio e fratello cristiano. Sia lecito a noi tutti di sperare che le oscure nubi del pregiudizio razziale si diradino presto e la spessa nebbia dell’incomprensione si sollevi dalle nostre comunità impregnate di paura, e che un domani non troppo lontano le raggianti stelle dell’amore e della fratellanza brillino nel nostro Paese in tutta la loro scintillante bellezza”.

 

 

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Domenica 6 maggio 2018

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2018
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze