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Meditazioni

 

Saper attendere Dio

Amos 8:11-12
11 «Ecco, vengono i giorni», dice il Signore, Dio, «in cui io manderò la fame nel paese, non fame di pane o sete d’acqua, ma la fame e la sete di ascoltare la parola del Signore.
12 Allora, vagando da un mare all’altro, dal settentrione al levante, correranno qua e là in cerca della parola del Signore, ma non la troveranno.

Luca 2, 25-26
25 Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest'uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d'Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui;
26 e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore.

I Corinzi 10, 1-13
Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, passarono tutti attraverso il mare, 2 furono tutti battezzati nella nuvola e nel mare, per essere di Mosè; 3 mangiarono tutti lo stesso cibo spirituale, 4 bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo. 5 Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque: infatti furono abbattuti nel deserto.
6 Or queste cose avvennero per servire da esempio a noi, affinché non siamo bramosi di cose cattive, come lo furono costoro, 7 e perché non diventiate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto è scritto: «Il popolo si sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi». 8 Non fornichiamo come alcuni di loro fornicarono, e ne caddero in un giorno solo ventitremila. 9 Non tentiamo Cristo come alcuni di loro lo tentarono, e perirono morsi dai serpenti. 10 Non mormorate come alcuni di loro mormorarono, e perirono colpiti dal distruttore. 11 Ora, [tutte] queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche.


 

Care sorelle e cari fratelli,
abbiamo ascoltato delle parole dure: «correranno qua e là in cerca della parola del Signore, ma non la troveranno» dice il profeta Amos e nel passo della Lettera in cui l’apostolo Paolo ammonisce i Corinzi a un comportamento scevro da ogni tentazione e da ogni cattiva azione egli cita Esodo 32,6: «Il popolo si sedette per mangiare e bere, poi si alzò per divertirsi» per ricordare come il popolo ebraico avesse dimenticato i benefici ricevuti da Dio e abbia tradito il patto che Dio aveva fatto.
Ma abbiamo inteso anche parole di illuminazione e di speranza. L’evangelista Luca ci dice che il vecchio Simeone era un uomo giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d'Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui.  Paolo ci ricorda che Cristo è la nostra roccia spirituale dalla quale scaturisce la bevanda spirituale che ci disseta e che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche. Questa alternanza tra dubbio e speranza, tra senso di abbandono e attesa fiduciosa è una caratteristica tipica della nostra essenza di esseri umani fragili e anche se credenti viviamo questa alternanza di sensazioni e di comportamenti, in particolare quando la nostra sensibilità viene scossa, o forse sarebbe meglio dire viene risvegliata, da fatti e accadimenti che ci inducono a riflettere.

E di recente di fatti che ci hanno provocato inquietudine e sofferenza ne abbiamo avuti molti. Consentitemi di immergermi nella nostra realtà contemporanea. Sono certo che ciascuna e ciascuno di noi abbia ancora negli occhi le tragiche immagini di Genova, il ponte crollato e sotto quegli ammassi di cemento e acciaio, tuttavia così tanto vulnerabili e fragili, si sono spezzate 43 vite, in gran parte giovani, alcuni bambini e bambine, molti stavano viaggiando felici per le vacanze, altri ne stavano tornando. La loro vita si è interrotta in pochi attimi. Per le loro famiglie si è aperto un immenso vuoto e la certezza di essere state colpite di una ingiustizia perché la tragedia poteva essere evitata. Il padre di una delle vittime ha detto: mio figlio non è morto, è stato assassinato!  E come non ricordare le oltre seicento persone, private della dignità della loro casa, sradicate dal loro contesto, disorientate da un futuro incerto, specialmente per i più anziani e comunque per tutti coloro che la casa che hanno dovuto abbandonare in tutta fretta l’avevano acquistata con sacrificio, spesso attivando un lungo e oneroso mutuo.
Purtroppo questo è solo la tragedia più eclatante e vicina nel tempo, ma non ci dobbiamo dimenticare di tanti altri drammi.
Le baraccopoli dimenticate dei lavoratori al nero vittime del caporalato in Puglia, di cui abbiamo sentito parlare “solo” perché in pochi giorni ne sono morti 16 trasportati come bestie da e verso i campi per effettuare il lavori di raccolta lavorando anche 10-12 ore al giorno per tre euro.
La devastante situazione di Castel Volturno in Campania, dove secondo i reportage pubblicati da La Lettura  vivono in “un territorio di venticinquemila abitanti regolari, più venticinquemila clandestini” in gran parte provenienti dall’Africa (Ghana, Nigeria etc.), dove prostituzione e traffico di droga sono le principali attività, le giovani prostitute vivono in stato di schiavitù e i bambini piccoli, strappati alle madri,  sono oggetto di traffici sessuali e di organi.
Sono solo due esempi e guardando oltre ai nostri confini siamo sopraffatti dalla constatazione della grande capacità di compiere il male che noi esseri umani riusciamo a mettere in atto. Basti ricordare le stragi recenti nello Yemen e nel Sud Sudan, i focolai di guerra sparsi in varie parti del mondo di cui le principali vittime sono i bambini.  Come tacere poi dei molti luoghi della Terra in cui si manifestano fenomeni atmosferici violenti come incendi e inondazioni oppure siccità e carestie conseguenze dello sconvolgimento dell’equilibrio climatico?  Lo scioglimento progressivo dei ghiacci, in particolare del Polo Nord, porterà a delle conseguenze catastrofiche nei prossimi anni prima di tutto con l’inondazione di coste e isole in varie parti del modo. Ma diversi paesi stanno già traendo profitto dalla possibilità di avere a disposizione per molti mesi all’anno una nuova via di comunicazione attraverso l’Artico, grazie alla riduzione della calotta polare.
Le deforestazioni massive e le colture intensive hanno sconvolto l’habitat naturale di intere regioni del pianeta danneggiando in modo irreversibile il ciclo naturale e provocando l’estinzione di centinaia di specie animali e piante e lo sradicamento se non l’annientamento di intere popolazioni locali.


Tutto questo è sempre legato al desiderio irrefrenabile di benessere per i pochi a danno dei molti. E questo scenario catastrofico è accompagnato da un sempre più accentuato imbarbarimento, da una crescente disumanizzazione. Sempre più spesso si assiste ad una escalation di violenza che quando non è fisica è verbale. In moltissime manifestazioni e occasioni sia pubbliche che sui social network siamo in presenza di un “incattivimento” degli animi che fa perdere la lucidità nell’analizzare, la razionalità nel valutare e l’equilibrio nel giudicare. E tanto peggio quando, come sta accadendo, è proprio la cosiddetta classe dirigente dei paesi che con il proprio comportamento ed i propri discorsi alimenta questo clima di risentimento e di odio tra le persone.

D’altra parte la vicenda stessa di Gesù ci ricorda e ci insegna che questo è il tipico atteggiamento della folla, il soggetto indistinto e incontrollabile che lo seguiva di villaggio in villaggio, sul mar di Tiberiade, chiedendo segni e miracoli, che lo accoglie festante in occasione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme prima di Pasqua, ma che pochi giorni dopo non esiterà a chiederne la crocifissione, preferendo la liberazione di Barabba.

E noi credenti cosa abbiamo da dire? Per essere più preciso, siamo in grado di dire qualcosa a questo mondo sconvolto e a questa umanità al tempo stesso travagliata e sbandata? Crediamo per noi stessi e preghiamo per i nostri cari, ma siamo ancora capaci di testimoniare la nostra fede? Travolti dagli accadimenti restiamo muti come Zaccaria per non aver creduto all’azione del Signore? [«tu sarai muto, e non potrai parlare fino al giorno che queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole che si adempiranno a loro tempo» (Luca 1,20)]. Siamo capaci di trasmettere un messaggio di speranza a questo mondo così travagliato e angosciante?

Care sorelle e cari fratelli, mi rendo conto che sono domande difficili e impegnative. Nella nostra liturgia riformata abbiamo i due momenti della confessione di peccato e dell’annuncio della grazia, proprio come abbiamo fatto poco prima. Ebbene ripetendo la confessione di peccato, in tutta onestà mi sento di confessare a Dio che quanto ci circonda e accade non solo ci provoca sofferenza ma spesso ci disorienta e ci fa vacillare, tanto da farci chiedere: Dio dove sei? Dov’eri?  Perché permetti e hai permesso che tutto questo accadesse e accada? Perché non intervieni?
Sapete che il filosofo Nietzsche, vissuto nella seconda metà dell’800, aveva teorizzato la morte di Dio, ucciso da noi uomini.  Paul Tillich, teologo protestante del secolo scorso, sosteneva che «viviamo in un periodo in cui il Dio è per noi assente» e nella sua opera L'eterno presente afferma che questa assenza «è l’opera dello Spirito stesso di Dio, che Dio si sottrae alla nostra vista, non soltanto ai singoli, ma a intere epoche…E poi l’Assente può ritornare e riprendere il posto che gli appartiene e la presenza dello Spirito di Dio può di nuovo irrompere nella nostra coscienza».
Nel libro del profeta Amos abbiamo letto che il Signore manderà «la fame e la sete di ascoltare la parola del Signore» e che però «vagando da un mare all’altro, dal settentrione al levante, correranno qua e là in cerca della parola del Signore, ma non la troveranno».
E in I Samuele al capitolo 3 versetto 1 leggiamo che «La parola del Signore era rara a quei tempi, e le visioni non erano frequenti».

E’ proprio quello che accade oggi. Dio che non si palesa e sembra assente  ed un affannarsi continuo, un cercare senza sosta, spesso piaceri fuggevoli, senza valutare se questo rechi danno agli altri esseri umani e al creato,
L’apostolo Paolo ci ammonisce a non essere «bramosi di cose cattive», «non fornichiamo come alcuni di loro fornicarono». Questo termine qui va inteso estendendone il concetto: fornicare significa tradire, venire meno al patto che Dio ha stabilito con noi e rinnovato per mezzo del suo figlio Gesù Cristo morto per noi sulla croce. Dio è fedele, sempre, siamo noi che ci dimentichiamo di lui e che veniamo meno a questo patto!
E ancora dice Paolo: «non tentiamo Cristo come alcuni di loro lo tentarono, e perirono morsi dai serpenti», «non mormorate come alcuni di loro mormorarono, e perirono colpiti dal distruttore» e ci ricorda che «queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche».

Torniamo alle nostre domande, di fronte a questa situazione, presi tra i dubbi di un apparente silenzio e la speranza della Promessa che non viene meno possiamo scegliere tra tre possibilità.

La prima è quella di cercare di applicare gli insegnamenti dell’Evangelo adottando un comportamento senza compromessi ma anche senza porci troppe domande, rifugiarci nel chiuso di una comunità santa di salvati e rigenerati, separati dal mondo, che cerchi di essere una sorta di anticipo di quella che insieme a Cristo reggerà il mondo dopo il suo ritorno. Una scelta improntata alla ricerca di quella comunione personale con Dio che ci autoassolva da ogni responsabilità nel tempo presente, da cui scaturisce una chiesa che vive principalmente per sé stessa cercando di convertire gli altri non credenti, magari con stili e forme di proselitismo diverse e soprattutto aggiornate alle moderne tecnologie e ai gusti musicali alla moda. Ritengo che questo sia un modello che non si adatti alla nostra storia e che non sia compatibile con la nostra confessione di fede di valdesi e di riformati. La scelta pauperistica e di predicazione itinerante dei prima valdesi medioevali era comunque una scelta di trasformazione della società e l’isolamento fu conseguenza delle persecuzioni e dei roghi.

La seconda è di dedicarci ad un iperattivismo civile e sociale nel quale la diaconia diventa la funzione principale della chiesa che dunque è primariamente chiesa “per gli altri”. Un impegno sociale che noi valdesi ben conosciamo e che ci vede protagonisti, pur con le nostre esigue forze, nel nostro Paese e nell’Europa intera da molti anni. Ma un impegno che deve essere condotto senza perdere il saldo e attivo riferimento alle radici del nostro credo, sola fide, sola grazia, solus Christus, sola Scriptura, se non vogliamo rischiare di perdere i punti di riferimento per orientarci, per non restare sconquassati dagli accadimenti quotidiani che vanificano i nostri sforzi umani e di venir meno alla nostra missione di testimoni dell’Evangelo che non deve annacquarsi nella società secolarizzata.
Il sinodo che si apre oggi pomeriggio a Torre Pellice tratterà anche proprio del rapporto fra predicazione e diaconia il cui approfondimento è avvertito con pressante urgenza in tutte le nostre chiese. E sarà sicuramente positivo che l’argomento venga affrontato serenamente ma seriamente in tutta la sua complessità.

C’è infine una terza possibilità che è stata ben sottolineata proprio cinquanta anni fa da Vittorio Subilia che in Tempo di confessione e di rivoluzione (1968) affermava: “Se i cristiani si limitassero ad aiutare i loro compagni di umanità nello sforzo di sistemare la città terrena, non sarebbe segno che hanno dimissionato dalla loro funzione profetica? Servire il mondo è cristianamente inservibile quando non significa comunicare al mondo l'Evangelo di Dio, anche se questo inevitabilmente comporta che la croce del Golgota prenda il posto della torre di Babele.”
Subilia si chiede se i cristiani, invece di contribuire alla costruzione del mondo secondo schemi di potere più o meno innovativi non siano chiamati a “costruire la «comunità dell'Esodo» (J.Moltmann, Theologie der Hoffnung, München,1964), che vive in tende, senza sistemazioni stabili, che invita il mondo non a sistemarsi nelle sue Canaan di ieri e di domani, ma a incamminarsi verso il Regno, nell'attesa che Dio si manifesti, in una prospettiva non più limitata ai pochi che nella contraddizione e nella speranza hanno testimoniato Lui”.

Occorre dunque sforzarci di riacquistare la tensione escatologica verso il Regno di Dio, verso le cose ultime, incamminarsi verso questo Regno di Dio che verrà:

- contando sulla fedeltà di Dio al suo Patto, malgrado le nostre infedeltà, «l’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre» (Isaia 40,8);

- confidando nella promessa per mezzo della quale possiamo dare un significato anche all’apparente assenza di Dio, dice Subilia che “il silenzio stesso è Parola” perché Dio si ricorda del suo popolo in distretta, perché Dio ha sempre la possibilità di aprire una strada in mezzo al mare (Esodo 14, 15 s.).

- non cessando mai di attendere il ritorno del Signore Gesù, proprio come il vecchio Simeone «aspettava la consolazione d'Israele», compiendo ogni nostra azione con lo sguardo fisso sul suo volto e annunciando che la Parola che in Lui si è fatta carne e che è vivificata dallo Spirito non viene mai meno.


Subilia afferma che: “Quello che ci è richiesto è la cosa più difficile per l’uomo: saper attendere Dio. La vera incredulità è l’incredulità dei sicuri, dentro e fuori le Chiese, che non aspettano più. Una diaspora di aspettanti Dio è il contributo più efficace per la salvezza del mondo”.
Impariamo dunque a convivere con le nostre insicurezze nell’attesa del ritorno del Signore e dell’avvento del Regno di Dio e a rinnovare ogni giorno con trepidazione ma anche con gioia questa attesa nella certezza che lo Spirito di Dio vivifica la sua Parola solo quando e dove a Lui piace (ubi et quando visum est Deo, Confessione Augustana o di Augsburg, 1530).
Amen

Predicazione di Valdo Pasqui, Chiesa evangelica valdese di Firenze,  domenica 26 agosto 2018

 

 

 

 

Tutti e tutte siamo degni di esere chiamati figli e figlie di Dio

Letture

Ne 8:1-8

Tutto il popolo si radunò come un sol uomo sulla piazza che è davanti alla porta delle Acque, e disse a Esdra, lo scriba, che portasse il libro della legge di Mosè che il Signore aveva data a Israele. 
2 Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea, composta di uomini, di donne e di tutti quelli che erano in grado di capire. 3 Egli lesse il libro sulla piazza che è davanti alla porta delle Acque, dalla mattina presto fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano in grado di capire; e tutto il popolo tendeva l’orecchio per sentire il libro della legge. 
4 Esdra, lo scriba, stava sopra un palco di legno, che era stato fatto apposta; accanto a lui stavano, a destra, Mattitia, Sema, Anania, Uria, Chilchia e Maaseia; a sinistra, Pedaia, Misael, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullam. 5 Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava nel posto più elevato; e, appena aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. 6 Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; e s’inchinarono e si prostrarono con la faccia a terra davanti al Signore. 
7 Iesua, Bani, Serebia, Iamin, Accub, Sabbetai, Odia, Maaseia, Chelita, Azaria, Iozabad, Anan, Pelaia e gli altri Leviti spiegavano la legge al popolo, e tutti stavano in piedi al loro posto. 
8 Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano”.

 

Mc 7:5-13

I farisei e gli scribi gli domandarono: «Perché i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» 6 E Gesù disse loro: «Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com’è scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. 7 Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini».8 Avendo tralasciato il comandamento di Dio, vi attenete alla tradizione degli uomini». 9 Diceva loro ancora: «Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione! 10 Mosè infatti ha detto: “Onora tuo padre e tua madre”; e: ‘Chi maledice padre o madre sia condannato a morte’.11 Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: “Quello con cui potrei assisterti è Corbàn” (vale a dire, un’offerta a Dio), 12 non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, 13 annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte»

 

Gal 2:16-21

“[…] sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. 
17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 
18 Infatti, se riedifico quello che ho demolito4, mi dimostro trasgressore. 
19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 
20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 
21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente”.

 

Oggi vorrei iniziare il mio sermone con una confessione: mi sento molto nervoso. I versetti che oggi sono suggeriti da Un giorno, una Parola [Galati 2,16-21] sono di quelli che possono mettere a disagio un predicatore, specialmente se alle prime armi come me, per due motivi: 1) sono versetti che definiscono la nostra identità di chiesa riformata, il nostro modo di intendere il nostro rapporto con Dio, la sua grazia, il significato della vita, della morte e della resurrezione di Gesù, e sui quali secoli di tradizione teologica si sono stratificati, a partire da Giovanni Calvino e giù fino ai nostri tempi; 2) sono versetti molto chiari, ai quali aggiungere altre parole sembra quasi mettere a rischio quella chiarezza di contenuto, specialmente la nettezza dell’affermazione così inequivocabile del versetto 16.
Ma oggi mi trovo qui, su questo pulpito, ed è mio compito condividere con voi alcune riflessioni che questi versetti mi hanno suscitato. Per farlo ho ritenuto utile accostare alla lettura dei versetti della lettera ai Galati le altre due letture dalla Bibbia ebraica e dagli scritti del Nuovo Testamento che abbiamo ascoltato, per costruire un itinerario a partire da questa domanda: Qual è lo scopo della legge?
Questa è una domanda che spesso mi viene in mente, soprattutto a causa dei miei studi: molti di voi sanno che sono laureato in giurisprudenza ed una delle domande fondamentali di quella Facoltà riguarda proprio l’obiettivo che attraverso lo strumento legge si vuole raggiungere. In estrema sintesi, la legge è definita come un principio regolatore del comportamento, cioè: la legge definisce quello che deve essere il nostro comportamento, stabilendo dei doveri e dei diritti, al fine di garantire la convivenza tra simili.
Questa stessa definizione si può applicare alla Torah, quella che nei testi greci del Nuovo Testamento viene chiamata nomos? No. O meglio, non completamente.
No, perché la Torah, quelli che sono i primi cinque libri della Bibbia ebraica non ha un contenuto legalistico, non è corrispondente al nostro concetto di legge. Anzi, quasi sempre è sbagliato tradurre torah con legge, perché il primo significato di questa parola è guida o insegnamento. Un concetto non vincolante e sottomissivo come invece il termine legge farebbe pensare.
Infatti, guardiamo al suo contenuto: molta parte della Torah ha lo scopo di insegnare, a chi la ascolta o la legge, una storia, la storia della nascita del popolo di Israele e del suo rapporto con il Dio creatore e liberatore. E’ la storia di come Dio nell’immensità della sua propria creazione rivolge il suo sguardo a un popolo di stranieri, un popolo oppresso, sfruttato, messo ai margini della società, ritenuto utile solo come forza lavoro e nulla più e, a causa del suo giuramento fatto ai padri di quel popolo, decide di intervenire, di dare libertà a quel popolo.
Questa storia è raccontata con uno scopo ben preciso: ricordare la condizione di emarginazione nella quale Israele si trovava e ricordare che solo grazie all’intervento del Dio creatore la liberazione è stata possibile. Le regole più strettamente “giuridiche” che pure sono presenti nella Torah non stanno in piedi da sole, non sono isolate dal resto del racconto, ma sono strettamente intrecciate e ripetute nel corso dello sviluppo della trama narrativa perché sono presentate come la conseguenza di quella storia: una nuova società fatta da ex-schiavi, da ex-stranieri, da ex-emarginati sarà garantita dal ricordo della loro passata condizione e della liberazione e dall’osservanza di regole di giustizia, che sono traduzione nei rapporti tra esseri umani di quel comandamento d’amore dell’uomo verso Dio.
Dunque, scopo della Torah è creare da persone e da famiglie diverse una comunità e rendere chiaro il senso di appartenenza a una storia comune.
Proprio quello che succede nel libro di Neemia: al ritorno dall’esilio nel regno di Babilonia, dopo la conquista e la distruzione di Gerusalemme, il Tempio deve essere ricostruito, ma anche il popolo deve essere in qualche modo “restaurato” nella sua coscienza collettiva. L’esigenza che si avverte è quella di ristabilire la consapevolezza del perché il popolo di Israele esiste, del perché ha subito l’esilio e del perché è stato possibile il suo ritorno in patria.
L’idea è che nulla può servire meglio a questo scopo della lettura pubblica, davanti a tutto il popolo - uomini, donne e chiunque possa capire quel che viene letto -, del libro di Mosè, ovvero della storia del popolo di Israele, dalla creazione fino alla morte del profeta. Ma non una lettura formale e letterale: i lettori, ci dice il testo, leggevano in modo comprensibile, spiegavano il senso di quello che era letto, in modo che chi ascoltava capisse quello che veniva letto. Non si doveva portare a conoscenza le persone di una serie interminabile di regole formali, ma si doveva far intendere il senso della storia che era letta, si doveva - appunto - istruire gli ascoltatori affinché si sentissero accomunati da una origine comune, affinché si riconoscessero come membri di un popolo unito nel loro rapporto speciale con il Dio creatore e nel loro rapporto di esseri umani chiamati da Dio stesso all’amore e alla giustizia. E ogni singola regola legalistica, che pure è contenuta in quella storia, deve essere letta in questa prospettiva di legame con Dio e con la comunità.

Tutto bene, direte voi. Non proprio: infatti, il Vangelo di Marco ci presenta Gesù impegnato in una discussione molto accesa con gli scribi, cioè persone che avevano compiuto specifici studi e che conoscevano molto bene la legge di Mosè, e i farisei, cioè i membri di un certo movimento ebraico che faceva della stretta osservanza della legge di Mosè il suo tratto distintivo.
Il punto sul quale Gesù si accende letteralmente è la concezione formalistica della legge di Mosè che scribi e farisei hanno fatto propria in quel periodo della storia di Israele. Quello che è diventato importante di quei libri che, abbiamo visto, raccontano una storia molto ampia, complessa e con uno scopo ben preciso, sono solo le prescrizioni “giuridiche”. E in questo tipo di atteggiamento c’è molto male, li ammonisce Gesù, più che nell’infrangere alcune di quelle stesse regole.
L’atteggiamento di scribi e farisei fa sì che lo scopo originario della Torah, costruire una comunità di uomini e donne basata sulla libertà e sulla giustizia, proprio perché originata da un atto di liberazione di Dio per un popolo di schiavi, venga completamente dimenticato. Scopo dell’osservanza della legge è diventato il giudizio e la separazione tra chi mette in pratica ogni singolo aspetto legastico della torah e chi invece non segue alla lettera le prescrizioni di purità. L’amore che la Torah insegna verso Dio e verso il prossimo è pervertito in egoismo, in compiacimento individualistico per le proprie azioni, per quello che come esseri umani si è in grado di fare. L’insegnamento che doveva unire il popolo è trasformato in divieti e doveri che creano separazioni nel popolo tra puri e impuri.
Ma il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, smaschera tutto questo: a coloro che accusavano i suoi discepoli di mangiare con le mani sporche (!) egli contrappone l’annullamento della parola di Dio che la tradizione degli uomini, cui scribi e farisei attribuivano tanta importanza, provoca nel momento in cui vengono recisi i legami di comunità, quando perfino i doveri di assistenza verso i propri genitori vengono messi al secondo posto per una malintesa religiosità fatta di ossequio esteriore a una tradizione.
Se si separa l’amore verso Dio dall’amore per il prossimo, dice Gesù, si perdono l’uno e l’altro. Se un’offerta al Tempio diventa più importante del sostentare i propri genitori, non si stanno mettendo solo in difficoltà delle persone che non hanno mezzi economici, ma si sta dimenticando, anzi, annullando la stessa parola di Dio, si sta preferendo il Tempio di Dio a Dio stesso.
In questo senso, Paolo insegna ai Galati a dare maggiore importanza alla fede in Gesù Cristo, rivelato come Figlio di Dio, piuttosto che alle “opere della legge”. Ciò che fonda la fiducia nelle promesse della Scrittura, ciò che ci rende degni di vederci rivolte quelle promesse, cioè che - in una parola - ci “giustifica” e ci fa figli e figlie di Dio non può essere la sola stretta osservanza di certe regole.
Se ci affidiamo alle opere, cioè a noi stessi, il minimo che può succedere è assumere una serie di comportamenti forse anche rispettabili esteriormente, ma intrinsecamente disumani, che separano il mondo in buoni e cattivi, che ci fanno dimenticare le necessità basilari di altri esseri umani, che annullano gli effetti dell’intervento liberatore di Dio nella storia in nome della rispettabilità, dell’obbedienza a un comandamento, il cui scopo è solo la nostra soddisfazione morale, senza alcun riguardo per la sofferenza che pure potrebbe essere causata.
Nessuno può essere giustificato dalle opere della legge: non chi la compie, non certo chi è dimenticato a causa del rispetto di quella legge. Come nel racconto di Neemia, invece, la consolazione per il popolo, l’insegnamento, la consapevolezza di essere giustificati deriva dalla consapevolezza che Dio ha già agito per noi, liberandoci. La libertà ci è stata già donata, la giustificazione è già una realtà, questa è la base della nostra fiducia nell’adempimento finale della promessa del regno di Dio. Abbiate fiducia in questo annuncio, dice Paolo, piuttosto che preoccuparvi del fare questo e quello, come se dal fare questo e quello dipendesse la vostra stessa vita. La vostra vita non appartiene alla legge, appartiene a Dio, appartiene al suo Figlio, il quale non è venuto a giudicare quanto siamo ligi e zelanti, ma è venuto per amarci e per accoglierci, fino a dare sé stesso per noi, peccatori quali siamo.
Il nostro parametro di comportamento non è più la legge, ma il Cristo: il suo insegnamento che ci chiama all’amore, alla libertà e alla vita; la sua vita che è stata animata dalla compassione per gli ultimi; la sua morte in croce da innocente che ha portato davanti ai nostri occhi il perverso gusto dell’uomo per la spettacolarizzazione della morte inflitta come punizione; la sua resurrezione che ha aperto il cuore dei suoi discepoli alla fiducia e alla speranza.
Ecco il fondamento della storia del nuovo popolo di Israele, ecco quello che non crea più divisione in buoni e cattivi, ma che unisce tutti i figli e le figlie di Dio in un unico legame d’amore: battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo e ogni etichetta precedente perde completamente il proprio significato divisivo, dirà poco più avanti ai Galati Paolo.
Tutti e tutte siamo degni di essere chiamati figli e figlie di Dio, così come tutti erano stati ammessi, nel racconto di Neemia, all’ascolto del libro di Mosè.
Non confidiamo nelle opere della legge, che creano divisioni, ma confidiamo nella promessa di Dio dell’Emmanuele, del Dio-con-noi, che ci è stata anticipata nella nascita, nella vita, nella morte in croce e nella resurrezione di Gesù e che verrà portata a compimento alla fine dei tempi.
Fratelli e sorelle, crediamo in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo, dalla fede nel Figlio di Dio che ci ha amato e ha dato sé stesso per noi.
Costruiamo la nostra comunità su questo amore di Dio per noi, ricordando che Ama Dio con tutto te stesso e ama il prossimo tuo come te stesso sono i comandamenti da cui dipende tutto il resto della torah.

Predicazione di Ermanno Martignetti, Chiesa evangelica valdese di Firenze,  domenica 12 agosto 2018

 

 

 

 

 

Una comunità di speranza

Letture:

Isaia 56,1-8

“ Così parla il Signore: «Rispettate il diritto e fate ciò che è giusto; poiché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per essere rivelata. 
2 Beato l’uomo che fa così, il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male!»
3 Lo straniero che si è unito al Signore non dica: «Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!» Né dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!» 
4 Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace e si atterranno al mio patto: 
5 «Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più. 
6 Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto, 
7 io li condurrò sul mio monte santo e li rallegrerò nella mia casa di preghiera; i loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli». 
8 Il Signore, Dio, che raccoglie gli esuli d’Israele, dice: «Io ne raccoglierò intorno a lui anche degli altri, oltre a quelli dei suoi che sono già raccolti»”.

 

Atti 8,26-39

“Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va’ verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta».
27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un Etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 
28 e ora facendo ritorno, seduto sul suo carro, stava leggendo il profeta Isaia. 
29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro».
30 Filippo accorse, udì che quell’uomo leggeva il profeta Isaia e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 
31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui. 
32 Or il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: «Egli è stato condotto al macello come una pecora; #e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, #così egli non ha aperto la bocca. 
33 Nella {sua} umiliazione egli fu sottratto al giudizio. #Chi potrà descrivere la sua generazione? #Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra»1
34 L’eunuco, rivolto a Filippo, disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 
35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù. 
36 Strada facendo giunsero a un luogo dove c’era dell’acqua. E l’eunuco disse: «Ecco dell’acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?» 
37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 
38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. 
39 Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; l’eunuco non lo vide più e continuò il suo viaggio tutto allegro”.

 

Il modo in cui Filippo interpreta l’invito dell’angelo è la condivisione dell’umanità di colui che egli incontra. Si mette in cammino nell’ora più calda e incontra un funzionario straniero: un personaggio, di cui ci vengono dette molte cose: era un eunuco, dunque oggetto di umiliazione ed esclusione, soprattutto nel mondo ebraico – non avrebbe mai potuto partecipare al culto nel tempio. Eppure era anche un ricco funzionario di una regina lontana, un uomo potente.
Al tempo stesso era un cercatore, come ce ne sono molti che incrociano i nostri cammini, e a cui a volte non sappiamo parlare; leggeva la Scrittura, ma per interpretarla era necessario il confronto e questo gli viene offerto da Filippo.
Il racconto sembra una replica dell’incontro di Emmaus, dove i due discepoli conoscono la Scrittura ma faticano ad interpretarla. Un mese fa l’arcivescova luterana di Svezia, Antjie Jackelen, ha mostrato un’immagine dell’incontro a Emmaus dove i due discepoli sono un uomo e una donna: perché no?
Il testo non impedisce di vedere una donna nel momento in cui il risorto spiega la Scrittura e spezza il pane, compiendo i gesti che costituiscono la comunione e la chiesa. Abbiamo bisogno che nella chiesa ci siano donne e uomini insieme
Filippo segue l’invito dell’angelo, perché sa che questo è il tempo di creare una comunità basata sul riconoscersi nei gesti e nelle parole del risorto.        Lui stesso ne ha fatto esperienza nella comunità dei credenti: Filippo è uno di quei diaconi il cui ruolo viene “inventato” – felicemente – dopo un conflitto tra parti avverse nella chiesa. Ha sperimentato la rottura e la capacità di riconfigurare le relazioni, soprattutto ha sperimentato l’amore fraterno in comunità. Per questo è diventato capace di trasmetterlo attraverso la sua testimonianza.
Ed ecco, nell’ora più calda e su una strada deserta, contro ogni aspettativa, incontra qualcuno.
Dio guida queste due persone, che si cercano, una verso l’altra. Alla fine permetterà che riprendano i loro diversi cammini arricchiti profondamente da un incontro così fruttuoso.
Il  funzionario etiope sembra essere un proselita dato che torna da Gerusalemme, interessato al Dio d’Israele che gli porta vita, probabilmente era stato a malapena tollerato al tempio per via della sua collocazione sociale. Ma gli stranieri e per di più eunuchi erano esclusi in generale dal tempio e dalle adesioni religiose.
L’ebraismo dei tempi di Gesù non era una delle religioni più accoglienti e tolleranti, e sicuramente la religione cristiana imperiale, che poi svilupperà addirittura le crociate per combattere i dissidenti cristiani e gli infedeli, getta le sue radici in alcune di queste norme di impurità e di confinamento.
Ma qui siamo all’inizio del movimento cristiano, la predicazione di Gesù è vivissima e la sua pratica che va oltre ogni confine o esclusione, oltre ogni pregiudizio o paura dell’altro/a, influenza profondamente chi vuol essere suo discepolo.
Gesù si rifà all’annuncio dei tempi messianici fatto da profeti ebrei come Isaia, e l’eunuco etiope sta appunto leggendo uno di questi oracoli messianici. È una pagina che dice come chi è umiliato sarà innalzato di fronte a Dio.
Di chi parla il profeta? Chiede a Filippo.
E Filippo imita Gesù, comincia da qui, dalla preoccupazione che sta nel cuore dell’uomo che ha di fronte, e dalla speranza che gli sembra di intravedere e non osa però avvicinare a sé.
Con Gesù i tempi messianici si avverano e il tempio si apre alla presenza di quelli considerati impuri. Le parole di Isaia non sono più solo immagini per un tempo che deve venire ma rappresentano il presente della comunità di speranza. Anzi il tempio stesso non è più quello di pietra costruito da mano umana, ma è ciò che sta dentro lo spirito e ciò che edifica la comunità.
E così si crea una piccola comunità, quella necessaria e sufficiente perché ci sia un battesimo. Lo scambio, la testimonianza, le domande e le risposte, tutto resta nel segreto della conversazione tra i due. Ma il battesimo segna una tappa di trasformazione per l’etiope. La chiesa copta fa risalire la sua esistenza a questo primo credente di origine africana, che di certo  non ha tenuto per sé la gioia di aver trovato il Dio della sua dignità. La dignità umana, che all’interno delle chiese, in forza dell’evangelo, è riconosciuta a ognuno e ognuna.
Qualche anno fa, quando ero a Massa, i richiedenti asilo africani fecero una manifestazione perché le loro domande fossero  esaminate, dato che da mesi e mesi erano stati dimenticati. Occuparono per un giorno la cattedrale di Massa. In una assemblea pubblica, in seguito, dissero che era stato naturale per loro rivolgersi alla chiesa: lì, ognuno è considerato un essere umano, e non un numero da respingere.
Ho trovato questa loro affermazione di grande bellezza: nonostante le molte contraddizioni in cui la chiesa cade, delle persone esterne la vedono ancora come un luogo di dignità e di rifugio. Vorrei che questo fosse vero sempre, che tutti i nostri sforzi fossero diretti a restituire dignità alle persone  umiliate, e non mi riferisco soltanto ai rifugiati o immigrati, ma a tutte le donne e gli uomini che cercano amore.
L’evangelo ci spinge in questa direzione, come l’angelo disse a Filippo. E noi siamo pronti a metterci in cammino e ascoltare chi cerca speranza?

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica metodista, domenica 8 luglio  2018

 

 

 

Una comunità di speranza

 

Letture:

Isaia 56,1-8

“ Così parla il Signore: «Rispettate il diritto e fate ciò che è giusto; poiché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per essere rivelata. 
2 Beato l’uomo che fa così, il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male!»
3 Lo straniero che si è unito al Signore non dica: «Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!» Né dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!» 
4 Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace e si atterranno al mio patto: 
5 «Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più. 
6 Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto, 
7 io li condurrò sul mio monte santo e li rallegrerò nella mia casa di preghiera; i loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli». 
8 Il Signore, Dio, che raccoglie gli esuli d’Israele, dice: «Io ne raccoglierò intorno a lui anche degli altri, oltre a quelli dei suoi che sono già raccolti»”.

 

Atti 8,26-39

“Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va’ verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta».
27 Egli si alzò e partì. Ed ecco un Etiope, eunuco e ministro di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 
28 e ora facendo ritorno, seduto sul suo carro, stava leggendo il profeta Isaia. 
29 Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro».
30 Filippo accorse, udì che quell’uomo leggeva il profeta Isaia e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» 
31 Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui. 
32 Or il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: «Egli è stato condotto al macello come una pecora; #e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa, #così egli non ha aperto la bocca. 
33 Nella {sua} umiliazione egli fu sottratto al giudizio. #Chi potrà descrivere la sua generazione? #Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra»1
34 L’eunuco, rivolto a Filippo, disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» 
35 Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù. 
36 Strada facendo giunsero a un luogo dove c’era dell’acqua. E l’eunuco disse: «Ecco dell’acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?» 
37 [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] 
38 Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. 
39 Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; l’eunuco non lo vide più e continuò il suo viaggio tutto allegro”.

 

Il modo in cui Filippo interpreta l’invito dell’angelo è la condivisione dell’umanità di colui che egli incontra. Si mette in cammino nell’ora più calda e incontra un funzionario straniero: un personaggio, di cui ci vengono dette molte cose: era un eunuco, dunque oggetto di umiliazione ed esclusione, soprattutto nel mondo ebraico – non avrebbe mai potuto partecipare al culto nel tempio. Eppure era anche un ricco funzionario di una regina lontana, un uomo potente.
Al tempo stesso era un cercatore, come ce ne sono molti che incrociano i nostri cammini, e a cui a volte non sappiamo parlare; leggeva la Scrittura, ma per interpretarla era necessario il confronto e questo gli viene offerto da Filippo.
Il racconto sembra una replica dell’incontro di Emmaus, dove i due discepoli conoscono la Scrittura ma faticano ad interpretarla. Un mese fa l’arcivescova luterana di Svezia, Antjie Jackelen, ha mostrato un’immagine dell’incontro a Emmaus dove i due discepoli sono un uomo e una donna: perché no?
Il testo non impedisce di vedere una donna nel momento in cui il risorto spiega la Scrittura e spezza il pane, compiendo i gesti che costituiscono la comunione e la chiesa. Abbiamo bisogno che nella chiesa ci siano donne e uomini insieme
Filippo segue l’invito dell’angelo, perché sa che questo è il tempo di creare una comunità basata sul riconoscersi nei gesti e nelle parole del risorto.        Lui stesso ne ha fatto esperienza nella comunità dei credenti: Filippo è uno di quei diaconi il cui ruolo viene “inventato” – felicemente – dopo un conflitto tra parti avverse nella chiesa. Ha sperimentato la rottura e la capacità di riconfigurare le relazioni, soprattutto ha sperimentato l’amore fraterno in comunità. Per questo è diventato capace di trasmetterlo attraverso la sua testimonianza.
Ed ecco, nell’ora più calda e su una strada deserta, contro ogni aspettativa, incontra qualcuno.
Dio guida queste due persone, che si cercano, una verso l’altra. Alla fine permetterà che riprendano i loro diversi cammini arricchiti profondamente da un incontro così fruttuoso.
Il  funzionario etiope sembra essere un proselita dato che torna da Gerusalemme, interessato al Dio d’Israele che gli porta vita, probabilmente era stato a malapena tollerato al tempio per via della sua collocazione sociale. Ma gli stranieri e per di più eunuchi erano esclusi in generale dal tempio e dalle adesioni religiose.
L’ebraismo dei tempi di Gesù non era una delle religioni più accoglienti e tolleranti, e sicuramente la religione cristiana imperiale, che poi svilupperà addirittura le crociate per combattere i dissidenti cristiani e gli infedeli, getta le sue radici in alcune di queste norme di impurità e di confinamento.
Ma qui siamo all’inizio del movimento cristiano, la predicazione di Gesù è vivissima e la sua pratica che va oltre ogni confine o esclusione, oltre ogni pregiudizio o paura dell’altro/a, influenza profondamente chi vuol essere suo discepolo.
Gesù si rifà all’annuncio dei tempi messianici fatto da profeti ebrei come Isaia, e l’eunuco etiope sta appunto leggendo uno di questi oracoli messianici. È una pagina che dice come chi è umiliato sarà innalzato di fronte a Dio.
Di chi parla il profeta? Chiede a Filippo.
E Filippo imita Gesù, comincia da qui, dalla preoccupazione che sta nel cuore dell’uomo che ha di fronte, e dalla speranza che gli sembra di intravedere e non osa però avvicinare a sé.
Con Gesù i tempi messianici si avverano e il tempio si apre alla presenza di quelli considerati impuri. Le parole di Isaia non sono più solo immagini per un tempo che deve venire ma rappresentano il presente della comunità di speranza. Anzi il tempio stesso non è più quello di pietra costruito da mano umana, ma è ciò che sta dentro lo spirito e ciò che edifica la comunità.
E così si crea una piccola comunità, quella necessaria e sufficiente perché ci sia un battesimo. Lo scambio, la testimonianza, le domande e le risposte, tutto resta nel segreto della conversazione tra i due. Ma il battesimo segna una tappa di trasformazione per l’etiope. La chiesa copta fa risalire la sua esistenza a questo primo credente di origine africana, che di certo  non ha tenuto per sé la gioia di aver trovato il Dio della sua dignità. La dignità umana, che all’interno delle chiese, in forza dell’evangelo, è riconosciuta a ognuno e ognuna.
Qualche anno fa, quando ero a Massa, i richiedenti asilo africani fecero una manifestazione perché le loro domande fossero  esaminate, dato che da mesi e mesi erano stati dimenticati. Occuparono per un giorno la cattedrale di Massa. In una assemblea pubblica, in seguito, dissero che era stato naturale per loro rivolgersi alla chiesa: lì, ognuno è considerato un essere umano, e non un numero da respingere.
Ho trovato questa loro affermazione di grande bellezza: nonostante le molte contraddizioni in cui la chiesa cade, delle persone esterne la vedono ancora come un luogo di dignità e di rifugio. Vorrei che questo fosse vero sempre, che tutti i nostri sforzi fossero diretti a restituire dignità alle persone  umiliate, e non mi riferisco soltanto ai rifugiati o immigrati, ma a tutte le donne e gli uomini che cercano amore.
L’evangelo ci spinge in questa direzione, come l’angelo disse a Filippo. E noi siamo pronti a metterci in cammino e ascoltare chi cerca speranza?

Predicazione di Letizia Tomassone, Chiesa evangelica metodista, domenica 8 luglio  2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29 Agosto 2018
 ©Chiesa Evangelica Valdese di Firenze